A che pro René Char in tempi di ristrettezze? [seconda parte]

Qualche appunto su René Char, sulla sua poesia di resistenza, sulle parole essenziali e sulle cose che passano, facilmente o no

In un contesto di morte – «[…] oggi mi addormento per vivere qualche ora» [FH 224] – i dubbi sull’utilità di quelle promesse fatte a sé stesso non possono che farsi vivi e chiudersi in una speranza che è “all we know and all we need to know”: «Nelle nostre tenebre non c’è uno spazio per la bel-lezza. Tutto lo spazio è per la bellezza». È una bellezza strana – «Bellezza, vengo ad incontrarti nella solitudine del freddo. La tua lampada è rosa, il vento brilla. La soglia della sera scava» [p. 32, Fureur et mystère] – che richiede fatica per essere avvicinata e solo forse in questo senso si può dire che nei “feuillets d’Hypnos” tutto è bellezza, perché al fondo tutto è fatica, tutto difficile da avvicinare, da capire, conquistare definitivamente. Per René però tentare di ricucire questo distacco è un compito ineliminabile in quanto rappresenta l’essenza dell’essere poeta: «in poesia, non si abita che il luogo che si lascia, non si crea che l’opera dalla quale ci si allontana, non si ottiene la durata che distruggendo il tempo. Ma tutto ciò che si ottiene per rottura, distacco e negazione, non lo si ottiene che per altri. La prigione si chiude presto sull’evaso. Il liberatore non è libero che negli altri. Il poeta non gode che della libertà degli altri». [p. 113, Recherche de la base et du sommet]. 

Non si può certo schiacciare l’immagine del poeta-Char sul partigiano-Char: il poeta trascende il combattente, come lo stesso René si è nel tempo impegnato a dimostrare, cercando una legittimazione pubblica autonoma rispetto all’episodio resistenziale [O. Belin]. Tuttavia non si può non rilevare come in Feuillets d’Hypnos emergano pienamente tanto la poetica quanto la Weltanschauung del poeta provenzale. Davanti all’assurdo infatti egli riafferma con forza il tentativo «di riconciliare l’uomo con il mondo, l’uomo con se stesso, gli elementi naturali tra di loro, la parola con il silenzio» e rivendica, «più che il diritto di parlare liberamente, il riconoscimento d’una verità personale e intima, che è necessario difendere prima di tutto» [G. Fondville].

Char René, Les Matinaux suivi de La parole en archipel, Parigi, Gallimard, 1987, p. 93

Il tema dell’impegno del poeta si unisce indissolubilmente qui alla ricerca, anch’essa comune a tutta la produzione di Char, d’una parola precisa e “in arcipelago”, d’una parola autonoma, che dev’essere capace di resistere davanti alla volgarità ed alle ferite che alla lingua apportano le dittature e le  ideologie (come la “neolingua” denominata da Klemperer “Lingua Tertii Imperii”, ma si pensi anche alle bozze inglesi o al sostrato latino di Fenoglio). È in ragione di questa continua ricerca linguistica che Char riesce a creare nei suoi poemi e nella sua prosa un’aria talmente rarefatta da rendere il lessico consueto e quello ricercato accostabili e valorizzabili nella loro al fondo comune nudità, ed è grazie a questo studio che, dietro le parole dall’utilizzo preciso, si può veder riflessa l’interezza dell’”humana condicio” e capire che il velo d’oscurità che rende spesso difficile la lettura, non è altro che un tentativo estremo di fedeltà al reale, ad ogni sua sfumatura.

Tanto nelle composizioni d’una frase quanto nelle prose più strutturate è sempre nell’equilibrio di ogni frase che vanno cercati René e la sua caratteristica tensione poetica. Scrive, ad esempio, in un’altra sua raccolta, “Lettera amorosa”: «Tu es partie mais tu demeures dans l’inflexion des circonstances». “Tu sei partita ma tu rimani”: la contrapposizione tra i tempi verbali richiama e rafforza quella tra il verbo di moto ed il verbo di stato: un moto al passato prossimo, che sembra continuare per abbrivio, ed una stasi che sembra ancora più pesante per l’essere invece assolutamente al pre-sente, inesorabilmente nel presente. L’utilizzo della seconda persona non fa altro che segnalare l’assoluta estraneità dall’autore dallo sviluppo: quello che per “tu” sono azioni, al poeta sembrano meri gesti, nudi accadimenti. “Tu est partie”, tu sei partita quindi tu sei andata via. “Tu demeures’’, tu rimani certo, ma forse più tu dimori, hai casa, hai un posto dal quale al fondo non sei in grado di allontanarti. Il soggetto appare unicamente, ed in negativo, nella seconda parte della frase – «dans l’inflexion des circonstances» – in quelle circostanze, che a qualcuno debbono pur “circum-stare”. 

Anche in quest’ultimo frammento è rispecchiata l’alternativa stato/moto, in quanto anche queste circostanze, che sembrerebbero statiche, sono invece mobili, piegate, quasi onde del mare o tende mosse dal vento. “Inflexion”: sarebbe “inflessione”, “piegatura” e forse, se non suonasse eccessivamente letterario, “l’involversi” di foscoliana memoria, sebbene quest’ultimo sia forse anche troppo pesante rispetto ad una parola che rispecchia l’inflessione linguistica, l’accento, il sottile schiudersi delle parole. È lo stesso motivo per cui anche “piegatura” è inefficiente a rendere l’idea: piegatura richiama all’idea di qualcosa che si nasconde, appunto, nelle pieghe, nella complessità delle cose, mentre l’inflessione non rende oscuro il discorso, ma lo caratterizza, trascina con sé i posti e gli ac-centi. È insomma il camminare marciapiedi dai quali in verità le ombre non sono mai andate via, l’impertinenza delle cose di continuare a significare i passaggi ed a disporsi a calco delle assenze, quel dialogo con chi si è allontanato o per scelta o per la «perpetua atque necessaria absentia» (Bar-tolo, quelque part) che porta chi resta ad «essere il familiare di ciò che non si produrrà, una religione, un’insensata solitudine» [FH 113].

René Char e il suo gatto, 1941

Un distacco prolungato con coloro i quali «abbiamo smesso di parlare, e non è il silenzio» [Les matinaux, p. 198] ma che, nonostante ciò, vanno salutati «Perché bisogna rinunciare/A ciò che non si può trattenere/che diviene altro contro o con il cuore» [ibidem, p. 165]. Non si tratta (e come potrebbe?) di temi nuovi o trattati in modo innovativo, e sembra al fondo di trovare in questi versi l’applicazione delle tesi di Roland Barthes – «[…] non vi è assenza che dell’altro: è l’altro che parte, sono io che resto» [Assenza, ad vocem] – ma la ricerca di Char riassume le sensazioni in poche parole (essenziali), caratterizzate da una straordinaria precisione linguistica, nella quale perdersi e fermarsi – leggere, tornare indietro, ripensarci  e ritornare al punto di partenza – costituisce parte essenziale dell’esperienza di lettura. 

Nella cacofonia contemporanea il privilegio di una parola seria, tornita con attenzione, e d’una poesia che sembra riscoprire una sua solitudine essenziale e la sua umanità radicale sono ciò che lascia in eredità Renè Char, il motivo per cui è possibile ascoltarlo anche se parla da lontano, la ragione per la quale, anche in tempi d’incertezza, ha senso tornare a leggerlo.

Immagine di copertina: René Char

condividi:

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin
Share on google
Share on whatsapp
Share on email