Kant, Gandhi e i cattivi rapporti con i vaccini

Già nel 2019 l’OMS la inseriva, alla pari del virus Ebola e della febbre Dengue, nella lista delle 10 principali minacce alla salute globale. Cos’è l’esitazione vaccinale?

NOTA: Ciao sono Marco, vuoi sapere perché uso tutte queste lettere strane (ǝ, з) nei miei articoli? Clicca qui>> italianoinclusivo.it

L’ha detto pure mio cugino

Dopo una fase iniziale faticosa, la campagna vaccinale in Italia sembra aver preso slancio. Allo stato attuale non è ancora possibile elaborare previsioni con ampi margini di certezza sulla sua efficacia, esiste però un fenomeno che potrebbe mettere a repentaglio la buona riuscita di tutta l’iniziativa.

Potrebbe esservi capitato, nelle ultime settimane, di sentire un dialogo del genere:

-Hai letto? È incredibile.

-Che cosa?

-Sembra che ci faranno l’AstraZeneca.

-E quindi?

-Ma è il peggiore! Se lo facessero loro, io passo. Quando arriveranno gli altri vaccini, allora me lo farò. Poi me l’ha detto pure mio cugino, che fa il veterinario: “aspetta questo autunno a vaccinarti”.

La vaccine hesitancy, in italiano “esitazione vaccinale”, è un fenomeno estremamente pericoloso e tutt’altro che banale. Si tratta di un termine-ombrello che vuole descrivere lo spettro dei comportamenti che vanno dal ritardo nel sottoporsi ad una vaccinazione per incertezza, indecisione e riluttanza, fino al rifiuto o addirittura all’aperta contrapposizione a questa pratica, atteggiamento noto come antivaccinismo. Le cause sono molteplici, complesse ed influenzate da numerose determinanti come, ad esempio, i possibili effetti indesiderati e l’accessibilità al vaccino, la malattia per cui viene sviluppato, la fiducia della popolazione nelle istituzioni e nella scienza, il periodo storico, l’area geografica.

Le scienze sociali e cognitive hanno dimostrato da tempo come l’essere umano abbia spesso una percezione distorta del rischio, per cui sottostima rischi molto probabili e sovrastima rischi meno probabili. Le nostre reazioni al pericolo sono istintive e intuitive. Gioca un ruolo fondamentale l’impatto emotivo (teoria risk-as-feelings), come anche il momento in cui una situazione viene vissuta: si tendono a sopravvalutare le conseguenze che sono vicine nel tempo rispetto a quelle più lontane. Tendiamo inoltre a ingigantire rischi sconosciuti o correlati a nessi causa-effetto poco chiari, basti pensare alle trombosi, percentualmente irrisorie, ipoteticamente collegate all’inoculazione del vaccino di AstraZeneca. Non deve quindi sorprendere l’esistenza di questa hesitancy vaccinale.

Illustrazione di Marco Rovati

Le origini del fenomeno sono più antiche dei vaccini stessi: quando l’immunizzazione attiva, nella forma della variolizzazione (inoculazione di una forma attenuata del vaiolo umano), approda nell’Occidente illuminista intorno al 1720, una parte della popolazione e del mondo intellettuale non l’accettò. Non solo l’oscurantista Chiesa cattolica: tra i nomi celebri che osteggiarono questa pratica bisogna citare Voltaire, i pamphlet di Verri e Parini, ma anche Kant e Rousseau, come numerosi altri, che la definirono come profondamente innaturale e immorale. Kant criticò anni dopo, con toni disgustati, anche la vaccinazione jenneriana, definendola «bestializzazione eticamente inaccettabile».

Nel corso del Novecento, specialmente a seguito dell’obbligatorietà di alcune vaccinazioni, le critiche continuarono, spesso su basi religiose o ideologiche. Gandhi nella sua Guida alla salute del 1922, descrisse la vaccinazione come «una delle più fatali correnti deliranti del nostro tempo, una coercizione barbara».

La consapevolezza collettiva dei benefici dei vaccini si è indebolita proprio a seguito dei successi raggiunti dagli stessi perché, con la perdita dell’esperienza della malattia prevenuta, si riduce la coscienza della sua pericolosità e con essa si assottiglia la percezione dell’utilità della vaccinazione. Contemporaneamente, poiché in medicina il rischio zero non è contemplabile, non potevano che aumentare i dubbi sulla sicurezza dei composti e conseguentemente sul rapporto rischio/beneficio relativo all’utilizzo.

La vicenda AstraZeneca è solo l’ultima delle numerose dimostrazioni di quanto la fiducia nelle vaccinazioni sia fragile in Italia. Narrazioni ricche di sensazionalismo ma povere di metodo scientifico non fanno altro che potenziare questo fenomeno, impattando pesantemente sulla copertura vaccinale finale, come insegna il caso italiano dell’antinfluenzale Fluad: a seguito del ritiro, nell’ottobre 2014, di due lotti sospetti di anomalie (poi smentite), si assistette ad un calo medio dell’80% delle vaccinazioni su tutto il territorio nazionale, con pesanti ricadute sul numero dei decessi per influenza nel 2015.

Prima regola: non fare i burioni

Non si dovrebbero avere atteggiamenti di condanna morale verso chi è esitante. Pensare che si possa far cambiare loro idea solo su basi logico razionali, cioè mostrando che i fatti e la logica confutano quelle tesi, spesso è una strategia fallimentare. Le fallacie argomentative e la pseudoscienza difficilmente si contrastano col moralismo o con appelli alla ragione. Chi ricorre a questi argomenti non solo non ha gli strumenti per comprendere a fondo di cosa sta parlando, ma è anche coinvoltə in meccanismi di autoinganno, per cui qualunque critica è destinata a scivolare addosso. Come si può allora provare a vincere questa vaccine hesitancy in un interlocutorə?

Illustrazione di Marco Rovati

Innanzitutto, rimanete calmi. Alzare i toni porterebbe inesorabilmente ad una sconfitta, qualunque fosse l’esito retorico del confronto. Una volta messa in sicurezza la conversazione, l’arduo compito è di condurla verso quella che il filosofo Bruno Mastroianni chiamerebbe “disputa felice”. Serve empatia e, al contempo, occorre cercare di costruire un terreno comune su cui provare a venirsi incontro: è cruciale tenere a freno l’orgoglio, evitare i sorrisetti beffardi di chi nasconde la verità in tasca e rimanere in ascolto con pazienza. Ma soprattutto, per non tornare al punto di partenza, è fondamentale evitare di umiliare l’interlocutorə per le sue considerazioni, tenendo presente che in fondo a quelle convinzioni si nasconde spesso la ricerca di una via di fuga o di uno schema più semplice per leggere la realtà. Se l’intento è di far ragionare una persona dubbiosa è sicuramente più utile guidare con le nostre domande la conversazione, tirando progressivamente le somme e sottolineando falle e lacune, piuttosto che asserire perentoriamente e smentire in modo incontestabile.

La scalata contro lo scatenato cherry picking di dati, ricerche e informazioni assurde scovate nei più loschi meandri digitali potrebbe apparirci una barriera insormontabile da scalare. Eppure, come suggerisce lo psicologo Jovan Byford, proprio il dubbio che guida l’esitazione vaccinale potrebbe rappresentare la chiave inaspettata per riportare l’interlocutorə verso un pensiero razionale, o quantomeno critico. Questo scetticismo potrebbe tornare utile se si riuscisse a spostare il bersaglio d’interesse, reindirizzando la diffidenza che anima queste persone anche sulle loro fonti.

Se l’interlocutorə è dichiaratamente antivaccinista, probabilmente i risultati immediati saranno molto scarsi. Le teorie cospirazioniste, come spiega magistralmente Greta in questo articolo, agiscono per moltз come una sorta di comfort food mentale, scorciatoie di decodifica della realtà che ipersemplificano fenomeni complessi e danno una falsa percezione di superiorità analitica. Difficile abbatterle nel tempo di un aperitivo, eppure, se avrete anche solo aperto un varco senza aver litigato o aggredito con un debunking scatenato, gran parte della missione sarà già compiuta.

Immagine di copertina: Illustrazione di Marco Rovati

condividi:

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin
Share on google
Share on whatsapp
Share on email