Se l’euroscetticismo diventa trasformista

L’Euroscetticismo come l’abbiamo conosciuto non esiste più. Possibile che la pandemia abbia cambiato alcune regole del gioco politico?

Considerando quest’ultimo anno di pandemia, qualcosa di molto particolare è accaduto a livello politico. Per comprendere meglio, partiamo dal connettere eventi apparentemente slegati, che si sono verificati in alcuni stati Europei. 

Secondo un sondaggio svoltosi nel dicembre 2020 in Germania, l’elettorato del partito euroscettico e populista Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania) è calato drasticamente nell’ultimo anno, contraendosi di ben 6 punti percentuali rispetto al 15% a cui era dato negli opinion polls del 2019, prima della pandemia. 

A seguito della caduta del Conte-bis e della nascita del governo Draghi nel febbraio 2021, il partito euroscettico e populista di Matteo Salvini, la Lega, ha optato per una svolta pragmatica ed ‘europeista’, decidendo di collaborare con quello stesso tecnocrate accusato tre anni prima di essere complice del massacro perpetrato dalla BCE ai danni dell’economia italiana. 

Infine, nelle elezioni legislative tenutesi in Olanda tra il 15 e il 17 marzo 2021, il partito euroscettico e populista Partij voor de Vrijheid (Partito per la libertà), capitanato da Geert Wilders, si è visto superato non soltanto dal tradizionale partito liberale di Mark Rutte, ma anche dal partito liberale di sinistra D66. 

Che questi episodi abbiano un valore individuale è manifesto. Meno evidente è invece comprendere se esista un file rouge che li colleghi e sussuma. Partiamo da ciò che è certo. L’Euroscetticismo, come l’abbiamo conosciuto, è stato principalmente modellato dalle continue crisi dell’ultimo decennio. Recessione economica, crisi del debito sovrano e crisi migratoria hanno contribuito a plasmare un pattern politico le cui potenzialità si sono poi rivelate enormi. Tale pattern, che ha preso il nome di Populismo, è stato adottato dall’Euroscetticismo. 

Tra i cardini su cui esso si regge, cruciale è l’utilizzo, in maniera chiara e provocatoria, di una dicotomia in conflitto – ‘noi’ contro ‘loro’ –, declinabile a seconda delle necessità politiche. Ad esempio, la retorica della tecnocrazia europea e del rigorismo proto-nazista proprio dei falchi creditori hanno fatto gli interessi dell’euroscetticismo del Sud, mentre quello degli stati del Nord si è concentrato sul lassismo culturale, economico e fiscale degli stati debitori. Infine, terrorismo e controcultura islamica hanno nutrito il populismo dei partiti anti-immigrazione.

Retorica è potere. «Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia» (Sun Tzu, L’arte della guerra).
Illustratore: @cia_rro

Fondamentale è stata inoltre la capacità di commutare i fattori oggettivi alla base delle crisi in ragioni emotive, identitarie e culturali, le quali hanno alimentato il mito di uno ‘Scontro tra Civiltà’, come descritto da Samuel P. Huntington. La culturalizzazione della politica ha portato a una sua radicalizzazione e quindi a una recrudescenza a livello istituzionale degli estremismi, verso i quali, strategicamente, alcuni partiti tradizionali hanno cominciato a strizzare l’occhio. Il tutto in contemporanea a una dilagante disillusione nei confronti della politica tradizionale, tradottasi in un orientamento anti-establishment e contrario al ‘politicamente corretto’, insopportabilmente reiterato allo sfinimento. In breve, il populismo si nutre di distinzioni in grado di produrre un risentimento, politicamente incanalabile in un’idea e un partito. 

Il Covid-19, tuttavia, ha completamente rimescolato le regole del gioco politico. In quanto ironicamente equa, la pandemia ha azzerato lo spazio dialettico e conflittuale della politica, necessario al populismo per essere veramente efficace. Le distanze e le differenze, che fino ad allora nutrivano la retorica corrente, sono state annullate poiché nessuno ha subito un trattamento diverso o privilegiato, verso cui puntare il dito per mantenere o acuire potenziali contrasti. La stessa critica verso l’istituzione europea ha parzialmente perso vigore e, sebbene imputare l’Unione Europea di una mancata reattività iniziale sia stato un giochino spesso utilizzato dai partiti euroscettici, il Recovery Fund adottato a luglio 2020 ha zittito le accuse di un presunto immobilismo europeo. 

Peraltro, da un punto di vista elettorale, l’adozione di una retorica anti-establishment è diventata improvvisamente molto più pericolosa, in quanto virata in direzione del no-vaxismo. Lo stesso vale per l’apertura elettorale verso quell’estrema destra che ha fortemente promosso i movimenti ‘contro la dittatura sanitaria’. In entrambi i casi, il rischio è che il populismo non sia in grado di mantenere una coesione interna, e che sbilanciarsi in favore di una frangia più radicale metta a repentaglio il supporto della fascia più moderata di elettorato. 

In conclusione, gran parte dei cavalli di battaglia dell’euroscetticismo populista sono stati spazzati via. Tuttavia, decretarne la morte sarebbe semplicemente ottuso: ben più probabile è che esso vada adattandosi ai cambiamenti esterni. Rintracciamo quindi degli indizi a favore di questa ipotesi. 

Una questione che potrebbe infiammare l’euroscetticismo di nuovi contenuti è, senza ombra di dubbio, la corsa ai vaccini: la manovra congiunta europea, fatta di tante false partenze e consegne in ritardo, ha ridato forza all’euroscetticismo, rinvigorito da una sorta di ‘nazionalismo sanitario’. Ungheria, Austria e Danimarca si sono già mossi al di fuori del patto per l’acquisto diretto di vaccini, e lo stesso Regno Unito ha riscoperto un orgoglio nazionale che mancava dalla Brexit. Che siano queste le ceneri da cui euroscetticismo e populismo possano risorgere? 

Inoltre, Salvini ci ha dato prova del fatto che, in nome del pragmatismo, l’euroscetticismo possa diventare nottetempo ‘europeista’. Se è lecito pensare che altri partiti europei si accodino alla Lega in questa svolta, altrettanto legittimo è domandarsi se, sul lungo termine, non sia più conveniente una linea coerentista à la Meloni, per rimanere nel caso italiano.

Intercettare Interessi. Nel corso della Trasmissione Otto e Mezzo, condotta da Lilly Gruber e andata in onda in data 03/02/2021, Salvini ha dato prova del proprio camaleontismo. Alla domanda: «Lei si vaccinerà e consiglierà ai suoi elettori di farlo?», Salvini ha risposto: «Io non sono un medico quindi non consiglio niente ai miei elettori». Senza esporsi dichiaratamente, né di qua, né di là.
Credits: ANSA/Angelo Carconi

Infine, è utile ricordare che, a settembre 2021, scadrà il mandato di Angela Merkel, la quale ha già da tempo espresso la volontà di non ricandidarsi. Negli ultimi dieci anni, la Cancelliera è stata bussola politica d’Europa e baluardo di cruciale importanza nei confronti degli scetticismi. Dal Wir schaffen das (possiamo farcela) espresso nel 2015 durante la crisi migratoria all’impulso franco-tedesco alla base del Recovery Fund, Angela Merkel si è spesso sbilanciata a favore di un’Europa unita, seppur in maniera moderata e pragmatica. Se il suo successore non dovesse mantenere gli stessi standard di leadership e caratura politica, l’euroscetticismo avrebbe di sicuro gioco facile a recuperare il potere e la legittimità persi.

Immagine di copertina: Effetto Domino. Illustratore @cia_rro

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