Attivisti della campagna ICAN espongono uno striscione contro le armi nucleari con la scritta: ban the bomb

Italia, ripensaci!

Dall’Australia alla provincia di Brescia. La storia della campagna per l’abolizione delle armi nucleari e del successivo trattato, cui l’Italia non ha aderito.

La campagna per l’abolizione delle armi nucleari, in inglese International Campaign to Abolish Nuclear weapons (ICAN), inizia la sua azione nel 2007 con l’apertura del primo ufficio a Melbourne, in Australia. Nello stesso anno, viene rilanciata a livello internazionale da Vienna, all’epoca sede di una riunione sulla non proliferazione delle armi nucleari. Se l’obiettivo a lungo termine della campagna è evidente, inizialmente gli attivisti si impegnano a mobilitare ed informare le persone in modo che si faccia pressione sui governi rispetto alla tematica delle armi nucleari. In pochi anni di mobilitazioni, la rete di organizzazioni che aderiscono ad ICAN si fa sempre più ramificata. Numerose personalità di rilevanza mondiale si sono schierate con gli attivisti, dal Dalai Lama all’ex segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon a Papa Francesco.

I primi anni della campagna sono stati caratterizzati da eventi simultanei e conferenze internazionali, o gesti simbolici di forte impatto come l’invio, nel 2012, di 1000 origami raffiguranti delle gru ai primi ministri e presidenti del mondo. Gli attivisti di ICAN hanno insistito sulla trasversalità del tema, riuscendo ad ingrandire la rete di associazioni attive nella campagna ed ottenendo dichiarazioni di sostegno da realtà tra loro molto diverse, come la Confederazione Internazionale dei Sindacati e il Consiglio Mondiale delle Chiese.

Attivisti di della campagna ICAN in Australia protestano contro le armi nucleari
Attivisti di ICAN.
Credits: flickr.com

I promotori della campagna sono così riusciti, nel maggio 2016, a presentare all’ONU un documento in cui i parlamentari di 42 nazioni chiedevano alla massima istituzione mondiale di agire per la messa al bando delle armi nucleari. Questo è stato forse il momento di svolta della campagna. Nel 2017 infatti, l’ONU ha cominciato a lavorare al Trattato per la proibizione delle armi nucleari, più conosciuto con il suo acronimo inglese TPNW (Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons). Il trattato è stato poi ratificato nel luglio dello stesso anno. Sempre nel 2017, ICAN ha ricevuto il Nobel per la pace, per aver saputo mobilitare «l’attenzione sulle catastrofiche conseguenze umanitarie di qualsiasi uso di armi nucleari».

Per entrare effettivamente in vigore ed avere quindi valore come trattato internazionale, il Trattato necessitava dell’adesione di almeno 51 Stati riconosciuti e rappresentati nell’assemblea dell’ONU. L’obiettivo è stato raggiunto il 22 gennaio di quest’anno. Il TPNW prevede l’eliminazione totale delle armi nucleari nei paesi firmatari; questi non potranno infatti né effettuare test, né produrre, possedere o far transitare sul proprio territorio armi atomiche e dovranno invece fornire assistenza alle popolazioni ed ai territori colpiti da tali armi e nello smaltimento di queste ultime. Non potranno inoltre permettere che tali armi vengano mantenute sul proprio territorio da stati esteri. Ma quale è la situazione nel nostro paese?

L’Italia rientra nel gruppo di Stati che mantengono sul proprio territorio bombe nucleari statunitensi, in particolare nella nostra provincia, nella base di Ghedi, ed in Friuli in quella di Aviano (PN). Queste armi sono ormai da anni nel nostro paese, come parte degli accordi NATO cui l’Italia è vincolata. Probabilmente anche per questo, i rappresentanti italiani all’ONU sono arrivati a votare contro l’adozione di uno strumento giuridicamente vincolante per la proibizione delle armi nucleari. La posizione ufficiale italiana negli anni non è cambiata, nonostante le pressioni della società civile.

Cittadini e attivisti manifestano fuori dalla base militare di Ghedi (BS) durante un’iniziativa della campagna “Italia, Ripensaci”
Manifestazione contro le armi nucleari a Ghedi (BS).
Credits: forumcontrolaguerra

Infatti, sulla scia del primo voto contrario e delle successive defezioni, nasce già nel 2016 la campagna “Italia, ripensaci”. La campagna italiana ha creato una rete cui hanno aderito numerose forze sia della società civile che istituzionali. Per quanto riguarda le prime, ricordiamo la Rete Italiana Pace e Disarmo, la campagna Senzatomica ed il Movimento Nonviolento. Per quanto riguarda le istituzioni, numerosi comuni sostengono formalmente la campagna ed anche diversi parlamentari hanno firmato a favore di un impegno dell’Italia per studiare e poi aderire al TPNW. L’idea è quella di procedere per piccoli passi: cominciare a ottenere nelle istituzioni, in particolare in parlamento, sostegno per far sì che l’Italia partecipi almeno come osservatore ai lavori delle conferenze relative all’implementazione del trattato.

In particolare in provincia di Brescia le sottoscrizioni sono state numerose. Ben quarantadue comuni e settantuno associazioni della società civile, nonché più di 7000 cittadini, hanno aderito ad “Italia, ripensaci”. La particolare sensibilità dei bresciani sul tema trova probabilmente spiegazione nella presenza a pochi chilometri dalla città della base in cui sono custodite e da cui potrebbero partire le bombe nucleari. Finora tuttavia, nonostante adesioni illustri,  quali il presidente della camera Roberto Fico e l’attuale ministro della salute Roberto Speranza, il governo nazionale non si è mosso. Di nuovo, interessi e timori riguardanti la permanenza del nostro paese nella NATO in caso di approvazione del TPNW sono probabilmente alla base di questi tentennamenti.

In realtà non vi è correlazione tra la firma del trattato e la permanenza nell’alleanza atlantica (leggi qui per approfondire), la quale nei suoi documenti afferma che uno dei propri obiettivi è l’eliminazione delle armi nucleari. Inoltre, come sottolineato dal sindaco di Collebeato Antonio Trebeschi, l’Italia è oggi minacciata più da «croniche carenze a livello di sanità, istruzione, ricerca, manutenzione del territorio, delle infrastrutture che non da possibili attacchi militari» (https://www.youtube.com/watch?v=ZTlGnReDI2A). In questo senso la pandemia potrebbe smuovere, insieme ad una rinnovata pressione della società civile, le coscienze dei nostri governanti, messi di fronte all’evidenza che in un periodo di disastro sanitario, sociale ed economico, le spese (ingenti) per l’alloggiamento di bombe nucleari americane non devono essere una priorità per il paese. La campagna prosegue con rinnovata forza grazie all’allentamento delle misure di prevenzione del contagio, confortata da un sondaggio che indica come l’87% degli italiani siano favorevoli all’approvazione del trattato. Resta informato qui.

Immagine di copertina: credits: Immagine tratta dal sito di ICAN

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