High Fidelity

È possibile trasformare un prodotto ‘90s Cult in una serie televisiva iconica e al contempo attuale?

Accade talvolta, dopo una bella serata, che l’unico ricordo rimasto, una volta rientrati a casa, sia la sensazione provata nelle ore precedenti. Non è ben chiaro cosa sia andato bene in questo intervallo di tempo e ricordare con esattezza volti, musica o conversazioni e, comunque, non sembra così importante al fine dello stato d’animo provato. 
La controparte negativa è, forse, ancora più emblematica: sensazioni quali disagio e fastidio non si dimenticano facilmente, al punto da sostituire, talvolta completamente, ciò che si è vissuto con l’insieme delle emozioni provate. La caratteristica peculiare che rende magico tutto questo è che, per quanto lo si possa analizzare, scomporre e osservare tramite i ricordi, a prevalere sarà sempre qualcosa che non può essere tradotto in un’immagine mnemonica.
Questa è esattamente la chiara e familiare sensazione che ho avvertito nel momento in cui ho concluso la visione di High Fidelity e ora provo a spiegarmi meglio.

@High Fidelity, Star and Disney+ Distribution

Alta fedeltà, questa la traduzione letterale del titolo per la versione italiana dell’opera, è una serie tv prodotta da ABC e distribuita in Italia esclusivamente dalla piattaforma Disney+, ma credo recuperabile anche in altri modi (leggere con occhiolino ammiccante annesso, ndr).
La trama è basata sull’omonimo film, uscito nel 2000, che a sua volta è la trasposizione cinematografica del libro scritto da Nick Hornby nel 1995, anch’esso omonimo, e tratta di una ragazza (nella versione originale un ragazzo, interpretato da John Cusack), Rob, di 35 anni, proprietaria di un negozio di dischi in vinile a New York. 

Il titolo è in realtà un gioco di parole, perché si riferisce sì all’alta qualità dei supporti musicali venduti, ma soprattutto alla tematica amorosa di fondo. La sinossi è tanto semplice quanto esprimibile in poche parole: Rob, la protagonista, tormentata da molteplici delusioni relazionali, decide di ricontattare i propri ex fidanzati, per cercare di capire quale sia stato il fattore scatenante la relativa rottura. Sarò onesto: l’argomento amoroso dovrebbe essere in primo piano nella fruizione dell’opera ma, per quanto mi riguarda, nella serie in questione, non lo è
Rob accompagna lo spettatore nel corso di 10 puntate alla scoperta del proprio mondo, fatto di relazioni finite male, amicizie spesso in bilico ed eccessi di varia natura; ciò che traspare più di ogni altra cosa, a mio avviso, è tuttavia l’amore vero, quasi ossessivo, che hanno i protagonisti per la musica.

@High Fidelity, Star and Disney+ Distribution

Nel corso degli episodi vengono citati aneddoti reali riguardo ai migliori album della storia, le difficoltà degli artisti emergenti a trovare la propria strada, l’importanza di creare una playlist equilibrata e la precarietà del mercato musicale attuale, il tutto camuffato da un contorno di una serie di peripezie amorose della protagonista.
Un’altra grande differenza che si pone a mio avviso tra il film e la serie tv, in favore della seconda, è la credibilità degli attori
Non si può di certo imputare a John Cusack la colpa di essere un attore hollywoodiano e non una famigerata rockstar, ma se si considera che ad interpretare Rob nella serie è Zoë Kravitz, il tutto assume un altro livello di significato. 
Zoë Kravitz, per i pochi che non la conoscessero, è una giovane donna dai molteplici talenti, attrice, cantante e performer; riassumendo, si diletta con successo in tutto ciò che le interessa in campo artistico. È figlia dell’attrice Lisa Bonet e della leggenda del rock Lenny Kravitz, ed entrambi, a suo dire, hanno avuto forte impatto nella sua educazione artistica.

@High Fidelity, Star and Disney+ Distribution

L’ultimo grande tassello, che porta a mio parere la serie verso una consacrazione quanto l’omonimo film, è la componente estetica. A rendere possibile un’ottima realizzazione troviamo cinque ingredienti principali: la città di New York, il quartiere di Brooklyn nello specifico, l’incredibile colonna sonora, l’universo analogico-musicale, i concerti dal vivo (ma te li ricordi i concerti?) e lo stile naturale della protagonista. 
Quest’ultimo può in un primo momento apparire come qualcosa di scontato, ma non lo è affatto. La perfezione della scelta di inserire Zoë Kravitz nel cast non riguarda soltanto il suo passato artistico, ma anche e forse soprattutto la sincronia tra l’interprete e il personaggio: Rob sembra spesso coesistere con la sua controparte reale. Dai Trench di pelle, all’abbigliamento ’90s, passando per l’attitudine e pure l’acconciatura, sembra di assistere ad un’ipotetica seconda vita dell’attrice. 
A dimostrazione di questo fatto, spesso e volentieri Zoë utilizza capi d’abbigliamento propri sul set.

@High Fidelity, Star and Disney+ Distribution

È doveroso ora concludere con un disclaimer necessario, seguito da una vera e propria chicca per appassionati. Consiglio High Fidelity principalmente a tutte le persone che, a modo proprio, apprezzano estetica e mood pre ’00s, e che si trovano in balìa della tanto amata e odiata corrente oceanica che è la vita tra i venti e i trent’anni, dove l’unica certezza è il flusso della vita che accade, senza alcuna concreta possibilità di vera razionalizzazione della stessa. Chicca finale per gestire al meglio la visione: uscite dal 2010 (a differenza del sottoscritto) e smettetela di impazzire con Shazam puntato davanti al televisore tutta la notte, la Playlist completa si trova su Spotify, e si, è un capolavoro.

Immagine di copertina: @High Fidelity, Star and Disney+ Distribution

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