Contro il latino, contro l’Italia

La conoscenza del latino è sempre stata un caposaldo della cultura nostrana; oggi, ha ancora senso?

Durante le prime settimane del mio primo anno di liceo (scientifico), un mio compagno di classe chiese al professore di latino: «Mi scusi, ma a cosa serve la sua materia?». Il tono della domanda era un misto indistinguibile tra ingenuità e provocazione, ma il prof. rispose senza battere ciglio: «a pagarmi lo stipendio». Tutta la classe la interpretò come una battuta, e rise, ma più passano gli anni più mi convinco che in fondo quella risposta fosse seria. Perché dopo quindici anni posso dire che quel professore è stato un ottimo professore: serio, intelligente e attento alle cose del mondo. Attento anche a questa assurdità tutta italiana.

Nel 1957, in Scuola sotto inchiesta, il filosofo Guido Calogero sosteneva che, pur non avendo fatto ricerche fra tutte le popolazioni della terra, in nessun altro paese del mondo la gioventù fosse tanto nutrita di latino quanto quella italiana. «In Inghilterra tutti i ragazzi delle scuole bevono ogni mattina, a spese dello Stato, mezzo litro di latte. In Italia, bevono latino».
Un articolo del 2008 di Paolo di Stefano, uscito sul Corriere della Sera,  provava a dare qualche dato statistico in più: ai tempi, su una popolazione di circa due milioni e mezzo di studenti della scuola secondaria, circa il 41 per cento studiava il latino. Al contrario, un altro paese romanzo come la Francia contava solo un 3 per cento di studenti impegnati col latino nelle scuole superiori. In Germania le percentuali andavano dal 5 all’8 per cento, mentre in Gran Bretagna e Stati Uniti la percentuale saliva poco sopra l’uno.

A meno di straordinarie inversione di tendenza nei paesi sopra citati, dubito la situazione sia molto cambiata. Di certo non lo è in Italia: i dati pubblicati dal Ministero riguardo alle scuole superiori ci dicono che nell’anno scolastico 2024/25 più della metà degli studenti italiani frequenta licei, e la maggior parte di questi (scientifico, classico, scienze umane, linguistico) prevede il latino all’interno dei propri curricula, sicché ne risulta che almeno un terzo degli studenti della scuola superiore italiana studia latino.

Come se non bastasse il Ministro dell’Istruzione (e del merito)  ha proposto negli scorsi mesi di reintrodurre il latino nelle scuole medie. Valditara infatti, riprendendo un antichissimo adagio, sostiene che il latino sia «palestra di logica», nonché «momento di recupero di serietà».

Già Calogero provava a smentire questo mito, o mantra, che si ripete immutato da generazioni: Spinoza sognava di dimostrare la sua etica utilizzando il metodo proprio della geometria, nel medioevo si pensava che la logica sillogistica aristotelica fosse il non plus ultra del ragionare valido, ma in definitiva ogni cosa, matematica compresa, «vuole essere capita per se stessa, e non in funzione di una preconcetta logica dell’intenditore»
Non svanisce tuttavia il sogno di trovare un «grimaldello con cui svaligiare la conoscenza della realtà». Il mito del latino come “lingua razionale e logica” non sarebbe altro che, per Calogero, una moderna sopravvivenza di questa antica aspirazione a impadronirsi della falsa chiave della ragione.

Scuola sotto inchiesta

Il mito tuttavia sopravvive: provate ad aprire i commenti Facebook sotto a un post in cui Gramellini o Vecchioni difendono il modello del liceo classico con le sue lingue morte. Vi troverete una schiera di giovani, adulti e vecchi che ripetono, cambiando appena le parole, la solita filastrocca priva di qualsivoglia argomentazione: è con le versioni di latino che abbiamo imparato a ragionare; non togliete anche questo ai nostri giovani, altrimenti dove finirà l’Italia?

A me sembra che la scuola e l’istruzione italiana, pur con tutto questo latino, non versino nella migliore delle condizioni, mentre all’estero se la cavino piuttosto bene anche senza. Certo, a ciò concorrono molti altri fattori (investimenti, formazione dei docenti, infrastrutture, riforme); sono tuttavia convinto che l’insistenza sul latino poco abbia a che fare con ragioni didattiche e pedagogiche, ma con abitudini e vizi del nostro Paese.

Uno dei peggiori vizi della scuola italiana è infatti senza dubbio l’abitudinarietà, l’inerzia o pigrizia che dir si voglia. Basti pensare che il ministro dell’Istruzione del Regno d’Italia, nel 1870, aveva stabilito che fosse cosa buona e giusta che gli studenti dei licei si confrontassero sin da giovanissimi con una buona prosa contemporanea: chi meglio del Manzoni, che nel 1840 aveva pubblicato l’ultima versione del suo capolavoro? Da allora nessuno si è preoccupato di rivedere o mettere in discussione le ragioni che hanno reso obbligatoria la lettura dei Promessi Sposi, e dunque 150 anni dopo siamo ancora qua, ad imporre ai nostri studenti quindicenni una prosa arcaica e per loro spesso inaccessibile, quando potremmo dedicarci a letture a loro più prossime, e che li aiutino a sviluppare con più facilità le competenze di comprensione del testo e scrittura.

copia originale dei promessi sposi

Similmente, i curricula delle scuole italiane seguono ancora l’imprinting dato dalla scuola gentiliana, e infatti anche nei licei cosiddetti scientifici le materie di area umanistica- non si vuole qui esprimere un giudizio, ma solo un dato di fatto paradossale – pesano di più di quelle strettamente scientifiche.

E se proprio a Gentile dobbiamo questa grande dose fascista di latino nelle scuole, con la Liberazione poco è cambiato: ora non si difende più il latino facendo riferimento alla vecchia retorica romaneggiante delle nostre gloriose origini, ma con il falso mito della “lingua logica”, palestra di ragionamento e perché no di vita.

Non vorrei passare per quello che dà del fascista a chiunque non gli vada genio: diamo dunque a Cesare ciò che è di Cesare. Il metodo con cui si insegna il latino in Italia è ben precedente alla scuola fascista, e non è nemmeno italiano: è infatti a metà Ottocento in Germania, con pieno spirito positivista, che  nasce il cosiddetto metodo MGT (metodo grammaticale traduttivo). L’idea non era quella di formare lo studente alla cultura classica in sé, ma semplicemente di sviluppare pazienza e attitudine al lavoro, di formare l’abitudine alla perseveranza e alla logica che sarebbero poi state utili in altri campi del sapere. Sebbene si siano tentati altri approcci (tra i più famosi il metodo Orberg), in Italia domina ancora l’approccio MTG “classico”, anche se mancano ormai del tutto i presupposti perché esso possa funzionare. Già l’abolizione del latino nella scuola media – scelta che non mi sento affatto di criticare – aveva dato un duro colpo all’insegnamento del latino: perdere quei tre preziosi anni in cui si mandavano a memoria declinazioni e coniugazioni di certo non ha aiutato, ma si è preteso ugualmente di fare in 5 anni quello che prima si faceva in 8.
Con la diffusione massiccia di internet, di versioni tradotte on-line, e oggi di chatgpt, direi che è stato dato il colpo definitivo: pochissimi studenti rifiutano l’ausilio di questi strumenti, e riducono così il tempo da dedicare ai compiti a casa. Come dar loro torto!
Stando così le cose, viene davvero da chiedersi che senso abbia ripetere con variazioni minime una ritualità che ormai risulta pressoché svuotata di senso.

Ma si sa: in Italia siamo molto attaccati ai riti.  

Da persona che ha una formazione umanistica e ha studiato il latino fin troppi anni, mi sono chiesto più volte quali siano stati per me, e quali possano realmente essere i benefici donati dallo studio di questa lingua, e francamente ne ho trovati ben pochi.


Certo, grazie al latino si può imparare qualche etimologia, si può osservare come in italiano sopravvivano alcune forme di gerundivo o costrutti come il participio assoluto. Non si vuole mettere in dubbio che il latino aiuti in qualche misura ad una più profonda comprensione dell’italiano, ma mi pare incontestabile che, se l’obiettivo è quello di padroneggiare meglio gli strumenti della propria lingua, forse bisognerebbe dedicare più tempo… allo studio della propria lingua.
In definitiva, credo che lo scopo principale del latino oggi sia uno e uno soltanto: leggere i classici latini in lingua originale. Attività nobilissima che può dare grandi gioie, ma pur sempre un’attività specialistica che pochissimi coltiveranno una volta conclusa la scuola dell’obbligo, e che sarebbe meglio lasciare ai pochi studiosi e umanisti che realmente vi si vogliono confrontare.

Credo infatti che spesso ci si dimentichi di un fatto semplice quanto fondamentale: a scuola il tempo e le risorse sono limitate. Sarebbe meraviglioso poter formare studenti versati in ogni singola disciplina dello scibile umano: esperti di meccanica, elettronica, lingue semitiche nonché raffinati esteti e abili conoscitori della teoria musicale.

La scuola italiana si è però dimenticata di questo semplice fatto, e i curricula, ma anche i programmi di studio vengono ripetuti quasi identici da generazioni (vi basti pensare all’insegnamento della storia, che inesorabilmente si ferma alla Seconda Guerra Mondiale).
Se tempo e risorse sono limitate, dovrebbe essere costante la necessità di interrogarsi su cosa sia meglio fare con quelle risorse, e a me sembra assurdo che così tanto tempo ed energie siano dedicate ad una materia che dà così pochi frutti.

grammatica latina

È infatti curioso notare come proprio Calogero e Di Stefano osservassero, a 50 anni di distanza l’uno dall’altro, lo stesso identico fenomeno: anche se il latino viene studiato per anni, pochissimi sono poi quelli che realmente lo padroneggiano. Se ne beve così tanto – per usare la metafora di Calogero – che non lo si digerisce.

Il giovane italiano studia latino per tre, cinque, otto, dodici anni e non di rado anche per più di dodici (quando va fuori corso in qualche facoltà di lettere). Comunque, se dopo simile cura gli si mette davanti, non dico Orazio o Virgilio, ma la Bibbia, o anche una semplice iscrizione che s'incontri in una chiesa, è rarissimo che sappia leggerla e capirla con quella decente rapidità con cui pure ogni buon portiere d'albergo capisce il turista che gli parla in inglese o in francese. Anzi è molto probabile che resti sorpreso della pretesa [...].

Nel 2008 De Stefano invece osserva che:

Dalle indagini di TreeLLLe, emerge un'ulteriore evidenza che la dice lunga sulle condizioni dell'insegnamento: è l'elevato numero di allievi che arrivano all'esame di maturità (trascinandoseli dietro dagli anni precedenti) con «debiti» nelle lingue classiche: il 40 per cento circa. Poco meno del vero spauracchio che è, e rimane, la matematica (per le lingue straniere ci si ferma tra il 22 e il 27 per cento).
«Sono ragazzi che esercitano una sorta di opzionalità clandestina per tutto il corso di studi per arrivare sani e salvi all'esame di maturità senza avere di fatto studiato le lingue classiche».

Se nel frattempo la situazione è cambiata radicalmente, ben venga, ma nella mia breve esperienza di docente di latino mi sembra anzi che sia peggiorata: nei dipartimenti vige spesso un clima più rilassato, meno esigente di un tempo, quasi rassegnato (non senza una punta di rammarico per gli anni in cui il latino si studiava davvero!).

Mi sto sempre più convincendo che un altro dei motivi per cui il latino sopravvive con tanta pertinacia è che sia una di quelle materie umanistiche facili da valutare. Ogni collega di italiano sa ad esempio quanto sia faticoso dare il voto ad un tema, in cui entrano in gioco e si combinano in modi imprevedibili diversi fattori: correttezza ortografica, padronanza della sintassi, brillantezza nell’esposizione, stile, ironia, bontà e originalità delle idee espresse.
Molto più facile correggere una bella versione: si segnano gli errori, a ciascuno si assegna un punteggio, si fa la conta finale e chi ha sbagliato troppo è fuori. Questo presunto rigore dà ancora a molti docenti l’illusione che si stiano facendo le cose sul serio e, soprattutto nei licei non classici, che la propria materia valga tanto e quanto le materie Stem o le lingue moderne.

Per chi scrive la soluzione sarebbe molto semplice: eliminare l’insegnamento della lingua latina da quasi tutti gli indirizzi di studio, salvo il classico, in cui latino e greco sono ragion d’essere dell’indirizzo stesso – dell’abolizione del classico invece meglio non parlarne, potrei trovarmi nel letto un Campanini Carboni con la testa mozzata.
Per gli altri indirizzi si potrebbe pensare ad una via di compromesso: al triennio, affiancato allo studio della letteratura italiana, si potrebbe studiare un po’ di letteratura e cultura latina, senza ostinato accanimento sulle regole grammaticali, leggendo testi in traduzione – che sì, perdono un po’ del loro smalto, ma se al liceo si possono assegnare letture come Kafka o Flaubert senza pretendere che li si leggano in lingua, non vedo perché non si possa fare lo stesso con i classici latini.
Le ore tolte allo studio di lingua e grammatica latina potrebbero essere utilizzate per le altre materie umanistiche: più ore di italiano, soprattutto da dedicare ad attività di scrittura in classe – la diffusione dell’IA ha ormai reso di fatto inutile l’assegnazione di riassunti, temi o elaborati scritti a casa -; più ore di storia e geografia.
Ma sono molte le materie che si potrebbero studiare al posto del latino: la musica ad esempio, che per ragioni ignote viene abbandonata una volta finita la scuola media; economia e diritto, che fornirebbero strumenti importanti per comprendere la realtà quotidiana.

Basterebbe insomma la volontà di svecchiarsi e di discutere senza pregiudizi sulla reale utilità di questa materia, senza rifugiarsi in atteggiamenti da laudator temporis acti (questo l’ho imparato grazie al latino, avrei potuto dirlo in italiano, ma vuoi mettere la soddisfazione? Inestimabile.) e pensando a cosa può essere meglio per il futuro dei nostri studenti e della scuola italiana.
Ma visto che si è sempre fatto così, e tutto sommato le cose non vanno ancora così male, perché cambiare?

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