Calcio e diritti umani: oltre i confini del campo

Nel deserto del Qatar i preparativi per i mondiali di calcio del 2022 sono segnati da un impressionante numero di morti sul lavoro. Ma dal circolo polare artico monta la protesta.

Human rights on and off the pitch”, questa la scritta sulla maglietta indossata dalla nazionale di calcio norvegese nel prepartita della sfida contro Gibilterra valida per la qualificazione ai mondiali di Qatar del 2022. Il messaggio è una chiara presa di posizione contro le condizioni imposte ai lavoratori, in gran parte immigrati, impegnati nella costruzione degli stadi e delle infrastrutture necessarie allo svolgimento della più importante e seguita manifestazione calcistica del pianeta. Il gesto non è rimasto isolato ed anche le nazionali di Germania, Olanda e Danimarca si sono presentate in campo vestendo magliette di solidarietà. In questo articolo proveremo a spiegare da dove è partita questa protesta, e dove può arrivare.

Innanzitutto bisogna ricordare che la situazione dei lavoratori migranti in Qatar, in gran parte provenienti da India, Bangladesh, Pakistan e Sri Lanka, è da vari anni oggetto di numerose denunce e interrogazioni. La questione è tornata sotto i riflettori a febbraio 2021 grazie ad un’inchiesta del quotidiano inglese the Guardian. In essa si denuncia come in 10 anni, a partire dal 2010, anno in cui il Qatar si è aggiudicato il ruolo di paese ospitante, 6500 migranti siano morti nel ricco stato del Golfo persico, per un’impressionante media di 12 decessi a settimana. I numeri sono stati forniti dallo stesso governo qatariota e sono molto probabilmente in difetto, in quanto in essi non vengono calcolati i numerosi migranti provenienti da Stati come il Kenya. I dati sono del resto resi ancora meno affidabili dalla scarsissima trasparenza del governo riguardo ai decessi, derubricati in più del 70% dei casi a morti per cause naturali.

Operai al lavoro nel nuovo stadio di Lusail.
Credits: Reuters

La FIFA, la massima autorità del calcio mondiale, ha dichiarato in merito che il rispetto dei diritti dei lavoratori impegnati nei suoi progetti è una priorità per l’organizzazione e che i dati sulle morti nei loro cantieri sono molto più bassi della media mondiale, affermazione a cui non ha fatto seguito nessuna documentazione che potesse provarla. Tuttavia, non tutto il mondo del calcio sembra essere disposto a fare orecchie da mercante e la protesta è partita proprio dalla Norvegia. A partire dai rappresentanti del Tromsø, piccolo club norvegese noto più che altro per essere la squadra di calcio professionistico più a nord del globo, un nutrito coro di voci si è alzato decisamente affinché la federazione norvegese rinunci a partecipare al mondiale in caso di qualificazione. Proprio il comunicato ufficiale del Tromsø spiega come a fronte della passione di molte persone per il calcio “non sia accettabile che le fondamenta della competizione più importante che abbiamo, la Coppa del Mondo, siano composte da una moderna schiavitù e da un numero elevato di morti. Per questo non possiamo più restare seduti e guardare le persone morire nel nome del calcio.” (Il comunicato completo lo trovate qui).

Come detto, lo scopo della protesta è ambizioso: ritirare la squadra in caso di qualificazione ai mondiali. Finora la federazione norvegese non si è pronunciata sulla effettiva possibilità di rinunciare alla Coppa del Mondo. L’efficacia dell’appello era senza dubbio limitata nel momento in cui coinvolgeva solo la nazionale norvegese, ma anche due selezioni di maggior rilievo come Germania e Olanda si sono apertamente schierate a fianco dei colleghi scandinavi. È così aumentato decisamente il fattore più importante per una protesta ancora agli inizi: la visibilità. Se infatti sembra improbabile che una qualsiasi delle federazioni rinunci a partecipare al mondiale, una serie di gesti dimostrativi durante la competizione potrebbero avere un effetto dirompente sulle ambizioni propagandistiche del governo del Qatar. Naturalmente, non è scontato che magliette o calciatori inginocchiati prima delle partite, seguendo l’esempio dei giocatori di football americano ed NBA, possano scardinare l’indifferenza della monarchia del Golfo assicurando un maggiore rispetto dei diritti dei lavoratori migranti.

Giocatori della nazionale tedesca indossano una maglietta di solidarietà con la protesta norvegese.
Credits: Account Twitter di Leon Goretzka

Tuttavia, se è vero che, citando ancora il comunicato del Tromsø, “il calcio non può controllare le politiche e gli affari interni degli stati”, l’immensa visibilità di cui gode la Coppa del Mondo può influenzare fortemente l’opinione pubblica e la storia ci fornisce alcuni esempi a riguardo. Il primo, negativo, riguarda i mondiali di calcio del 1978 disputati in Argentina. Il paese era all’epoca guidato dal generale Videla e dalla sua giunta militare, che avevano represso nel sangue qualsiasi opposizione al loro regime conservatore. La dittatura sfruttò propagandisticamente l’evento, e la vittoria finale della selezione guidata da Maradona, per rinforzare il consenso interno, nel colpevole silenzio internazionale e del mondo del calcio. Il secondo esempio, questa volta positivo, riguarda la finale tennistica di Coppa Davis disputata in Cile nel 1973 tra Italia e, appunto, Cile. I giocatori italiani scesero in campo indossando una maglietta rossa, in segno di protesta contro il regime che aveva brutalmente rovesciato il precedente governo socialista. Il gesto non cambiò radicalmente le cose, ma non passò inosservato, visto che le autorità cilene arrivarono a protestare ufficialmente con quelle italiane per l’accaduto.

Insomma, la possibilità di gesti plateali, come i giocatori in ginocchio, durante lo svolgimento della competizione potrebbe avere un potere di persuasione superiore a quello di una dichiarazione di facciata partorita da un’organizzazione internazionale. Nessun governo assisterebbe volentieri ad una contestazione in diretta mondiale, per di più durante un evento che dovrebbe essere uno spot per il proprio paese. La protesta partita dall’estremo nord del mondo è ancora all’inizio, e vi sono troppe variabili in gioco per dire se avrà effettivamente la capacità di influenzare le condizioni dei lavoratori migranti in Qatar. Intanto, un primo risultato è stato ottenuto: le politiche irrispettose dei diritti dei lavoratori sono tornate sotto i riflettori e difficilmente ne usciranno da qui all’inizio della competizione.

Immagine di copertina: Illustrazione di Orsola Sartori

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