Dodici minuti dopo le dieci: quell’attimo che cambiò per sempre Piazza Loggia

«Il 28 maggio 1974, alle ore 10.12, io ho smesso di essere quel che ero e ho cominciato a essere quello che sarei stato per il resto della vita: un sopravvissuto»

Far rivivere il passato, ed in particolare un passato doloroso come quello del 28 maggio 1974, è un processo tortuoso e difficile. Marco Archetti, nelle pagine del romanzo Una specie di vento, rivela, pagina dopo pagina, l’immaginario di quegli anni, gli attimi precedenti e successivi allo scoppio della bomba, cogliendo i particolari ma anche immergendo il lettore in quel periodo così complesso e doloroso della storia del nostro Paese. È un romanzo aperto ad un pubblico ampio: non solo a chi ha vissuto intensamente quegli anni, ma anche a chi non era ancora nato. È un testamento in prosa per le nuove generazioni, che spesso sono considerate troppo lontane da quegli anni e quindi inutilmente eredi di quelle testimonianze. Tuttavia il concetto di memoria storica¹ non può essere solamente costituito da commemorazioni ma deve rivitalizzarsi ogni anno, in particolare tramite i millenials, che mostrano sempre più interesse e sensibilità per un passato che non hanno vissuto ma che troppo spesso sembra poter nuovamente piombare nelle vite quotidiane, con atti di violenza che celano criminose nostalgie di quel passato.

Delle stragi si segnano le ore, i minuti e i secondi: le 16.37 del 12 dicembre 1969, l’1.23 del 4 agosto 1974, le 10.25 del 2 agosto 1980. Il 24 maggio del 1974 l’orologio segnava le  10.12. L’importanza del tempo, spesso crudele, si innesta frequentemente nelle pagine di questo libro, in particolare nelle parole di Redento Peroni, l’unico sopravvissuto alla strage tra le voci delle vittime che si intersecano in questo romanzo:

«”Ragazzo, vieni sotto il portico, ché piove”. Sotto il portico sì. Perché sapete, io mi stavo sporgendo. Sono queste parole che mi ha detto Bartolomeo Talenti, una delle vittime della bomba. Gli ho sorriso e ho fatto un passo indietro. Senza che lo immaginasse, quell’uomo mi stava salvando la vita. È in una semplice frase che si incarna il destino? Poteva toccare anche a me, quel destino che ha contato fino a otto? È la pioggia il destino? Brescia, 28 maggio 1974: la sfera colpisce i birilli. Alle 10.12 la vita di otto persone si è fermata […]»².

Illustrazione di Emilia Rombolà

Marco Archetti riesce a trasporre nero su bianco i possibili pensieri, le emozioni, le tensioni interiori di quegli anni, inglobando il lettore nella mente delle otto vittime, i cui nomi si trasformano in vite vissute, attimo dopo attimo: Euplo Natali, Giulietta Banzi, Alberto Trebeschi, Clementina Calzari, Livia Bottardi, Bartolomeo Talenti, Luigi Pinto.

Eppure proprio il tempo precedente aveva dato dei segni chiari, visibili e terribili. Nel marzo 1974 nella Chiesa delle Grazie sono rinvenuti due ordigni e due mesi dopo un’ulteriore bomba presso la sede della CISL. L’atto più drammatico, più volte ricordato in queste pagine dalle voci delle vittime, è quello della notte tra il 18 e 19 maggio 1974, quando, neofascista Silvio Ferrari esplode con il carico di tritolo portato con sé.  Dopo aver guardato le immagini di quella notte sul giornale, Euplo Natali esterna quel senso di amarezza che in quel periodo era fortemente condiviso

«Ho sentito, bruciare dentro me, il senso di una sconfitta. Ma come? […] Ci sono ancora loro di mezzo? Avevano sequestrato una nazione intera per vent’anni, l’avevano scagliata in una terribile guerra e ne avevano ottenuto solo morti, miseria e orrore… Cosa volevano ancora? […] Perché il passato ci perseguitava? Perché la politica non capiva cosa stava accadendo? […] E quell’esplosivo? Perché ridursi così? Ma soprattutto: a chi era destinato? Cosa sperava di ottenere, quello sconosciuto, facendo saltare in aria un uomo o una sede sindacale? In quella foto terribile quel tizio giaceva a terra, circondato dalle spoglie di una violenza che si doveva servire di lui e l’aveva invece sacrificato»³.

Illustrazione di Emilia Rombolà

Ciò che quindi spesso traspare tra le pagine di questo libro è l’incredulità e in particolare il rammarico che i vent’anni di dittatura e la Resistenza fossero trascorsi invano, anche in questo caso “come una specie di vento” (parafrasando il titolo). Le stesse sensazioni, intensificate dal dolore dei superstiti e dei parenti delle vittime, sono ravvivate con forza dall’estenuante percorso di 43 anni, caratterizzati da indagini, istruttorie e processi. Dopo l’abisso toccato nel 2010⁴, finalmente nel 2017 l’ennesima strage degli anni Settanta ha due volti: Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi, condannati all’ergastolo.

Tuttavia, una condanna definitiva non deve mitigare il processo di rinvigorimento della memoria. L’immedesimazione è sicuramente un processo di maggior coinvolgimento personale: dietro ai volti delle vittime il lettore ricostruisce l’immaginario di quegli anni, come ad esempio la lotta intellettuale a quella politica sterile del PCI, che già nel 1968 Pasolini criticava ardentemente nel componimento «Il PCI ai giovani!». Ed è proprio dai giovani che Clementina, Alberto, Livia e Luigi ritengono sia necessario iniziare un processo di ricostituzione della società e di stravolgimenti dei rapporti, partendo da «una scuola aperta, con le finestre spalancate, fondata sulle responsabilità individuale e sulla consapevolezza collettiva, che desse strumenti utili per capire cosa accadeva»⁵.

È dunque fondamentale non solo ricordare quelle vittime ma l’approccio che esse stabilivano con la vita: una vita caratterizzata da battaglie comuni, individuazione delle necessità collettive, visioni di un futuro socialmente e culturalmente dialogante e onnicomprensivo. Questa è sicuramente la chiave per confrontarsi con il presente e affrontare collettivamente gli estremismi che si celano negli anfratti sociali e politici.

«Il ricordo delle nostre cene mi ha sempre accompagnata. Perché essere soli significa non restare fuori da nulla. Abbiamo avuto, una volta per sempre, le cose che contano realmente. Perché eravamo noi. Perché noi siamo quelli che questa pioggia non bagna. Amata compagnia, fratelli miei, quei giorni furono il mio oro. Sarebbe stato bello continuare all’infinito. Perché non siamo là dove dovevamo stare? Perché non saremo mai più dove eravamo?»⁶.

¹ In questo processo è stato sicuramente fondamentale Manlio Milani, tra i fondatori della Casa della Memoria di Brescia.
² Marco Archetti, Una specie di Vento, Chiarelettere, 2018, P. 7
³ Ivi, pp. 43-44
⁴ «Il 16 novembre 2010 la Corte d’assise di Brescia assolve tutti gli imputati per non aver commesso il fatto»: fonte Casa della Memoria di Brescia. Sul sito è possibile leggere il riepilogo di tutta la vicenda giudiziaria. 
⁵ Ivi, pp. 127 – 128.
⁶ Ivi, p. 135 
 
Immagine di copertina: Marco Archetti, Una specie di Vento, Chiarelettere, 2018.
Composizione di Anna Maria Stefini. Fotografia di piazza Loggia

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