
Si è parlato tanto negli ultimi due anni dei diversi percorsi abilitanti erogati dalle università italiane per ottenere l’abilitazione all’insegnamento. Ma che cosa sono?
Introdotti dal DPCM del 3/8/23, in conclusione di un percorso legislativo già avviato dal Dl.36/2022, quand’era ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi, si tratta di corsi di formazione post-lauream che prevedono una formazione dei docenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado nelle discipline psico-pedagogiche e antropologiche e nelle metodologie didattiche specifiche delle discipline di insegnamento. Bisogna ottenere un totale di 60 CFU (Crediti Formativi Universitari), teoricamente l’equivalente di un anno accademico di un corso di laurea triennale o magistrale. I costi per decreto non devono superare i 2500 €; in media, oscillano intorno ai 2000 €.
Negli anni scorsi, però, non pochi laureati che volevano intraprendere questa carriera avevano già conseguito dei titoli analoghi: si ricordino i famosi 24 CFU introdotti dal D.M.616/17, da quel momento diventati necessari per partecipare ai concorsi ordinari e/o iscriversi nelle GPS (Graduatorie Provinciali per le Supplenze).
Per chi era ancora studente universitario, l’iscrizione a questo percorso consentì di proseguire la carriera accademica gratuitamente di un semestre, a patto che fossero conseguiti entro il termine stabilito; per tutti gli altri, il prezzo era di 500 €.
E’ chiaro che non si può chiedere a chi ha già conseguito 24 CFU di conseguirne altri 60, per questo sono stati previste diverse possibilità, in un’offerta formativa particolarmente articolata. Questa esenzione però vale solo per chi ha conseguito i suddetti 24 CFU entro il 31 ottobre del 2022.

Chiaramente, allo sconto sui CFU non equivale uno sconto sulle tariffe, per cui un percorso di 30 o 36 CFU viene erogato in ciascun ateneo esattamente allo stesso prezzo di quello da 60 CFU.
Le premesse teoriche sono veramente interessanti: la scuola italiana, soprattutto per quel che riguarda l’istruzione secondaria, ha bisogno di rinnovarsi, sia per un corpo docente piuttosto anziano, sia per un’impostazione didattica che, nonostante le numerose riforme degli ultimi decenni, poco si discosta da quello che è il modello di scuola puramente novecentesco.
In pratica però che cosa è successo? Le università hanno dovuto organizzare i corsi nelle varie regioni, per abilitare i docenti nelle diverse materie oggetto di insegnamento nelle scuole secondarie, con non poche difficoltà nei vari contesti presenti nella penisola. Clamoroso è stato il caso della Valle d’Aosta, nel cui polo universitario non sono stati attivati i percorsi, con un notevole esborso di risorse da parte dei candidati, non solo per le rette d’iscrizione ma anche per partecipare fisicamente alle attività in presenza.
Nel caso dei corsi attivati, invece, l’innovazione è tale solo sulla carta: i corsi, che siano online o in presenza, si concentrano per lo più sulla normativa scolastica e sugli strumenti burocratici necessari a creare una didattica innovativa, ma non sull’innovazione in sé. Le lezioni, dato il numero consistente di persone presenti in aula, sono per lo più frontali, metodologia didattica spesso demonizzata in ambito pedagogico.
Inoltre, le università hanno un numero limitato di spazi, e quindi possono ammettere un numero limitato di candidati. Per tutti i corsi che prevedono anche delle attività in presenza fisica, è necessario fare una selezione tra le domande; domande per le quali è previsto il pagamento di una tassa di iscrizione variabile tra i 50 e i 100 €. Nel caso non si rientri nei posti utili – assegnati tramite l’ennesima graduatoria – non è previsto il rimborso della tassa. Ma la beffa è che per ogni anno accademico si può presentare una domanda per una sola università; quindi chi non venisse preso e/o ripescato, si deve arrangiare, come devono arrangiarsi anche i docenti del comparto dell’istruzione per adulti: lavorano per lo più in orario pomeridiano e serale, ma non sono previste delle fasce orarie di frequenza specifiche per loro.
Per quel che riguarda invece le metodologie didattiche nelle specifiche discipline, in molti casi si tratta semplicemente di lezioni frontali che riprendono alcuni argomenti di base che diversi candidati già hanno affrontato. Cito la mia esperienza: laurea triennale in Biotecnologia, laurea magistrale in Biologia Molecolare e Cellulare, ho dovuto seguire online delle lezioni sulla cellula, sulla stechiometria, sulla chimica organica.
Per ottenere l’abilitazione, alla fine di questi corsi bisogna sostenere una prova scritta e una orale, entrambi consistenti in attività di progettazione didattica, in modo molto simile a quello che già accade per le prove orali e pratiche dei concorsi ordinari. In poche parole, per poter avere un posto fisso nella scuola bisogna fare concorso e corsi abilitanti, e ripetere due volte degli esami sostanzialmente identici.
Cos’è che cambia veramente dunque?
L’abilitazione è ciò che serve per ottenere una cattedra di ruolo, cioè un posto fisso da docente nella scuola pubblica. Fino al 2023, per avere l’abilitazione bisognava vincere un concorso ordinario, rientrando tra i posti utili in graduatoria; chi passava il concorso ma non rientrava nei posti utili, era “idoneo non beneficiario”: chi ha passato i concorsi prima del 2023, è comunque abilitato, anche se non ha ottenuto una cattedra. Adesso i concorsi non sono più abilitanti; garantiscono solo il posto fino alla fine dell’anno scolastico, ma per ottenere il contratto a tempo indeterminato è necessario conseguire l’abilitazione con questa nuova modalità.
Se ciò potrà aver rimpolpato le casse delle università italiane, non è detto che risolva l’eterna questione del precariato. Che ne sarà degli abilitati che non rientrano in posizione idonea a un concorso? Semplicemente entreranno nella cosiddetta “prima fascia” delle graduatorie dalle quali vengono assegnate le supplenze, dove si trovano gli idonei non beneficiari. Insomma, hanno pagato 2000 € per diventare dei precari di serie A.
Al 2024, il numero dei precari nel corpo docenti ammontava a circa il 25% dell’organico complessivo; se torniamo al 2015, quando l’allora Primo Ministro Matteo Renzi dichiarava di volere mettere fine alla «supplentite», la percentuale era del 13,8%.

Questi percorsi abilitanti, dato che non presentano particolare innovazione dal punto di vista dell’offerta formativa per il corpo docente, visto che non in tutte le regioni tutti i candidati hanno potuto iscriversi a tutte le classi di concorso possibili, visto che al momento non sembra essere risolta la questione del precariato, a che cosa servono?
A voi la risoluzione del quesito!
Immagine di copertina: illustrazione di Anna-Maria Stefini.





