Usare la scienza come strumento politico

O meglio perché dovremmo imparare a concepire la scienza come azione proattiva nei confronti di un futuro (diverso!), come terreno fertile d’attivismo e come strumento d’emancipazione.

Mark Fisher ci insegna che il punto di forza del capitalismo è la sua capacità di convincerci che, ad esso, non ci siano alternative. Anzi, che ogni alternativa proposta – seppur accattivante – se messa in pratica, non possa che fallire. Un’ipotesi lineare e concisa, basata sull’evidenza che nessun altro sistema abbia funzionato e che quindi nessun altro possa funzionare. Non serve conoscere i problemi dell’induzione per accorgersi di quanto l’apparente semplicità di questo pensiero celi mancanze profonde. La soluzione, per Fisher, consiste nel sapersi pensare al di fuori del capitalismo, che, come petrolio in mare, ci invischia in abitudini appiccicose e pensieri neri. 

Se l’operazione di Fisher è principalmente culturale, volta a radicare in chi lo legge il dubbio e il senso di prospettiva, l’operazione di Nick Srnicek e Alex Williams – suoi allievi – coincide con la stesura di un testo programmatico per la sinistra di domani. Se doveste storcere il naso nel leggere “la sinistra di domani”, allora vi accorgereste di quanto Fisher avesse ragione.

Srnicek e Williams definiscono cosa si debba fare, qualora Fisher ci convinca. E Fisher è convincente. Dovremmo pretendere la totale automazione del lavoro, il reddito universale ed un tempo nostro, scisso dal lavoro. Il tutto dovrebbe avvenire attraverso lo sfruttamento del sapere scientifico e del progresso tecnologico, una volta emancipati – come saremmo emancipati noi – dai dogmi del capitalismo.

Non ricordo, prima del 2020, un periodo in cui l’attenzione mediatica si sia dedicata tanto alla scienza. Alessia Ciarrocchi, biologa molecolare, in prima serata su La7, ha spiegato come, in momenti di crisi, le persone tornino alla scienza, le chiedano risposte e le affidino speranze. Ciarrocchi dice anche che, per natura, il metodo scientifico è democratico. La scienza è per tutti: le conclusioni scientifiche sono a favore di tutti, senza distinzione di etnia, sesso, genere, religione o status sociale. Essendo sempre sottoposta a giudizio di pari, la scienza combatte il dogmatismo. Non essendo mai operata dal singolo, ma da gruppi che lavorano con metodi trasparenti, accessibili e riproducibili, la scienza è pluralista, internazionale e progressista.

Proteste di studenti brasiliani contro i tagli alla ricerca. Maggio 2019, The Scientist.

In linea teorica, la scienza che opera in modo onesto e trasparente ha tutti questi attributi. Ciò nonostante, faremmo un errore se la immaginassimo come un processo che si svolge nel vuoto, a prescindere dalle forze sociali e governative in gioco. La scienza quindi, può dirsi libera e pura, solo in via di principio. Essa infatti, calandosi nel reale, ne sposa idiosincrasie e limitazioni. Prendiamo ad esempio Mayana Zatz, biologa, che spiega a Stick to the science – podcast prodotto da Nature – come le continue riduzioni dei fondi alla ricerca, attuate dal presidente brasiliano Bolsonaro, correlino con la riduzione del numero di domande che i gruppi di ricerca si possono porre o a cui possono sperare di rispondere.

La scienza è quindi uno strumento, e, in quanto tale, è dipendente da chi ne fa uso. Essa può servire a chi esercita un potere – che possiamo percepire come ingiusto, discriminante o limitante. Ciò spiega la dilagante sensazione che la pratica scientifica equivalga all’affermazione di assetti sociali stabiliti e – all’apparenza – immutabili. Dire che la scienza è aperta, libera e pluralista non è certo un errore, ma è un’omissione di prospettiva, come spesso lo sono le visioni normative dei fenomeni. Ci dimentichiamo della sua contingenza. Da qui già si scorge il pendio scivoloso che porta qualcuno a pensare che il vaccino del COVID-19 celi la volontà di controllo di un sistema oppressivo.

D’altro canto, pensare alla scienza come mero prodotto della società in cui è inserita ne limita le potenzialità intrinseche. Il rapporto tra le due – società e scienza – è meno lineare di quanto appaia ad un primo sguardo. Con le parole di Helen Hester: “Tra tecnologia e rapporti sociali la relazione è complessa, mutualistica, dinamica e basata su dialogo costante. I cambiamenti in un campo influiscono sull’evoluzione dell’altro”.

Più concretamente, Hester rivendica l’utilizzo delle tecniche di riproduzione assistita e surrogata come pratiche di liberazione personale e come spinta anti-naturalista. Esse sarebbero infatti da applicarsi non tanto per aiutare ciò che è naturale, ma per permettere ciò che è giusto. Ovvero, per pensare ad un modello di comunità che superi quello di famiglia eterosessuale – senza negarlo ma proponendone delle alternative – e ad una maternità non relegata e limitata al codice binario di femminile e maschile.  Hester propone un manifesto xenofemminista inscindibile dal sapere scientifico e dallo sviluppo tecnologico.

Del-Em: strumento di estrazione mestruale usato da collettivi femministi della seconda ondata in senso emancipatorio, spesso citato come esempio concettuale da Hester.

Sposare attivismo politico e ricerca scientifica risulta una buona soluzione rispetto al monito di Fisher. Pensare alla scienza non solo come elemento nella società, ma anche come parte fondante, con potenziale connaturato, la rende terreno fertile per l’attivismo politico. Scienza, tecnologia e razionalismo non sono infatti da pensare come costrutti patriarcali di default, ma come prodotto e concausa di diversi sistemi sociopolitici

Pensare che la scienza possa funzionare solo come supporto capitalista limita le sue capacità e sminuisce, offusca e intralcia le caratteristiche che la rendono strumento e spazio politico tanto potente. Pensare all’attuabilità o alla stessa pensabilità di un sistema post-capitalistico vuol dire pensare alla scienza al contempo come strumento e come valore fondante.

Se vogliamo immaginare la scienza come strumento, dobbiamo allora immaginarla come ci è stata descritta da Lucca Fraser in risposta alla domanda: “Gli strumenti del padrone possono demolire la casa del padrone?”. Ovvero: Sì. […] Gli strumenti sono esattamente questo, hanno degli utilizzi che vanno oltre le intenzioni dei loro padroni. E hanno delle debolezze che si possono sfruttare per fare sì che facciano cose diverse da quelle per cui sono stati concepiti.

Immagine di copertina: illustrazione di Giulia Canetto

condividi:

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin
Share on google
Share on whatsapp
Share on email