Soldati eritrei con fucile in mano.

“Il triangolo no”: Etiopia, Eritrea, Tigray e i rischi per l’Europa

12/3/2025. C’è alta tensione nel Corno d’Africa tra Etiopia e Eritrea. Una guerra tra i due paesi rischia di avere conseguenze disastrose, incluso un impatto sull’Europa.

Il 18 febbraio 2025, l’Eritrea ha dichiarato una mobilitazione militare in tutto il paese. Anche se la retorica bellicosa non è niente di nuovo per il governo eritreo, questa mobilitazione è particolarmente preoccupante, viste le crescenti tensioni con la vicina Etiopia e le dispute interne nella regione etiope del Tigray, in cui l’Eritrea è coinvolta. Anche se questo conflitto sembra molto distante, i suoi effetti rischiano di estendersi fino all’Italia e all’Europa. Come sempre, però, per capire come si è arrivati a questo punto bisogna fare un passo indietro negli anni.

Dalla Grande Etiopia alla secessione dell’Eritrea

La storia dell’Eritrea e dell’Etiopia è una storia di unione e divisione. Colonizzata dall’Italia, l’Eritea rimane per decenni al di fuori dei confini dell’impero etiope – entrandovi solo nel 1952, come parte di una federazione, dopo la fine della seconda guerra mondiale e dell’impresa coloniale italiana. La caduta dell’imperatore nel 1974 rivoluziona completamente la gestione del paese, portando al potere la dittatura militare socialista dei Derg, ma non ne cambia i confini.

Verso la fine degli anni ‘80, però, la situazione in Etiopia comincia a deteriorare. Il regime dei Derg sta fallendo nella sua promessa di dare prosperità alla popolazione – al contrario, una grave carestia colpisce il paese tra il 1983 e il 1985. Il graduale indebolimento del governo centrale favorisce la sorte di due gruppi ribelli, il Fronte di liberazione del popolo eritreo (EPLF, dall’acronimo inglese) e il Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF), attivi rispettivamente nelle regioni periferiche dell’Eritrea e del Tigray.

Soldati eritrei su un carro armato.
Soldati indipendentisti eritrei con un carro armato (1988)
Credits: Wikimedia

Nel 1991, dopo decenni di lotta contro il governo centrale, i ribelli hanno la meglio. Sotto pressione dalle condizioni economiche disastrose e dalle varie ribellioni interne, il governo dei Derg crolla. L’EPLF prende il potere in Eritrea, mentre il TPLF prende il controllo della capitale Addis Abeba, e si impone come la forza politica dominante nel paese. Nonostante abbiano combattuto dalla stessa parte per decenni contro i Derg, l’EPLF e il TPLF non sono per niente allineati. Nel 1993, a seguito di un referendum popolare, l’Eritrea dichiara l’indipendenza dall’Etiopia.

Guerra calda e guerra fredda

Nei primi anni che seguono la secessione dell’Eritrea, i due paesi hanno relazioni relativamente buone. Verso la metà degli anni ‘90, però, cominciano a emergere dei diverbi, in particolare riguardanti le relazioni economiche tra i due paesi, ma anche la diversa visione del TPLF e dell’EPLF in termini di approccio politico alla regione.

Nel 1998, dopo anni di tensioni, i due paesi entrano in guerra, ufficialmente a causa di una disputa territoriale nel villaggio di Badme. La guerra dura due anni, e causa decine di migliaia di morti (le stime più affidabili variano tra i 70,000 e i 100,000). Nel 2000, dopo la sconfitta dell’Eritrea, il conflitto termina grazie agli accordi di Algeri, negoziati dall’Organizzazione dell’unità africana, il predecessore dell’Unione africana. 

L’accordo diplomatico, però, non pone fine alla rivalità tra le due parti. Il governo etiope, dominato dal TPLF, non rispetta la misure previste dall’accordo. L’EPLF, trasformatosi nel Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (PFDJ), consolida una dittatura militare nel paese, sotto la guida di Isaias Afwerki – che, a distanza di più di trent’anni, rimane l’indiscusso presidente. Etiopia e Eritrea entrano così in una lunga fase conosciuta come “niente guerra, niente pace”, in cui l’Etiopia – il paese dominante a livello regionale – isola diplomaticamente l’Eritrea.

Terremoto Abiy: Dalla guerra alla pace e ritorno

La situazione cambia drasticamente nel 2018, quando – dopo quasi tre decenni di dominio incontrastato del TPLF sulla scena politica etiope – una serie di proteste popolari porta a una transizione di potere ad Addis Abeba. Sotto pressione dalle proteste, il TPLF perde potere e concede l’ascesa di un nuovo primo ministro, Abiy Ahmed.

L’ascesa di Abiy porta a due sviluppi principali. Sul lato domestico, il nuovo primo ministro si muove velocemente per estromettere il TPLF dalla scena politica e economica etiope. Sul fronte di affari esteri, Abiy lancia un processo di pace con la vicina Eritrea, promettendo di rispettare gli accordi di Algeri e siglando un accordo di pace con Isaias – mossa che gli varrà il premio Nobel per la pace nel 2019.

Presidenti eritreo e etiope camminano alla discesa dall’aereo.
Il presidente eritreo Isaias Afwerki è accolto dal primo ministro etiope Abiy Ahmed al suo arrivo in Etiopia per una visita nel luglio 2018
Credits: Free Malaysia Today | Reuters

Col senno di poi, però, l’accordo di pace tra i due paesi ha un sapore amaro. Nel novembre 2020, le forze armate tigrine controllate dal TPLF entrano in guerra con l’esercito federale etiope, scatenando una sanguinosa guerra civile. L’esercito eritreo interviene tempestivamente in aiuto dell’Etiopia, alimentando i sospetti che l’accordo di pace del 2018 tra Etiopia e Eritrea fosse poco più che un patto militare contro il TPLF, nemico giurato di Isaias e avversario politico del nuovo governo etiope.

La nuova escalation: Tensioni a tre

Dopo due anni di conflitto, nel novembre 2022 il governo federale etiope e il TPLF siglano un accordo di pace a Pretoria, Sudafrica. L’accordo mette fine a una guerra che è costata la vita a mezzo milione di persone, e ha messo in ginocchio l’intera regione del Tigray, e più in generale l’Etiopia. 

L’Eritrea, però, non gradisce gli sviluppi. Isaias non è stato coinvolto nei negoziati – e, probabilmente, avrebbe preferito la distruzione totale dei suoi acerrimi nemici del TPLF, invece che un accordo di pace. In risposta all’accordo, l’Eritrea aumenta il suo supporto per delle milizie regionali etiopi, consciute come “Fano”, anch’esse deluse dall’accordo di pace. Queste milizie, che hanno una disputa territoriale lunga decenni con il TPLF, erano state armate dal governo federale durante la guerra per combattere le truppe tigrine, ma erano poi state scaricate (così come l’Eritrea) durante i negoziati di Pretoria. 

Dall’altro lato, il governo di Abiy Ahmed nel 2023 comincia a intensificare le dichiarazioni pubbliche di voler conquistare un accesso sul Mar Rosso, definito da Addis come una prerogativa storica dell’Etiopia. Queste dichiarazioni sono percepite come una minaccia (neanche troppo velata) dall’Eritrea, che teme un’incursione militare etiope per conquistare il porto di Assab, parte dell’Etiopia prima del 1993. In aggiunta, il governo etiope consente a un gruppo armato di opposizione eritreo di riunirsi e organizzarsi ad Addis Abeba, alimentando i sospetti di Isaias.

A complicare la situazione ulteriormente arriva un’ondata di tensioni interne alla regione del Tigray. A partire dall’estate del 2024, il TPLF si divide gradualmente in due fazioni. Una è guidata da Getachew Reda, presidente ad interim della regione e favorevole a un approccio più conciliante nei confronti del governo federal etiope,  l’altra è guidata da Debrestion Gebremichael, ex-leader del TPLF, che adotta un approccio più duro nei confronti di Addis.

Ufficiali etiopi e delle Nazioni unite parlano a una conferenza.
L’attuale presidente regionale ad interim del Tigray Getachew Reda, durante una conferenza delle Nazioni unite nel 2016.
Credits: UNICEF Ethiopia / Demissew Bizuwork

Nei primi mesi del 2025, queste tensioni si intensificano, fino ad arrivare a quello che alcuni analisti definiscono un “colpo di stato a fuoco lento” da parte della fazione di Debretsion, la quale, in collaborazione con alti ranghi militari tigrini, cerca di estromettere l’amministrazione regionale di Getachew. Secondo alcune fonti, la fazione di Getachew si è assicurata il supporto di Isaias in caso di un conflitto con il governo federale etiope – rischiando di trascinare l’Eritrea in un conflitto diretto con l’Etiopia.

I rischi di una guerra – per la regione e non solo

Una guerra a campo aperto tra l’Etiopia e l’Eritrea rischia di avere conseguenze disastrose per entrambi i paesi. Le ultime guerre che si sono combattute nella regione hanno portato a centinaia di migliaia di morti e hanno contribuito a peggiorare notevolmente le condizioni di vita in entrambi i paesi. Un nuovo conflitto rischia di aggravare ulteriormente la situazione, aumentando l’estrema militarizzazione dell’Eritrea (che ha già portato circa 700,000 cittadini eritrei a lasciare il paese per richiedere asilo altrove), e creando ancor più instabilità in Etiopia (che già soffre a causa di vari conflitti interni in Oromia e Amhara, le due regioni principali del paese).

In aggiunta, uno scontro frontale tra i due paesi rischia di peggiorare l’instabilità di cui l’intero Corno d’Africa già soffre (a causa delle crisi in Sudan, Somalia, e Sud Sudan), e di scatenare effetti secondari che possono arrivare fino in Europa. Il potenziale collasso dell’Etiopia in caso di una guerra a pieno campo con l’Eritrea rischia di avere conseguenze devastanti in termini di migrazioni, visto che il paese ha una popolazione di 120 milioni di persone, e già ospita più di un milione di rifugiati da altri paesi. In aggiunta, vista la prossimità dell’Eritrea al Mar Rosso, una guerra nella regione rischia di creare instabilità in una zona marittima da cui passa il 20% del commercio dell’Europa.

In una situazione come questa, la comunità internazionale – inclusa l’Europa – ha non solo il dovere morale, ma anche l’interesse di evitare un’escalation. Nonostante alcune fonti dicano che i preparativi per una guerra sono già in corso, non è mai troppo tardi per la diplomazia. L’Unione africana, garante dell’accordo di Pretoria, ha un ruolo da giocare per mediare il conflitto – potenzialmente con il supporto di altri paesi, inclusi l’Arabia saudita (garante dell’accordo di pace tra Etiopia e Eritrea nel 2018), ma anche gli Emirati arabi uniti e la Cina, che mantengono buone relazioni con entrambi i paesi. L’Italia, grazie alle buone relazioni sia con l’Etiopia che con l’Eritrea, ha anch’essa un ruolo da giocare in questa partita, da cui dipende il futuro della regione.

Nota: Le opinioni espresse nell’articolo sono solamente quelle dell’autore, e non riflettono necessariamente quelle di Echo Raffiche o di istituzioni a cui l’autore è affiliato. Il testo è basato su un testo pubblicato in precedenza dall’autore per l’Istituto Clingendael. L’articolo è stato scritto il 12 marzo 2025.

Immagine di copertina: Soldati eritrei che hanno supportato il governo federale durante la guerra in Tigray.
Credits: Free Malaysia Today | AFP

Condividi su: