
In questa intervista abbiamo avuto modo di dialogare con Lisa Rovo, scrittrice e sceneggiatrice horror che ha da poco terminato la lavorazione del suo primo cortometraggio da regista, Nebbia, di cui per ora è disponibile solo il trailer. Oltre che della sua opera più recente, con lei abbiamo parlato della sua esperienza nel mondo del cinema italiano indipendente e di genere, oltre che dell’horror e delle sue possibilità espressive.
Nebbia non è il tuo primo lavoro cinematografico, avendo tu già lavorato come sceneggiatrice; tuttavia, in questo caso, hai ricoperto anche il ruolo di regista. Com’è stato questo passaggio alla macchina da presa e cosa ti ha portato a volerti cimentare nella regia?
Sì, Nebbia non è il mio primo lavoro su un set cinematografico. Negli ultimi quattro anni circa ho scritto sceneggiature per lungometraggi e cortometraggi, collaborando con diverse produzioni, grazie soprattutto alla fiducia iniziale di Brace Beltempo, regista per cui ho firmato il primo lungometraggio: Alice Was My Name, un horror nel genere rape-revenge.
Con Nebbia, però, ho deciso per la prima volta di assumere anche il ruolo di regista. È stata una scelta consapevole e difficile, nata dall’esigenza di raccontare una storia estremamente personale con un controllo creativo totale. Dirigere, soprattutto in una piccola produzione indipendente, è molto complesso: richiede la capacità di delegare, costruire un team fidato e condividere una visione chiara e che sia condivisa del progetto. Alla macchina da presa ho avuto Hélio Gomes, che molti conosceranno come content creator, e qui per la prima volta impegnato in un ruolo più “cinematografico”, scegliendo con me di iniziare questa nuova sfida. Questa esperienza mi ha insegnato moltissimo, cosa fare, cosa evitare, e le sfide sono state molte, ma ho avuto la grande fortuna di essere accompagnata da un team incredibile di professionisti che ha creduto in questo progetto dal giorno zero.
Scegliere di fare cinema horror è un atto di coraggio in un panorama cinematografico come il nostro, che, nonostante un passato degno di nota nell’ambito del cinema di genere, da diversi anni arranca sia per motivi artistici che economici. Perché questa scelta? C’è qualcosa che secondo te è esprimibile solo attraverso l’horror?
Sono perfettamente d’accordo: il cinema italiano sembra essersi dimenticato da dove viene e perché è diventato, ed è tuttora, conosciuto e amato a livello internazionale. Viviamo in un paese che tende a soffocare ogni atto creativo coraggioso, soprattutto quando un’opera vuole dire qualcosa di più, generare una riflessione o aprire un dibattito. Al contrario, si preferisce spingere tutto verso una comunicazione “tranquilla”, rassicurante, che non disturbi, non interroghi e non pretenda uno sforzo mentale.
L’horror, quello autentico, profondo e non basato unicamente su jumpscare, fa proprio questo: destabilizza, provoca, costringe a pensare attraverso emozioni forti che oggi scegliamo sempre più di anestetizzare. È un genere da sempre specchio della società, che parla delle paure collettive nei vari momenti storici, usando la metafora dell’orrore per denunciare e riflettere su vari temi. Ed è per questo che l’horror è il mio linguaggio: letterario, come nel mio libro Pandemos, e cinematografico. È un genere da difendere, proteggere e, soprattutto, liberare e diffondere come meglio possiamo.
Fortunatamente conosco molte realtà che si occupano di questo, tra festival e distributori, anche nel nostro Paese, oltre ad altri, sognatori probabilmente, come me, che amano alla follia l’horror e ne comprendono l’importanza. Inoltre, l’horror ha sempre avuto una funzione personale, catartica: l’ho usato nella scrittura come una forma di esorcismo, per tirare fuori emozioni che altrimenti non avrei saputo esprimere, o per raccontare situazioni complesse da affrontare. L’estremo per me è spesso uno strumento necessario. Alla fine, però, è proprio la realtà, l’attualità che ci circonda, a essere più spaventosa di qualsiasi film. Penso che l’horror, anche per questo, possa trasformare questo terrore in metafora e riflessione condivisa.

Ritieni che il cinema di genere in Italia abbia possibilità di uscire dai circuiti indipendenti?
Pur non essendo molto ottimista a riguardo, soprattutto considerando l’attuale offerta nella grande distribuzione e nelle piattaforme streaming, dove spesso i migliori prodotti del circuito festivaliero internazionale arrivano con grande ritardo, o addirittura non arrivano, provo a dare una risposta che abbia almeno uno spiraglio di luce e non mi faccia sembrare eccessivamente negativa a riguardo.
Il cinema di genere può uscire dai circuiti indipendenti, ma solo con un cambiamento culturale collettivo e un reale riconoscimento del valore di queste produzioni. Spesso, pur con budget limitati, queste si distinguono per qualità, in particolare nella scrittura, e per valore culturale. Oggi sarebbe inoltre fondamentale un maggiore supporto istituzionale per il cinema in generale e un riconoscimento reale di tutti i generi, iniziando a valorizzare anche talenti privi di nomi noti; e non andrò oltre a riguardo. Senza queste condizioni, nonostante il loro infinito potenziale, saranno sempre più rari i casi in cui questi prodotti riusciranno a uscire da circuiti indipendenti e dalla loro nicchia di appassionati.
Più in generale, quali sono le difficoltà principali che si trova a dover affrontare chi sceglie di realizzare delle opere in un contesto molto più di nicchia come quello del cinema dell’orrore?
Parlo per la mia esperienza personale con Nebbia, di quella su altre produzioni indipendenti con cui ho collaborato e da racconti di colleghi nel settore. La difficoltà principale per chi realizza cinema horror, e in generale indipendente, è senza dubbio il budget, il vile denaro. Anche trovando un team motivato e disposto a collaborare per un obiettivo comune, ci saranno sempre spese da sostenere, soprattutto se si vuole realizzare un prodotto di qualità.
Spesso, come nel mio caso, si ricorre a piattaforme di crowdfunding, perché i veri aiuti economici sono limitati o difficili da ottenere, con tempistiche talvolta così ristrette da mettere a rischio il progetto. Inoltre, anche con le raccolte fondi, non è scontato raggiungere il budget necessario. Questo può portare alla cancellazione del progetto totale, o a investimenti personali e conseguenti rischi economici. Anche l’iscrizione ai festival, uno dei pochi strumenti per far conoscere le opere indipendenti, comporta spesso costi, anche elevati, che si aggiungono alle altre difficoltà.

Vorrei parlare un po’ più nello specifico del tuo ultimo cortometraggio. Ho trovato interessante come tu abbia scelto di mettere in scena una storia in cui l’orrore è principalmente racchiuso nella condizione in cui si trova il protagonista: un uomo anziano che soffre di Alzheimer e che, per ragioni inizialmente ignote, si trova a gestire da solo la propria routine, affidandosi a delle note lasciate in giro per casa. Generalmente siamo abituati a pensare all’horror come un genere che incute timore grazie alla presenza di mostri, fantasmi, assassini o altre entità analoghe. Cosa ti ha portato a non seguire quella strada e a scegliere un altro punto di vista?
In tutta la mia produzione, l’orrore non nasce mai da elementi fantastici o soprannaturali, ma proviene sempre dall’essere umano o da situazioni reali, perché, come dicevo prima, la realtà è ciò che fa più paura. Anche quando ci sono mostri o presenze non identificate, dietro c’è sempre la cattiveria e la complessità della natura umana che usa questi come capro espiatorio: è sempre comodo dare la colpa a ciò che non conosciamo. Questa è una lezione che ho imparato probabilmente già da piccola, con Scooby Doo e Dylan Dog; il mio fumetto preferito che colleziono in modo maniacale. Opere che hanno profondamente influenzato il mio immaginario, facendomi capire che dietro ogni maschera mostruosa si nasconde sempre una persona con i propri istinti e paure.
Per Nebbia, in particolare, ho voluto usare l’orrore, immagini, musiche e altri elementi come una metafora della malattia di Alzheimer. Un argomento che mi tocca molto da vicino, e sono sicura che toccherà molti. Il corto è tratto infatti da una storia vera, come specificato all’inizio, e reso più chiaro dopo i titoli di coda. Ma non farò spoiler, prometto!
Ho notato che nel cortometraggio non ci sono effetti digitali, ma si è preferito fare affidamento sugli effetti pratici. Si tratta di una scelta legata ai mezzi a disposizione o c’era anche la volontà di rifarsi a un cinema più artigianale, come poteva essere l’horror prima dell’avvento della CGI?
Non sono totalmente contraria al digitale o alle nuove tecnologie, ma la mia idea di cinema è, prima di tutto, un prodotto artigianale, sotto ogni punto di vista. Credo che questo approccio restituisca un’esperienza di visione più concreta e “fisica”. In Nebbia, infatti, ho scelto esclusivamente effetti pratici, e non per una questione di mezzi, ma per una precisa volontà della visione estetica e narrativa.
Ho avuto la fortuna inoltre di avere nel team Francesco Sanseverino, che a mio parere è uno dei migliori in Italia per quanto riguarda gli SFX [effetti speciali]. Altri effetti, più rudimentali ma credo efficaci, li ho realizzati io stessa: è stato insieme divertente e… piuttosto schifoso: anche qui, no spoiler.
Troppo spesso, oggi, vedo opere che si perdono dietro effetti digitali elaborati, e spesso superflui, che finiscono per distrarre o, se troppo artificiali, addirittura compromettere il racconto. Anche per quanto riguarda queste tecnologie, poi, credo che ci siano dei professionisti davvero incredibili; ma il punto è sempre ciò che si vuole ottenere e trasmettere.

Una chicca per il pubblico amante della musica estrema è la presenza di un brano della band death metal italiana Fulci, molto legata all’immaginario dell’omonimo regista. Com’è nata la collaborazione?
Sono una metallara e una fan dei Fulci prima di tutto; li ho scoperti anni fa proprio grazie al nome: Lucio Fulci è uno dei miei registi preferiti. Abbiamo poi avuto modo di collaborare in occasione del Fulcicon 2025, un festival dedicato proprio a celebrare l’eredità di questo incredibile regista. In quell’occasione ho parlato di Nebbia e, da lì, è nata l’idea di inserire un loro brano. Inoltre, sempre al Fulcicon ho proposto a Helio [Gomes, direttore della fotografia di Nebbia], che già conoscevo proprio grazie alla musica e ai concerti, di lavorare con me: è stato quindi un momento importante per molte connessioni del team. Per me è un onore poter avere la loro musica nel mio corto, un altro cerchio che unisce cinema e musica che si chiude. Inoltre, la soundtrack di Nebbia è di TV-CRIMES, progetto parallelo di un membro dei Fulci.
Hai già altri piani per proseguire il tuo percorso da regista, magari con un lungometraggio?
Posso finalmente fare uno spoiler: sì, ho già in cantiere il mio prossimo progetto cinematografico. Attualmente è in fase di scrittura e sarà ancora un cortometraggio. Credo che il corto sia una forma sottovalutata spesso ma, se ben costruito, può esprimere una forza narrativa sorprendente, trasmettendo un messaggio in modo emotivamente potente. Con Nebbia ho iniziato quello che spero diventi un progetto più ampio: una trilogia di cortometraggi, ovviamente horror, collegati tra loro. Anche in questo caso mi occuperò sia della scrittura che della regia: sento il bisogno di mantenere il controllo creativo e restare fedele alla mia visione, senza compromessi.
Solo dopo questa trilogia, e la pubblicazione di un altro libro, prenderò in considerazione l’idea di affrontare un lungometraggio. Ho già idee, ma so di dover ancora imparare molto nel ruolo di regista. E, in fondo, spero di non sentirmi mai “arrivata”, perché è proprio nella crescita che sento la motivazione. Forse sono solo una sognatrice, ma voglio lasciare spazio anche a ciò che la vita ha in serbo lungo questo nuovo percorso. Nel frattempo, continuo a lavorare come sceneggiatrice per altre produzioni e registi: la scrittura resta il mio primo amore, e voglio dare forma anche alle storie e alle visioni di altri, sia sul piano narrativo che cinematografico, aiutandoli a costruire nuovi mondi; soprattutto se sono horror!
Immagine di copertina: Foto dal set di Nebbia con l’attore Claudio Savina (realizzata da Emanuela Giurano e Alessandro Sala).





