Se tutti i danesi fossero ebrei

Lorenzo Gafforini, curatore di “Se tutti i danesi fossero ebrei”, presenta l’opera postuma di Evtušenko, capolavoro edito in anteprima mondiale a Brescia.

«Finché esisteranno i confini,
saremo sempre preistorici.
La vera storia avrà inizio
quando essi non ci saranno»[1].

Evghenij Evtušenko, Fukù!, Garzanti Libri, Milano, 1989

Se tutti i danesi fossero ebrei è il titolo dell’opera teatrale postuma di Evghenij Evtušenko (1932-2017), professore e letterato di origine siberiana, enfant prodige della letteratura russa a cui si devono alcune tra le poesie, i memoriali e i romanzi più letti in tutto l’occidente durante gli anni Settanta.

Prima di approdare a Brescia, il testo sarebbe rimasto inedito in tutto il mondo per oltre due decenni, salvo un accenno all’interno di una rivista russa del 1996. A Lorenzo Gafforini, giovane scrittore bresciano, va il merito di aver riesumato le cadenze teatrali di Evtušenko, facendo convogliare tutto il materiale in un volume edito da Lamantica Edizioni, casa editrice bresciana.

«Quest’opera teatrale idealmente non era stata pensata per la pubblicazione ma solo per i circoli teatrali» racconta il curatore: «Era andata in scena negli anni Novanta soltanto in America, grazie al supporto di Albert C. Tood che l’aveva tradotta dal russo all’inglese».

In quegli anni, infatti, Evtušenko risiedeva in America, in Oklahoma, ed era professore di letteratura e cinematografia presso l’Università di Tulsa. Un privilegio notevole per un letterato dell’Urss, in un periodo in cui la morsa censoria si stava facendo sempre più pesante e i contatti con l’estero erano limitati.

Foto di Lorenzo Gafforini, curatore del volume Se tutti i danesi fossero ebrei, edito da Lamantica Edizioni, casa editrice bresciana.

«La pièce è stata poi trasposta in Danimarca, Germania, Russia e infine anche in Italia, grazie alla traduzione di Evelina Pascucci che, dagli anni Ottanta in poi, ha lavorato a gran parte delle opere di Evtušenko» spiega Lorenzo: «Lo spettacolo è stato preso in carico dal Centro Universitario Teatrale diretto da Giorgio Mennoia ed è andato in scena a Cassino nel 2004, su iniziativa dell’amico Francesco De Napoli».

A Francesco De Napoli si deve infatti la stesura del saggio introduttivo all’opera curata da Lorenzo, il cui intervento, oltre ad apportare un valore affettivo aggiunto, denota la profonda stima riposta nel poeta: «De Napoli aveva già scritto un bel saggio su Evtušenko e, ciò nonostante, a distanza di vent’anni, è tornato a scrivere di lui in maniera diffusa. Si tratta di un saggio molto interessante e completo, forse il più completo che sia mai stato scritto su questo poeta in Italia».

Come puntualizza Lorenzo, Evtušenko era già stato ospite di De Napoli a Cassino nel 1986, e si era tenuto in contatto con il professore per via epistolare. De Napoli dunque ne tratteggió la descrizione servendosi di queste parole: «Chiunque avesse conosciuto il poeta del disgelo nei suoi anni migliori, ora avrebbe subito letto, nei suoi limpidi occhi azzurri, uno stato d’animo di evidente rassegnazione […] Ciò non aveva minimamente affievolito la sua antica fede: per quanto la preistoria segua le leggi dell’homo homini lupus, a influenzarla rimane sempre – anche se in minima parte, anche se con esiti imprevedibili – la cultura»[2].

Foto del libro Se tutti i danesi fossero ebrei, edito da Lamantica Edizioni, 2022

Come si è venuti a conoscenza di questo capolavoro?

Lorenzo Gafforini ripercorre la pista che lo ha condotto sulle tracce di Se tutti i danesi fossero ebrei, illustrandocene le fasi di ricerca passo dopo passo: «Inizialmente volevo girare un podcast su un suo poemetto, edito sempre negli anni Ottanta, e ho provato a mettermi in contatto con Evelina Pascucci per avere i diritti della sua traduzione. Dopo una serie di chiamate, mi sono imbattuto nel Centro teatrale di Giorgio Mennoia, una realtà universitaria cassinese con cui la Pascucci aveva collaborato e da cui ho appreso della sua morte».

 «Nel corso di queste ricerche, non mi aspettavo di trovare un’opera teatrale» racconta: «Una volta letto il copione scannerizzato e averlo trascritto per intero su word, mi sono messo immediatamente in contatto con i parenti di Evtušenko per ottenerne i diritti».

Un’opera che oppone il dramma del singolo alla disumanità del potere: il tribolato arco temporale entro cui l’autore ha intinto la sua penna, portavoce di quella «cultura concreta» che ne ha animato i personaggi. Evtušenko, a detta di De Napoli, era stato così in grado di «trasformare un’infelice vicenda in una drammatica novella ripartita in quadri, come su fondali illustrati dipinti da un cantastorie»[3].

«L’opera rispecchia a pieno i motivi del teatro Novecentesco, dalla sperimentazione agli intenti di critica sociale e di straniamento tipici di un Bertol Brecht. Non mancano rimandi anche alla tradizione rinascimentale, come è evidente in alcuni splendidi passi dei Salmi, la cui sonorità riecheggia ancora nella resa in italiano della Pascucci» prosegue Lorenzo nell’illustrarcene la facies stilistica.

Foto di Lorenzo Gafforini e Francesco De Napoli

Evtušenko sposa quindi la tradizione teatrale e ambienta metà della vicenda nel XVII secolo, al cospetto della principessa Leonora Cristina di Danimarca, imprigionata nella “Torre Azzurra” del castello di Copenaghen e costretta a scontare la sua pena. Si appresta poi sulla scena anche un’altra giovane protagonista, un’ebrea vittima dei soprusi della Seconda Guerra mondiale, recatasi in Danimarca per richiedere la salvezza del padre dai lager.

I tormenti di Leonora Cristina si intersecano così con la brutalità dell’occupazione nazista, quella stessa ferocia delle purghe staliniane che aveva colpito i nonni dell’autore, entrambi imprigionati dopo essersi ribellati al regime.

La penna di Evtušenko si scalda così sotto i riflettori di un dramma collettivo che investe la storia intera e i suoi personaggi. Tra le composizioni più audaci, non era passato inosservato ad esempio anche il poema Babij Jar, aperta condanna dell’antisemitismo in Unione Sovietica, con cui l’allora ventottenne Evtušenko aveva denunciato il massacro di un milione di ebrei alle porte di Kiev per mano nazista.

Versi che hanno ispirato la Tredicesima sinfonia in si bemolle minore di Sostakovich, smuovendo le coscienze di un paese in cui la questione antisemita era ancora tabù, tanto che in Russia si dovette aspettare il 1991 per l’avvio delle indagini sulla Shoah.

foto di Evghenij Evtušenko (1932-2017)

Un atteggiamento di condanna verso l’omertà, perno di una produzione letteraria impegnata fin dagli esordi, a partire da uno dei componimenti più noti, Gli eredi di Stalin, in cui Evtušenko aveva manifestato aperto dissenso verso i seguaci dello stalinismo. Solo con il tramonto di Chruscev e l’ingerenza sempre maggiore del Cremlino sul mondo intellettuale, la penna dell’autore abbandona i toni accesi, ripiegando su tematiche più distese quali la crisi cubana o la spedizione di Gagarin nello spazio.

A quale casa editrice bresciana si deve la prima edizione di “Se tutti i danesi fossero ebrei”?

«Una delle soddisfazioni maggiori è stata convogliare il mio lavoro in un prodotto edito da Lamantica Edizioni, una casa editrice bresciana, che ha la particolarità di fare testi in tiratura limitata e con le pagine interamente azzurre» spiega Lorenzo.

Pur trattandosi di un’attività microeditoriale, fondata nel 2015 da Giovanni Peli e Federica Cremaschi, l’associazione culturale Lamantica Cultura opera sul territorio occupandosi anche di letteratura contemporanea italiana, traduzioni dei classici del Novecento e consulenze editoriali e amministrative di vario tipo.

«La traduzione di Evelina Pascucci, impiegata nella messa in scena del 2003, è stata da noi arricchita e ampliata grazie al supporto di Lidia Astapenko, una ragazza russa che ci ha aiutato a completare il testo. Molti pezzi in lingua originale, conservati negli archivi della Stanford University, ci sono infatti pervenuti tramite il figlio di Evtušenko e ci hanno permesso di imbastire l’opera nel modo più esauriente possibile».

Logo di Lamantica Culture

«È stato un lavoro di un anno, molto intenso ma pieno di soddisfazioni» conclude: «Entrare nella filiera dell’editoria e vedere il libro nascere passo dopo passo è un’esperienza emozionante; pur non essendo una mia opera ma una curatela, questo è senz’altro il progetto di cui vado più orgoglioso».

Se tutti i danesi fossero ebrei è stato presentato giovedì 30 giugno, presso il MO.CA, Centro culturale attivo a Brescia, tramite il servizio cittadino di Informagiovani. Per l’occasione anche il professore cassinese Francesco De Napoli ha presenziato all’evento.

Proprio lui che in Evtušenko era riuscito a intravedere «quella predisposizione alta e diversa, assai più rara» che, come scrive nel suo saggio, non si limitava all’estro letterario ma a una vocazione più autentica: la capacità di «incarnare i fermenti vitali e le aspirazioni della gente comune con semplicità, umanità e saggezza»[4].

Lasciamo allora che il poeta del disgelo torni a occupare il suo proscenio, confortati da questa «preistoria fiabesca» che Lorenzo Gafforini, con devozione e spirito intuitivo, ha saputo restituire alle pagine azzurre di Lamantica Edizioni.

[1] Evtušenko Evghenij, Se tutti i danesi fossero ebrei, a cura di Gafforini Lorenzo, Lamantica Edizioni, Brescia, 2022, p. 16.
[2] Ivi p. 58.
[3] Ivi p. 54.
[4] Ivi p. 98.

 

Immagine di copertina: Foto in copertina di Roberta Marini.

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