Altruismo: Che altro c’è?

Comprendere e ricercare la spinta altruista nell’era del fallimento della scelta egoista.

Tradizione profana, strategia di marketing o retaggio religioso che sia, quello del Natale è il tempo degli slogan sull’altruismo. Se è discutibile il fatto che la spinta dei media a riflettere e ad agire in senso prosociale sia quasi esclusivamente natalizia (“A Natale siamo tutti più buoni”: «Ma perché non sempre?», ci siamo chiesti tutti almeno una volta), è indubbio che l’altruismo sia un tema socialmente rilevante, oggetto tanto di elogi quanto di critiche.

Non è forse solo egoismo mascherato? Si è altruisti solo per cercare un’approvazione esterna? Quando e quanto siamo davvero altruisti? Perché agire per il bene degli altri e non solo per noi stessi?

Vale la pena provare a capirci qualcosa.

Giovane figlio del positivismo di Auguste Comte (siamo a metà dell’Ottocento circa), il termine “altruismo” nasce dalla necessità di inventarsi un degno contrario dell’egoismo. Il buon Auguste rimproverava alle morali edonistiche ed utilitaristiche del diciottesimo secolo di aver ignorato che nell’uomo, oltre agli istinti egoistici, vi sono anche quelli altruistici. L’idea alla base della sua morale è proprio la subordinazione del singolo all’umanità per lo sviluppo di quest’ultima (parla addirittura di una “Religione dell’Umanità”).

Da qui, però, si sono originati infiniti dibattiti tra argomentazioni teoriche e dati empirici contrastanti, relativi in particolare a quando e quanto un comportamento sia definibile altruistico.

Nei manuali di psicologia sociale l’altruismo è definito come l’agire intenzionato ad incrementare il benessere altrui. Fin qui tutti d’accordo. Ma questo tipo di comportamento è messo in atto con una – conscia o inconscia – aspettativa di ricompensa o senza alcuna aspettativa di vantaggio personale?

Partiamo dalla prima ipotesi, quella dello pseudo-altruismo. Le sue radici stanno nel fertilissimo terreno dell’evoluzionismo darwiniano, che contempla i comportamenti di aiuto solo in quanto finalizzati al vantaggio del gruppo di appartenenza o determinati dalla legge non scritta della reciprocità e del do ut des. Un importante parallelismo emerge nell’ambito della religione cattolica, in cui si predica l’ottenimento della salvezza e della Vita Eterna attraverso le opere buone (quindi non proprio così disinteressate). Con l’avvento della psicologia l’altruismo resta inizialmente negletto: pensiamo alla psicoanalisi, nata dalla ricerca sulle dinamiche dell’Io, sui suoi bisogni, le sue debolezze e i suoi piaceri. Da questo substrato scientifico e culturale non poteva che derivare una prima interpretazione dell’altruismo come egoismo-mascherato. In effetti, essere altruisti conviene (e, secondo recenti studi, allunga la vita). L’approccio pseudo-altruista tende a spiegare anche l’altruismo secondo un modello costi-benefici, nel quale la ricompensa del comportamento altruistico, se non direttamente osservabile, è quantomeno interna, quindi legata per esempio all’incremento di autostima, all’approvazione da parte del gruppo sociale o alla riduzione di uno stato psico-fisiologico negativo attivato dall’esposizione al malessere altrui.

L’iconico Barney Stinson della serie TV How I met your mother descrive, con il linguaggio tipico del suo personaggio, il piacere di fare volontariato.

La seconda corrente di pensiero sostiene, invece, che eventuali vantaggi siano solo effetti secondari di un comportamento essenzialmente altruistico. In questo senso diventa possibile descrivere la personalità (qualcosa di più stabile, quindi) di chi tende ad agire in modo prosociale senza secondi fini e a prescindere dalla valutazione della specifica situazione, ha elevate capacità empatiche e sperimenta un forte senso di “noi-tà” nella relazione io-altro.  Inoltre, secondo il filosofo Immanuel Kant, la più ammirevole forma di altruismo “puro” non risponde solo alla compassione o ad una personale disposizione, bensì all’interiorizzazione della legge morale.  La forza del “Tu devi” della legge morale ci porterebbe ad agire per l’altro, trattandolo «sempre come un fine» anche quando un’altra opzione sarebbe più vantaggiosa: è così che diventiamo qualcosa di più di semplici animali sociali pseudo-altruisti.

Seppur riduttive se considerate separatamente, entrambe le ipotesi risultano difficili da confutare.

Verso una soluzione: altruistico è l’atto in sé o la motivazione all’atto?

Quella altruistica potrebbe essere una delle motivazioni di un comportamento, ma non la sola possibile. Non facciamoci confondere dall’apparente incompatibilità tra egoismo ed altruismo: se la singola motivazione non può essere descritta allo stesso tempo come egoista (la direzione della spinta è verso di sé) ed altruista (la direzione della spinta è verso l’altro), il singolo comportamento può invece originare da diverse motivazioni e assumere entrambe le connotazioni.

L’apice dell’altruismo puro (con motivazioni esclusivamente altruistiche) sarebbe l’agire per il bene altrui anche quando ciò comporta un costo in termini di benessere proprio (è l’altruismo “in senso forte”, quello degli eroi). D’altro canto, resterebbe altruista – almeno parzialmente – chi agisce per il bene degli altri, ma sempre secondo una massima del tipo «Non farò nulla che sacrifichi il mio benessere personale» (è questo un esempio di altruismo “in senso debole”) o secondo motivazioni pseudo-altruistiche.

Il quadro completo delle nostre motivazioni ad agire potrebbe permetterci di comprendere se e quanto siamo altruisti. Ci sono stabili tratti di personalità, diverse esperienze sociali pregresse e variabili situazionali, ci sono vantaggi e svantaggi, attivazioni cerebrali e reazioni fisiologiche legate alla compassione. Sono tanti gli ingredienti altruisti e pseudo-altruisti della scelta di agire per il bene degli altri.

Ma la scelta può essere anche di non farlo.

Gli slogan natalizi che invocano l’altruismo rappresentano una breve e poco convincente parentesi tra quelli che acclamano i male interpretati e abusati concetti di self-love o di sano egoismo, durante i restanti undici mesi dell’anno.

Il sano egoismo venduto dai media è spesso l’atteggiamento che permette una presa di decisione rapida, un sollievo o un godimento immediato, è una costante bramosia di maggiore benessere e nuovi bisogni, non è desiderio ma è miserabile insaziabilità. È qui che ci siamo incastrati.

Il vero sano egoismo è, invece, riconoscimento e rispetto dei propri bisogni (non di quelli che ci vengono inculcati da social e pubblicità), ricerca di crescita e benessere: comprende e non rifugge la relazione con l’altro e con la natura. Non è paradossale che, secondo un recente lavoro di Kaufman e Jauk, i soggetti con elevati livelli di sano egoismo siano anche coloro che si impegnano maggiormente in attività prosociali. Per riprendere Kant, questa è forse la massima espressione della formula: «Agisci in modo da trattare l’uomo così in te come negli altri sempre anche come fine, non mai solo come mezzo».

Negli ultimi anni il cieco egoismo della società individualista ha accusato il colpo di una pandemia e di una crisi climatica globale. È interessante notare come ciò che accomuna le proposte per la risoluzione di queste problematiche sia una svolta altruistica. Su questo concordano medici, scienziati, politici e capi religiosi.

Per il 2022 gli auguri e i buoni propositi siano nella direzione dell’unica medicina che ci resta per guarire questo mondo affetto ormai da più di una malattia cronica.

Immagine di copertina: La svolta altruistica di Ebenezer Scrooge, interpretato da Jim Carrey ne “Il canto di Natale”, film Disney del 2009  tratto dall’omonimo romanzo di Charles Dickens.

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