Due persone su un orologio mentre osservano dall’alto una metropoli

Gli spettri semiotici di Coppola

Il motivo profondo del fallimento di Megalopolis

Megalopolis (2024) di Francis Ford Coppola è stato uno dei film più attesi della scorsa stagione cinematografica, segnando il ritorno in sala di uno dei più grandi cineasti statunitensi del secolo scorso. Rivelatosi un flop commerciale, il film è stato anche aspramente criticato da specialisti del settore e dal pubblico, prima di cadere rapidamente nel dimenticatoio. Megalopolis è stato giudicato un’opera troppo ambiziosa, confusionaria e vittima della megalomania del proprio autore.

Per quanto Coppola sia ancora in grado di girare delle scene d’impatto, nel suo complesso la pellicola soffre di diversi problemi: performance attoriali talvolta inadeguate, personaggi macchiettistici, una narrazione farraginosa e poco avvincente, un’ambientazione che traccia un parallelismo superficiale tra una fantasiosa America contemporanea e la Repubblica Romana del I secolo a.C.. Il film sarebbe stato degno di nota se fosse stato in grado di lanciare un messaggio profondo e innovativo, come sembrava essere nelle intenzioni del suo autore. Tuttavia, proprio qui sta la più grande debolezza del progetto di Coppola.

Uomo di mezz’età che autografa un libro
Lo scrittore William Gibson

Prima di passare alla vera e propria trama del film, è utile considerare le seguenti parole, estratte da un intervento di William Gibson, uno dei più importanti autori di fantascienza di sempre e nume tutelare del cyberpunk:

«Il Futuro, con la F maiuscola, sia esso una città di cristallo su una collina o una terra desolata radioattiva post-nucleare, non c’è più. Davanti a noi c’è semplicemente… più roba. Eventi. Alcuni tendono alle città di cristallo, altri alla terra desolata. Roba: il miscuglio del quotidiano. [...]
Questa nuova condizione di Nessun Futuro è, secondo la mia opinione, un’ottima cosa. Indica un tipo di maturità, una comprensione del fatto che ogni futuro è il passato di qualcuno, ogni presente il futuro di qualcun altro. Nell’arrivare nel Futuro con la F maiuscola, scopriamo, invariabilmente, che ora è quello scritto con la lettera minuscola.
La migliore fantascienza ha sempre saputo ciò, ma era una specie di segreto culturale. [...] i futuri immaginari riguardano sempre, indipendentemente da quello che gli autori potrebbero pensare, l’epoca in cui sono scritti


William Gibson, 2012, Talk for Book Expo, New York, in Distrust that Particular Flavor, Penguin, traduzione a cura dell’autore

Coppola racconta la storia di un architetto e scienziato della città di New Rome (una New York alternativa), Ceasar Catilina (Adam Driver), che si fa portavoce del sogno di un’America – e, più in generale, di una civiltà – diversa, in cui a tutti venga data la possibilità di vivere una vita migliore. Per raggiungere questo obiettivo, egli ambisce a edificare una città, Megalopolis, costruita interamente con un materiale miracoloso di sua invenzione, il megalon. Per riuscire a realizzare il suo progetto, Ceasar Catilina si deve confrontare con diversi avversari: il sindaco conservatore Frank Cicero (Giancarlo Esposito), il populista Clodio (Shia LaBeouf) e la presentatrice televisiva Wow Platinum (Aubrey Plaza).

Qual è in concreto questa idea di futuro propugnata dal protagonista? In realtà, anche guardando il film nella sua interezza, non è mai chiaro. Il grande problema di Megalopolis sta proprio nella vacuità di questo futuro. Da quello che si può intuire, Ceasar/Coppola sembra voler proporre una società in cui tutte le differenze sociali ed economiche siano appianate e in cui la città sia costruita sulle esigenze del cittadino. Tuttavia, manca un’idea concreta su cui lo spettatore possa far presa per essere smosso dal messaggio del film. La città di Ceasar Catilina è una fantasia che prende vita solo grazie all’ancora più fantasioso e indefinibile megalon, un materiale apparentemente in grado di fare qualsiasi cosa. A un livello meramente rappresentativo, questa città non è tanto diversa dalle fantasie degli autori di fantascienza degli anni ‘50, basate su una prospettiva di crescita economica e tecnologica continua, senza considerare risvolti sociali, politici e ambientali. Per citare Gibson: un Futuro privo di sostanza, destinato a dissolversi nel più banale futuro.

Città futuristica con grattacieli e un imponente edificio centrale
Un frame del film Metropolis

Coppola non riesce a dare vita a un’idea concreta proprio perché il suo immaginario sembra essere frutto di un’altra epoca, molto lontana dalla realtà contemporanea, non tanto anagraficamente quanto da un punto di vista ideologico. Paradossalmente, nonostante abbia quasi un secolo sulle spalle, sembra essere molto più contemporaneo un film come Metropolis (1927) di Fritz Lang, a cui lo stesso Coppola si rifà a più riprese nella propria opera; il contrasto sociale e la necessità di una via d’uscita da una società alienante sono rappresentati in modo più efficace da Lang in quello che, a tutti gli effetti, rimane uno dei più grandi capolavori del cinema. 

L’immaginario di Coppola, invece, sembra reggersi su idee e immagini di un futuro che non si è mai realizzato e che per la propria irrealtà non potrà mai realizzarsi. Incapace di comprendere pienamente lo spirito del nostro tempo, Coppola non propone autonomamente un’idea nuova, ma diventa il tramite con cui idee già pensate e stantie si ripresentano allo spettatore. In altre parole, si tratta di quelli che sempre Gibson definiva in un proprio racconto «spettri semiotici», ossia «pezzi di un profondo immaginario culturale che si sono separati e hanno preso vita propria» (William Gibson, 1986, The Gernsback Continuum, in Burning Chrome, Gollancz, traduzione a cura dell’autore).

Fa impressione pensare che Coppola sia lo stesso ad aver realizzato un capolavoro come Apocalypse Now (1979) e altre pellicole di grande caratura tra gli anni ‘70 e ‘80, eppure questo film è proprio qui a testimoniare come anche i più grandi possano non riuscire a essere all’altezza della propria carriera e, soprattutto, a rimanere al passo con i tempi.

Immagine di copertina: Un frame del film Megalopolis

Condividi su: