Banalità Europea

Il prossimo 9 maggio sarà la Festa dell’Europa (Europe Day): ma quale funzione assumono simboli, bandiere, ricorrenze?

In un recente video pubblicato da Limes – la Rivista Italiana di Geopolitica –, l’analista geopolitico Dario Fabbri afferma che «le nazioni nascono […] da una forma iniziale di violenza. […]. Anche l’Italia unita nasce così, non è che i siciliani abbiano scelto realmente di essere parte di un regno che era uno spin-off di quello del Piemonte; poi [questo, ndr] si traduce in sentimento. […]. Se volessimo un’Unione Europea intesa come nazione, prepariamoci alla violenza che questo comporta».

L’Europa non è nazione perché esonerata da un originale atto di violenza verticale che le ha imposto l’unità e quindi l’identificazione reciproca tra gli attori in gioco. Sempre secondo Fabbri, «l’Europa semplicemente non esiste». Esiste invece uno spazio, un agone politico, in cui le potenze europee collaborano strategicamente. Si badi bene, la narrazione di Fabbri non è euroscettica, ma ‘statalista’ o ‘intergovernativa’, figlia cioè di una visione geopolitica che vede gli Stati come i veri depositari del potere.

Seguendo quest’ottica, il risultato appare paradossale: l’UE è una non-nazione che si comporta però come tale. Ed è vero: dalla seconda metà degli anni Ottanta, l’Europa ha iniziato a rivendicare uno status più importante di quello di semplice piattaforma puramente funzionale agli interessi nazionali. Il passaggio da ‘Comunità Europea’ a ‘Unione Europea’ avvenuto nel 1993 ne è testimone, così come il tentativo di creare una vera e propria Costituzione Europea (fallito a causa dei referendum contrari in Francia e Paesi Bassi nel 2005).

Europa Regina. Anche prima dell’UE, l’Europa si è spesso rappresentata come entità unica ed omogenea, al centro e a capo del mondo.

Aldilà di questi exploit sporadici, la strategia europea volta alla costruzione di un sovra-stato europeo assume una forma ben più sottile e prudente, quotidianamente promossa dall’Unione; un nazionalismo che Michael Billig, studioso britannico, definirebbe ‘banale’, in quanto innocente, esile e discreto.

Secondo Billig, la sistematica esposizione a simboli, bandiere, icone e monumenti contribuisce alla modellazione di una comunità immaginata – termine coniato dallo storico Benedict Anderson –, ovvero un’identità nazionale comune, all’interno della quale rispecchiarsi e riconoscersi quale membro. Senza dubbio adoperato dagli Stati-nazione, il concetto di Banal Nationalism trova una sua eccezionale realizzazione nell’Unione Europea, ovvero un ordinamento politico che, pur non essendo formalmente ‘nazione’, ne utilizza gli espedienti per costruire una propria narrazione.

In cosa consiste tale nazionalismo banale? Consideriamone un esempio tratto dalla quotidianità di ogni europeo: l’Euro e il suo simbolismo. Se mai ci siamo soffermati a osservarne la carta filigranata, avremo notato come le banconote non rappresentino persone onorevoli – il leitmotiv maggiormente utilizzato sulla cartamoneta – ma monumenti. La ragione? Tenere fede a un principio di inclusività: troppe persone di troppe nazionalità tra cui scegliere, per un numero limitato di banconote.

Più precisamente, i monumenti rappresentano, in ordine cronologico, i vari stili architettonici che, storicamente, si sono succeduti nel Continente: l’ordine Classico (5€), Romanico (10€), Gotico (20€), Rinascimentale (50€), Barocco (100€) e Liberty (200€), mentre l’ormai defunta banconota da 500€ rappresentava lo stile Contemporaneo.

Peccato che gli edifici raffigurati semplicemente non esistono. La banconota vuole infatti ritrarre lo spirito, il Geist, europeo, senza però scadere nella realtà e nel carattere esclusivo che essa comporterebbe (non ci sono dubbi che il Gotico verrebbe rappresentato dalla Francia, con buona pace di Estonia, Portogallo o Cipro). Per quanto retorico possa sembrare a prima vista, l’appello a un’Unità nella Diversità – motto dell’Unione – è realmente messo in pratica.

Origini. La creazione del simbolismo dell’Euro venne affidata al graphic designer belga Alain Billiet. Il simbolo € deriva dall’epsilon greca (ϵ), incrociata da due linee parallele, rappresentanti la stabilità della moneta

Lo stesso principio vale per la Bandiera, rappresentante 12 stelle disposte a cerchio in nome dell’unità e della solidarietà, così come per l’Inno, composto da Ludwig van Beethoven nel 1823 sulla base della poesia di Friedrich von Schiller scritta nel 1785: l’Inno alla Gioia, una lirica in nome di una fratellanza globale capace di unire l’umanità intera. Curioso come bandiera e inno siano stati entrambi istituzionalizzati dall’UE soltanto nel 1985, esattamente quando la costruzione retorica di un Sovra-stato ha avuto inizio.

Monete, bandiere e inni: vero è che questi elementi appartengono a un modo tradizionale di intendere la nazione, mentre l’evoluzione radicale della società negli ultimi decenni ha prodotto nuove opportunità e quindi nuovi spazi di soft propaganda. Possiamo quindi immaginare un Banal Nationalism 2.0?

L’Eurovision Contest ce lo mostra chiaramente. Sebbene alcuni tra gli attuali partecipanti non siano membri dell’UE, l’Eurovision è una ricorrenza tipicamente europea, che attrae audience dall’intero continente, favorendo dialogo e contaminazioni interculturali e sospendendo temporaneamente l’americanofilia musicale tipicamente europea. In più, il festival è stato utilizzato da diversi paesi ospitanti per migliorare la propria immagine – il national branding – agli occhi degli altri paesi europei, come nel caso dell’Estonia (2002), della Lettonia (2003), della Turchia (2004) e della Russia (2009), con risultati più o meno brillanti.

Secondo esempio: così come simboli e icone hanno dimostrato di avere un peso specifico nel determinare l’identità, ora possiamo immaginare, e forse iniziare ad osservare, come anche l’esposizione mediatica muova nella stessa direzione. Non è un caso che le istituzioni europee facciano un uso avanguardistico dei social network e dei nuovi mezzi di comunicazione. Prendendo ad esempio in esame il profilo Instagram della Commissione Europea con quello di Palazzo Chigi – ovvero, i due organi esecutivi – diventano lampanti le differenze di intento e di stile. Mentre le piattaforme social sono, per l’esecutivo italiano, canali di comunicazione e informazione accreditati, l’Unione affianca, a questa attività, una forma di soft propaganda: sul suo profilo notiamo, ad esempio, molte più bandiere, più autoreferenze all’acronimo EU (all’inglese!) e più slogan. Stupisce inoltre la frequenza delle pubblicazioni: sempre prendendo in esame Instagram, gli ultimi tre post di Palazzo Chigi risalgono al 16, 15 e 1 aprile; quelli della Commissione sono stati tutti pubblicati tra il 24 e il 25 aprile (giorno in cui tale indagine è stata condotta).

In conclusione, se l’UE, ieri come oggi, ha la necessità di ricordarci quanto siamo uniti è forse perché questo risultato è tutt’altro che scontato. Se ci rimanesse ancora qualche dubbio: in quale altro Stato-nazione avrebbe senso di esistere un ministro il cui incarico consiste nella promozione del rispettivo stile di vita nazionale, allo stesso modo in cui esiste un Commissario per la valorizzazione dello stile di vita Europeo?

Immagine di copertina: Illustrazione di @cia_rro

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