Folla di uomini in protesta, close-up sulle espressioni dei visi.

Perché scendiamo in piazza?

Quali sono i meccanismi psicologici che ci spingono a esporci per proteggere i diritti di altre persone? Perché c’è chi preferisce condividere petizioni e chi preferisce organizzare manifestazioni?
Avrei voluto iniziare questo articolo riportando il numero di proteste che si sono tenute nel 2024 in Italia. Ma trovare un numero esatto (come anche una stima) è complicato. Esiste un sito, un “global protest tracker”, che però riporta solo tre proteste: una contro la violenza di genere e una contro il governo Meloni, tenutesi entrambe a novembre e una da parte degli agricoltori in opposizione alle EU environmental regulations, di febbraio. Chiaramente questa non è una lista esaustiva [1]. Allora, per curiosità, ho deciso di aprire il sito de Il Post. Ho digitato nella barra di ricerca la parola <<protesta>> e ho filtrato gli articoli in base al paese di interesse, l’Italia. Questo febbraio si è scritto delle proteste dei lavoratori dell’azienda logistica Trasnova a Pomigliano, in gennaio delle proteste dei cittadini veneziani contro il traffico di barche a motore in laguna e delle proteste di Milano, a seguito dell’assassinio di Ramy Elgaml. A dicembre invece si parlava di proteste in Trentino contro l’uccisione degli orsi, dei lavoratori della Beko a Siena, degli affitti brevi a Roma.
Folla di protestanti, presa dall’alto.
Folla di protestanti, fotogramma dal film Brute Force (1947), diretto da Jules Dassin.

Potrei continuare. Il punto è che, dopo quel che è parso un periodo di assopimento collettivo (gli anni Dieci), la gente sembra essere tornata in piazza – anche per difendere i diritti di altre persone. Alcuni parlano di generazioni più ansiose e preoccupate per il futuro, o più interessate alla protezione dei diritti sociali e civili. Altri teorizzano che sotto la guida di governi che usano pratiche di repressione, il dissenso fiorisca e si faccia impossibile da ignorare. Altri ancora mettono in dubbio il fatto che si tratti di rinascita della piazza e che, di fatto, si possa parlare di assopimento.

Ma cosa ci spinge davvero in piazza? E in particolare, cosa spinge le persone ad esporsi (spesso, ma non esclusivamente) per proteggere i diritti di altre persone? Qui ci concentriamo sulla figura degli allies (chi si allea) ovvero coloro che intraprendono azioni di solidarietà. La psicologia sociale identifica vari meccanismi che rendono le persone solidali. Questi meccanismi si basano, tra le altre cose, sull’impianto valoriale degli allies (ciò che quelle persone considerano giusto), sull’ identificazione (ciò gli allies rivedono, di sé stessi, nell’altro), ma anche su motivazioni egoistiche (che riguardano l’immagine e il guadagno personale che gli allies trarrebbero dal mettere in atto l’azione solidale).

Per capire a pieno il fenomeno, però, è utile fare qualche distinzione: non tutte le azioni di solidarietà sono proteste, e non tutti gli allies sono uguali. Alcune persone tendono ad essere più attive nello spazio online, pubblicando post o organizzando petizioni, mentre altre sono più attive sul campo, e sono disposte a esporsi maggiormente, per esempio organizzando sit-in, scioperi, o manifestazioni non autorizzate. In secondo luogo, serve considerare le dinamiche di potere alla base delle interazioni tra diversi gruppi di persone: bisogna infatti distinguere tra azioni di solidarietà “dal basso” e “dall’alto”.

Un gruppo di ricercatori delle università di Durham, Kent e Ankara, ha svolto due studi per investigare i meccanismi psicologici che spiegano l’allyship nelle sue varie forme. Nel primo studio, i ricercatori hanno intervistato 700 cittadini inglesi, misurando quanto i loro bisogni di autonomia (il sentirsi liberi), competenza (il sentirsi capaci) e relazione (il sentirsi connessi ad altri) fossero soddisfatti e quanto invece fossero frustrati al momento dell’intervista.  Nello specifico, i ricercatori hanno chiesto ai cittadini di indicare quanto alcune frasi rispecchiassero i loro sentimenti (per esempio, Sento che le mie decisioni riflettono ciò che voglio veramente), o quelli del gruppo di appartenenza (per esempio, Siamo (noi Inglesi) liberi di vivere secondo ciò in cui crediamo). I ricercatori hanno poi riproposto lo stesso esercizio agli stessi partecipanti, ai quali, in questa istanza, è stato chiesto di mettersi nei panni di una singola persona ucraina rifugiata (ad esempio indicando quanto fossero d’accordo con l’affermazione Kristina probabilmente sente che le sue decisioni riflettono ciò che vuole veramente) o nei panni dei rifugiati ucraini come gruppo (ad esempio rispetto all’affermazione I rifugiati ucraini sono liberi di vivere secondo ciò in cui credono). Alla fine dello studio, ai partecipanti è stato chiesto di indicare quanto fossero disposti a prendere parte a diverse azioni solidali nei confronti dei rifugiati. Le azioni potevano essere normative (cioè in linea con lo status quo, per esempio fare delle donazioni o pubblicare sui social) e azioni non-normative (cioè contro lo status quo, per esempio bloccare autostrade o fare graffiti). Nel secondo studio, invece, i ricercatori hanno intervistato circa 600 studenti. A loro è stato chiesto di pensare, oltre ai propri bisogni personali e ai bisogni del proprio gruppo, ai bisogni dello staff universitario, in protesta per i tagli alle pensioni, per l’elevato carico di lavoro e per la precarietà lavorativa. In seguito al questionario, è stato chiesto loro se volessero scrivere una lettera di supporto allo staff.

I risultati dello studio suggeriscono che chi percepisce i propri bisogni come soddisfatti, tende a essere disposto a prendere parte a iniziative normative, mentre chi percepisce i propri bisogni come frustrati, tende a essere disposto a prendere parte a iniziative non-normative. Inoltre, mentre la soddisfazione e la frustrazione dei bisogni del singolo (ovvero dell’ally) svolgono un ruolo sostanziale nel motivare le azioni di solidarietà dall’alto (da parte dei cittadini inglesi a sostegno dei rifugiati ucraini), ma non dal basso (da parte degli studenti nei confronti dello staff universitario), la soddisfazione e la frustrazione dei bisogni del gruppo target (i rifugiati e lo staff universitario) sembrano avere peso maggiore per le azioni dal basso.

Scontro tra protestanti, close up.
Scontro tra protestanti, fotogramma dal film Brute Force (1947), diretto da Jules Dassin.

Generalizzando da questi risultati si può pensare che un governo repressivo, che limita le libertà individuali e di gruppo, potrebbe prevenire l’azione di alcuni tipi di allies (ad esempio, quelli di rango più alto, nel caso in cui percepissero i propri bisogni come non soddisfatti, o frustrati). Ma potrebbe, allo stesso tempo, scatenare un tipo di solidarietà dal basso, più concreta, autentica e aggressivamente schierata contro lo status quo.

[1] Ed è importante che non lo sia. Con governi repressivi come quello attuale (vedi l’appello di Amnesty International qui) è più che mai importante preservare la libertà di dissenso, che si basa sull’anonimità di chi protesta, e che verrebbe intaccata nel momento in cui si tenesse un registro preciso delle azioni di protesta.

Immagine di copertina: Close-up di una folla di protestanti, fotogramma dal film Brute Force (1947), diretto da Jules Dassin.

Condividi su: