Un museo da disinnescare: analisi e limiti di una proposta radicale

La politologa Françoise Vergès sfida il concetto di museo occidentale e invoca un “disordine assoluto”. Ma è possibile decolonizzare senza cancellare la memoria?

Nel suo recente intervento pubblicato su Il Manifesto il 10 aprile 2025, Françoise Vergès — politologa, attivista e una delle voci più influenti del pensiero decoloniale contemporaneo — rilancia una critica netta e provocatoria alle istituzioni museali occidentali. Nell’intervista, intitolata “Un disordine come programma”, l’autrice sottolinea la necessità di decolonizzare radicalmente il museo, non soltanto attraverso la restituzione delle opere sottratte in epoca coloniale, ma anche attraverso una revisione profonda del ruolo stesso che questi luoghi svolgono nella costruzione del sapere e della memoria collettiva.

Chi è Françoise Vergès? Figlia dell’intellettuale anticolonialista Paul Vergès e cresciuta tra l’Isola della Réunion e la Francia metropolitana, ha dedicato la propria produzione teorica alla decostruzione dei meccanismi di dominio che si sono sedimentati nelle istituzioni culturali europee. Il suo sguardo affonda le radici nell’esperienza diretta del colonialismo e si nutre della lezione di Frantz Fanon, figura chiave del pensiero anticoloniale del Novecento. Psichiatra e intellettuale originario della Martinica, Fanon ha denunciato con forza le dinamiche psicologiche e culturali della dominazione coloniale, sostenendo la necessità di una rottura netta e rivoluzionaria con l’ordine imposto dalle potenze europee. Vergès recupera da lui l’urgenza di un “disordine” capace di spezzare le strutture di potere e di riaprire spazi di narrazione alternativi. Nel suo saggio Il museo come campo di battaglia. Programma di disordine assoluto (Meltemi, 2025), Vergès contesta l’idea del museo come spazio neutrale e oggettivo, denunciandone l’origine coloniale e l’implicita funzione di consolidamento di un ordine culturale eurocentrico.

Elvira Dyangani Ose e Françoise Vergès intervengono a Prada Frames durante la Milano Design Week al Museo Bagatti Valsecchi il 15 aprile 2024 a Milano, Italia.
Foto di Jacopo M. Raule/Getty Images for Prada

Secondo Vergès, infatti, il museo occidentale è nato in seno all’Illuminismo e ha accompagnato la logica espansionistica degli imperi europei. Le campagne napoleoniche e le grandi imprese coloniali hanno fornito il materiale simbolico e artistico per costruire le collezioni, attraverso il saccheggio sistematico di manufatti e opere provenienti da territori sottomessi. La narrazione museale si è così costruita su una selezione parziale e strumentale del sapere, che ha confermato l’Europa come centro della civiltà. Di fronte a questa eredità, Vergès propone una trasformazione radicale: immaginare un “post-museo”, un’istituzione che non si limiti a esporre il passato, ma che diventi spazio politico, vivo, aperto alla pluralità delle voci e delle esperienze.

La restituzione delle opere ai paesi d’origine è per Vergès un punto imprescindibile di giustizia storica. Ma questa richiesta, per quanto legittima e urgente, apre scenari complessi. Non tutti i paesi di origine dispongono oggi delle strutture adeguate per accogliere, conservare e valorizzare le opere restituite. Inoltre, una restituzione incondizionata rischia di ignorare le dinamiche politiche, sociali ed economiche interne a quei contesti. In questa prospettiva, un approccio fondato sul dialogo e sulla collaborazione tra musei e comunità potrebbe risultare più efficace: progetti congiunti, esposizioni itineranti, scambi formativi e programmi educativi capaci di restituire senso e profondità alle opere nel loro contesto originario.

L’idea di Vergès di un “programma di disordine assoluto” solleva ulteriori perplessità. Se portata alle estreme conseguenze, questa visione potrebbe condurre a una forma di iconoclastia che finisce per compromettere il valore educativo e simbolico del museo. Il pericolo dell’iconoclastia, infatti, non è solo la rimozione indiscriminata di simboli considerati oppressivi, ma anche la perdita di strumenti per riflettere criticamente sul passato. Cancellare opere e oggetti problematici potrebbe infatti impedire alle generazioni future di confrontarsi con la complessità della storia, trasformando il museo da luogo di elaborazione collettiva a vuoto ideologico.

Il 19 febbraio 2022, due manufatti saccheggiati dal Regno del Benin nel 1897 dai britannici — un galletto (in foto) e un busto in bronzo — sono stati restituiti e collocati nel palazzo dell’Oba a Benin City, in Nigeria.

È importante ricordare che, nonostante le criticità, oggi molti musei sono impegnati in un lavoro di autoriflessione e revisione delle proprie pratiche. Curatori, studiosi e attivisti stanno lavorando per riorientare le narrazioni espositive, includere prospettive diverse, collaborare con le comunità di provenienza e rendere i musei spazi più inclusivi. Ignorare questi cambiamenti o liquidarli come mera retorica rischia di appiattire la complessità del panorama culturale contemporaneo.

Nella visione tradizionale, il museo è stato concepito come luogo di educazione, contemplazione e conservazione. In esso si custodisce il patrimonio materiale e immateriale dell’umanità, si stimola il pensiero critico, si crea dialogo tra epoche e culture. Se è vero che molte collezioni affondano le radici in una storia violenta di appropriazione e potere, è altrettanto vero che il museo può trasformarsi, farsi spazio dinamico, inclusivo, consapevole. L’equilibrio tra memoria e cambiamento non deve tradursi in rimozione o negazione, ma in una rielaborazione capace di tenere insieme responsabilità storica e valore simbolico.

In conclusione, la proposta di Vergès rappresenta una sfida necessaria: ci costringe a interrogare le fondamenta del sapere museale e a non accontentarci di soluzioni superficiali. Ma la decolonizzazione non può diventare un atto di cancellazione: deve essere un processo di cura, di ascolto, di rielaborazione. Il museo, da campo di battaglia, può evolvere in laboratorio di dialogo e comprensione reciproca. Non luogo di indottrinamento, né tempio sacro della cultura dominante, ma spazio vivo dove le opere parlano non solo del passato, ma anche del presente e delle sue ferite, offrendo strumenti per ricomporle in modo condiviso e consapevole.

Illustrazione di Anna-Maria Stefini.

Immagine di copertina: illustrazione di Anna-Maria Stefini.

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