Joe Wong: The Midnight Gospel. Quanto è difficile musicare la serie animata dei propri sogni?

Come può essere la colonna sonora di un bizzarro personaggio in grado di stimolare dialoghi interiori attraverso la versione spaziale di un Podcast?

Non so quante volte mi sia stato consigliato di vedere The Midnight Gospel. Ogni volta escogitavo una nuova scusa per evitare il consumo di un prodotto che mi veniva fin troppo sponsorizzato. I giorni troppo indaffarati non vanno bene per una serie “impegnata”, come non vanno bene neppure quelli troppo vuoti: eccessive possibili distrazioni. Non va bene neanche avere un umore troppo allegro, si rischia di recepire il messaggio con eccessiva leggerezza. Tantomeno è consigliabile accendere gli schermi in un momento buio: sappiamo tutti l’effetto depressivo che può derivarne.
Scuse, scuse e ancora scuse. Rifuggivo un prodotto che si sarebbe rivelato davvero potente.
Così una sera, in preda all’insonnia (e non sapendo che cosa guardare), ho iniziato a divorare The Midnight Gospel. Inutile dire che il crepuscolo si trasformò ben presto in notte fonda.

The Midnight Gospel

La serie vede come protagonista Clancy, personaggio bizzarro che vive in un luogo non bene specificato e che conduce uno Spacecast, versione spaziale di un podcast. Il funzionamento fantascientifico del suo programma è in realtà semplice e lineare: attraverso un simulatore di mondi, il nostro avventuriero vive situazioni incredibili, avendo la possibilità, grazie proprio alla simulazione, di intervistare personalmente le più svariate creature.

Ogni puntata è caratterizzata da una trama a sé, ma l’elemento centrale rimane il viaggio, che Clancy conduce insieme ai propri ospiti, mentre attorno accadono eventi stravaganti. 
Il nostro protagonista interagisce ed interroga concetti, emozioni, stati d’animo, elementi che prendono forma nella nostra mente a seguito di rappresentazioni reali, ma che dipendono dal nostro modo di filtrare la realtà.
L’empatia che Clancy dimostra lungo tutta la serie, riuscendo a mettersi nei panni dei propri interlocutori per poter dialogare al meglio, si rivela essere empatia verso sé stesso. Il dibattito ha tutte le caratteristiche di un classico dialogo interiore. Questo è uno dei punti di forza della serie, unito al fatto che non ci sono attori, ma personaggi dalle sembianze antropomorfe che permettono una (circoscritta) immedesimazione. L’irrealtà permette al fruitore di prendere le debite distanze.
La dimensione onirica è indiscutibilmente padrona della scena e, come spesso accade nei sogni, la vera protagonista è la sensazione. Tutto ciò che accade intorno è un’esplosione di immagini, suoni e colori privi di sovrastrutture mentali. Il simulatore presente nella serie permette, come nelle proprie fantasie, di approcciarsi alle grandi tematiche dell’esistenza.

The Midnight Gospel

La musica, pur coprendo un ruolo marginale, riesce a ritagliarsi il proprio dignitoso spazio. Magistrale l’opera di Joe Wong, autore della colonna sonora. Le canzoni spesso vengono interpretate dai personaggi e questo rende tutto ancora più credibile. Affinché il messaggio arrivi a destinazione, la parte musicale deve essere in linea con la storia, e qualora il distacco si mostri in maniera evidente, deve trattarsi di un messaggio intenzionale.
L’album relativo si rivela come una raccolta di immagini sonore, una descrizione musicale di un lungo viaggio, più che un insieme coerente di canzoni.
Wong non è l’ultimo arrivato e non è un caso che riesca ad unire le velleità di un macro filone stilistico con le specificità di ogni personaggio in una serie composta da puntate monotematiche. D’altronde, tra le opere da lui musicate ci sono serie di grande impatto come “Master of None” e “The Russian Doll”, interpretata dalla ex “Orange Is the New Black” Natasha Lyonne.
Forte degli ultimi successi, mantiene un’area per le proprie produzioni personali e pubblica durante quest’ultimo anno “Nite Creatures”, album che a me è piaciuto particolarmente, caratterizzato da suoni estremamente anni ’70 con voci profonde e molto riverberate.

The Midnight Gospel

Che si tratti di musica o cinema, arte o letteratura, credo che un’opera possa dirsi riuscita nel momento in cui lo spettatore possa entrare in sintonia con essa. 
Probabilmente se avessi guardato The Midnight Gospel in un momento differente avrei avuto sensazioni diverse, pensieri discordanti o magari nulla di tutto questo. Rimane ad oggi una serie che ho adorato e che reputo davvero importante. Soprattutto nell’epoca delle “grandi” distrazioni, dove promuovere la bellezza che si leva da intima riflessione deve diventare impegno comune.

Se posso dare inoltre un ultimo consiglio, guardatelo alla sera. L’atmosfera che si manifesta durante la notte rimanda ad una peculiare magia, dove luoghi, persone e riflessioni svaniscono al sorgere dell’alba, e rimangono soltanto come uno strano ricordo, a tratti confuso. Un po’ come le storie sulla pellicola di “Midnight in Paris”.

Immagine di copertina: tratto dall’animazione The Midnight Gospel

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