Uomo giapponese con occhiali e giacca e cravatta
Una breve introduzione ai film di Shin’ya Tsukamoto

Shin’ya Tsukamoto è un artista sperimentale e uno degli autori più completi non solo del panorama cinematografico nipponico, ma anche internazionale. Non si occupa solo della regia e della sceneggiatura dei propri film, come accade per molti autori cinematografici: spesso ricopre anche il ruolo di attore, montatore, direttore della fotografia, produttore e talvolta scenografo. Se c’è un caso in cui è facile identificare un profilo completamente autoriale, è proprio quello di Tsukamoto. Questo totale controllo, molto raro nell’industria cinematografica, soprattutto al di fuori dei circuiti più indipendenti, si traduce in una filmografia variegata e in costante evoluzione.

Gran parte della sua fama è legata alla sua opera d’esordio Tetsuo: The Iron Man (1989). Con un minutaggio a malapena sufficiente a catalogare il film come un lungometraggio, Tetsuo è la messa in scena di un incubo in cui l’ossessione alla Cronenberg per la mutazione del corpo viene rivisitata in chiave industrial e calata nella quotidianità di un salaryman giapponese.

Caratterizzato da una fotografia in bianco e nero, da inquadrature sblienche fatte con camera a mano e da un montaggio spesso frenetico, oltre che dall’uso della stop motion, il film racconta la storia di un uomo che, dopo aver investito un folle automutilatosi per impiantarsi un tubo metallico nella gamba, inizia a essere ossessionato da visioni horrorifiche e a manifestare delle mutazioni che lo porteranno a diventare un ibrido organico-meccanico. Nonostante la mancanza di una narrazione articolata, l’opera è una delle migliori rappresentazioni della prospettiva post-umanista in cui l’essere umano non è concepito come un’entità indipendente e ontologicamente rilevante, ma come qualcosa che può essere sopraffatto e trasformato dalle circostanze esterne fino ad alterarsi sostanzialmente.

Volto di uomo deformato con metallo
Un frame del film Tetsuo: The Iron Man

Temi come il superamento dell’uomo, la repressione delle convenzioni sociali, l’alienazione e l’inibizione sessuale si ritrovano nelle opere più significative della prima parte della carriera di Tsukamoto, come il remake/sequel Tetsuo II: Body Hammer (1992), Tokyo Fist (1995) e Bullet Ballet (1998). Sono proprio queste opere ad aver  fatto di Tsukamoto uno esponente di correnti culturali come il postmodernismo e il postumanesimo.

Sebbene la sua poetica sia stata spesso ricondotta alla cultura cyberpunk, opere come Tokyo Fist e Bullet Ballet, pur mantenendo diversi degli elementi stilistici che hanno caratterizzato Tetsuo, abbandonano qualunque elemento fantastico e fantascientifico per raccontare la realtà del Giappone contemporaneo. L’interesse di Tsukamoto non riguarda i futuri possibili dell’umanità, ma la sua condizione nella società contemporanea.

Il punto di svolta concettuale nella carriera di Tsukamoto è rappresentato da A Snake of June (2002), che rappresenta il punto d’arrivo della poetica di questo autore. Forte di un simbolismo più raffinato e meno violento, quest’opera racconta la fredda vita di coppia di due coniugi completamente distanti tra loro; mentre in tutte le opere precedenti veniva raccontata o la sopraffazione o la liberazione autodistruttiva dell’essere umano, qui viene finalmente affrontata una riappropriazione della propria individualità contro tutte le inibizioni di origine sociale. Attraverso l’intervento di uno stalker fotografo (interpretato dallo stesso Tsukamoto), la moglie della coppia si trova nella condizione di liberare le proprie pulsioni, mentre il marito viene costretto ad abbandonare le proprie inibizioni e a riscoprire la propria emotività. In questo modo, nonostante tutte le difficoltà, l’umanità dei personaggi non è distrutta, ma riscoperta.

Profilo di donna con i capelli corti sotto la pioggia
Un frame del film A Snake of June

In un certo senso, si può considerare la filmografia di Tsukamoto come un progressivo passaggio da una prospettiva postumanista a una più prettamente umanistica in cui le dimensioni emotiva e privata dell’essere umano la fanno da padrone. Nonostante i film di questo periodo siano generalmente meno noti, si tratta di alcune delle opere più raffinate e sentimentali che Tsukamoto abbia mai realizzato, mantenendo sempre centrale il tema del rapporto tra mente, corpo e realtà. Ne è un esempio il dramma Vital (2005), un’originale opera sull’elaborazione del lutto in cui un giovane che soffre di amnesia dopo un incidente stradale in cui perde la vita la fidanzata, si iscrive alla facoltà di medicina e si ritrova a dissezionare proprio il corpo della ragazza, recuperando gradualmente  le memorie della propria relazione. Altrettanto significativo è Kotoko (2011), storia di una giovane ragazza madre che soffre di gravi disturbi psichiatrici a causa dei quali rischia di perdere definitivamente la custodia del figlio.

È degna di nota anche l’ultima svolta nella carriera di Tsukamoto, che a partire da Fires on the plain (2014) scopre una dimensione storica fino a quel momento aliena in una poetica tanto focalizzata sulla contemporaneità: con questo film e con il più recente Hokage (2023), uscito in italia questo mese, Tsukamoto esplora il contesto storico della Seconda Guerra Mondiale, mettendo in scena piccole vicende private in cui risalta sempre l’elemento umano. Ancora più forte e radicale è Killing (2018), opera ambientata durante l’epoca feudale in cui l‘eroismo del samurai, figura chiave della cultura giapponese (non solo cinematografica), viene decostruito e criticato riflettendo sull’assurdità di uccidere altri esseri umani in virtù di un ideale o di un’etica guerriera.

Giovane samurai di spalle e anziano samurai armati di katana
Locandina del film Zan - Killing

Tsukamoto è un autore che è sempre stato in grado di reinventarsi, mantenendosi il più possibile fedele a sé stesso. Ignoto a un pubblico di massa per via del suo stile sperimentale e della particolarità delle sue storie, questo regista merita di essere riscoperto per la sua capacità di raccontare, attraverso storie apparentemente semplici, la complessità dell’essere umano sia nel rapporto con la propria interiorità e il proprio corpo sia nel rapporto con il contesto sociale e l’ambiente in cui si trova. È grazie a questa prospettiva che riesce ad affrontare temi universali che non riguardano solo il Giappone, ma che, per affinità e divergenze, sono in grado di far riflettere anche noi.

Immagine di copertina: Un frame del film Tetsuo: The Iron Man

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