Considerazioni di un fotoreporter sugli invisibili della porta accanto

A volte risulta complesso riuscire a comprendere cosa accada in contesti estremamente lontani dal nostro, sia per via della loro diversità, sia per la distanza materiale che ci separa.Carlo Bianchetti, fotoreporter che ha dedicato buona parte del suo lavoro a documentare persone e situazioni che si vengono a trovare sulla rotta balcanica, è tornato a Trieste (che della rotta balcanica è l’estremo occidentale) dalla quale ci ha mandato queste righe e alcune foto. Un diario di bordo, un insieme di considerazioni lucide e taglienti che ci parlano delle contraddizioni di una città di confine, e che rimettono al centro l’importanza di non relegare ad un altrove la nostra umanità.

C’è un certo fascino nel guardare il mappamondo, chiudere gli occhi e puntare un dito sulla cartina geografica, pianificando un viaggio lontano, un’avventura… montagne altissime innevate tutto l’anno, spiagge esotiche, ricche palme a cornice di tramonti colorati su oceani sperduti, quel desiderio di scappare da dove le cose non vanno  dove l’erba del vicino è sempre più verde: ovunque, ma non qui. 

Ovunque, finché le cose non si fanno brutte, difficili, disumane, perché quando è una catastrofe a raccontarci del mondo intorno a noi, che sia un grande incendio o un terremoto, una guerra senza regole o un poliziotto che spara agli innocenti, allora diventa facile sentirsi al sicuro dove siamo, comodi e innocenti. 

Il porto vecchio di Trieste.immagine per gentile concessione di Carlo Bianchetti

Finché le cose non sembrano riguardarci da vicino è quasi spontaneo alzare la voce, smuovere le piazze, ritrovare tutta l’umanità che ci contraddistingue ed avere chiare le nostre opinioni su cosa sia giusto e cosa no, perché in fondo qui non succede, il dolore e l’ingiustizia sono il gusto amaro di un viaggio pericoloso che non incrocerà mai le nostre mete. 

Eppure non è così, ci riguarda eccome e succede ogni giorno sotto i nostri occhi. 

Qui siamo a Trieste: la città del Caffè, del vento, delle università multiculturali, il punto di connessione tra Italia e Oriente, una fermata a volte solo di passaggio ed è anche qui che accade tutto. A pochi, pochissimi passi dalla stazione dei treni c’è un posto chiamato Porto Vecchio: 61 ettari di rottami ed edifici dismessi, abbandonato ed in pieno decadimento, vecchie mura di commercio che ora lasciano posto a graffiti, bottiglie vuote e centinaia di persone che non hanno altra scelta se non quella di abitarlo in un modo o nell’altro. Trieste non è certo nuova a chi affronta la Rotta Balcanica, migranti in cerca di vita ai confini dell’occidente che da decenni in migliaia ogni anno arrivano qui, per la maggior parte solo di passaggio. Coloro che invece qui si fermano però devono per forza di cose piegarsi ai tempi della solita burocrazia, dei posti nei campi profughi che sembrano non esserci mai, di una questura che è stata spostata lontano dalla città con l’apparente unico motivo di rallentare ulteriormente ogni singola pratica cercando di allontanare sempre di più ogni speranza.

Uno dei tanti ragazzi e uomini che hanno abitato il Porto Vecchio per mesi in attesa di documenti. Persone che arrivano dal Pakistan, Afghanistan, Bangladesh, Nepal e Siria, solo per citarne alcuni. Immagine per gentile concessione di Carlo Bianchetti

Sembrerebbe allora non esserci posto per nessuno, eppure le persone continuano ad arrivare entrando in questo limbo dalla quale a volte non sembra esserci via d’uscita; un limbo nel quale rimangono bloccate, quasi sempre per mesi, tra queste mura. 

Certo, la situazione non è nuova: prima del Porto Vecchio c’erano il Silos e Piazza Libertà dove sono sempre state tante le diverse associazioni che anche oggi continuano l’incredibile lavoro di assistenza verso tutti coloro che ne hanno avuto bisogno. Poco  importa se siano dieci, cento o diecimila persone, perché anche una sarebbe di troppo. Come se non bastasse, ognuna di essere porta con sé storie di violenze subite non solo lontano da qui, ma spesso dietro l’angolo, dentro ai nostri confini; tutte queste storie giacciono per mesi ad una manciata di passi da Piazza Unità d’Italia, storie di botte, furti, colpi d’arma da fuoco e di ragazzi morti di fame o infezioni. 

un uomo migrante all’interno di una struttura diroccata in bianco e nero.
Uno dei tanti ragazzi e uomini che hanno abitato il Porto Vecchio per mesi in attesa di documenti. Persone che arrivano dal Pakistan, Afghanistan, Bangladesh, Nepal e Siria, solo per citarne alcuni.
persone ammassate davanti agli uffici della questura di Trieste; immagine in bianco e nero.
Un giorno qualsiasi alla questura di Gorizia, dove i tantissimi richiedenti asilo sono costretti ad andare ogni giorno per non perdere il posto nelle liste d’attesa spesso lunghissime sperando di poter essere trasferiti in un campo di accoglienza. Immagine per gentile concessione di Carlo Bianchetti.

I respingimenti, le detenzioni ed i cani che ringhiano al guinzaglio, i trafficanti di esseri umani che ti costringono alle cose peggiori ed i poliziotti che non hanno neanche la decenza di guardarti negli occhi mentre ti spaccano i bastoni sulla schiena prima di consegnarti ad altri colleghi di altre frontiere. 

Trieste poi ne è solo un esempio: potremmo parlare di Ventimiglia, Trento, Roccella Jonica e Lampedusa ma sappiamo bene che sono solo alcuni casi nostrani di quello che accade  —  con tutta probabilità continuerà ad accadere — ogni giorno.

Tutto si verifica ovviamente ad una manciata di passi dalle nostre nostre case, dentro alle nostre città, davanti ai nostri occhi. 

giacigli improvvisati all’interno di una struttura diroccata in bianco e nero.
Una delle tante stanze del Porto Vecchio dove circa 40 nepalesi hanno dormito per mesi al riparo dal vento e dalle piogge. Immagine per gentile concessione di Carlo Bianchetti.

Eppure sembra così difficile riuscire a dare la giusta importanza, tendere la mano e provare a fare qualcosa quando (e se) possibile, cercando davvero di trovare una soluzione. 
Forse questo accade perché sembra incredibile che qualcosa di così assurdo possa succedere qui o, forse, perché è più facile empatizzare con qualcosa che si verifica ovunque pensando che qui non possa mai accadere. Ma accade.




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *