La prigionia del carceriere: una lettura psicoanalitica dell’amore in Proust

Quando i confini dell’amore sfumano nella possessione, vittima e carnefice si interscambiano e vivono una reclusione autoinflitta da cui difficilmente ci si riesce a sottrarre.

Alla ricerca del tempo perduto è l’Opera proustiana per eccellenza, la cui prosa densa di poesia tocca alcuni dei suoi massimi vertici proprio laddove il Narratore sembra vivere gli abissi più profondi del suo tormento. Il valore dell’opera, di altissima levatura stilistica, è dato altresì dalla modalità con cui alcuni temi, così come alcune emozioni, irrompono e scuotono tanto il Narratore quando il lettore: tra questi l’amore, quello per la madre, la cui tenerezza non è mai disgiunta dalla tristezza perché la presenza non è che presagio di assenza, e quello per Albertine, la donna amata, necessario per sopravvivere e insieme causa di angoscia

L’amore, che il protagonista prova dirompente e senza confini per queste due donne, è tormentato, incandescente e doloroso, sempre estremo, mai soddisfatto. La fame d’oggetto e i tentativi sempre fallimentari di addomesticarlo mettono in scena il bisogno di schiudere il mistero dell’Altro per intuire quello insito in sé stesso: dunque il Narratore circoscrive, limita, rinchiude l’alterità nell’illusione di arrivare a comprenderla e possederla per intero. Nell’illusione, potremmo dire, di ristabilire quell’Unità duale proprio della vita intrauterina, dove l’infans fa esperienza del solo soddisfacimento senza subire mai la sua controparte di frustrazione, di attesa e di possibile rifiuto che invece caratterizzano le relazioni mature.

Picasso (1903), Madre e figlio. La maternità blu: miseria che genera miseria

Ma andiamo per ordine: fin dalle primissime pagine si descrive una relazione fusionale tra la mamma (così come viene chiamata nel romanzo) e il giovane Narratore, in cui quest’ultimo non è in grado di tollerare la separazione e il senso di sé è retto dalla presenza dell’Altro, una relazione contemporaneamente fonte di sollievo e causa di angosce continue. Il bacio della buonanotte da parte della madre (e successivamente quello di Albertine), desiderio comune tra i bambini, viene vissuto dal Narratore come un bisogno impellente, non procrastinabile, unico rimedio all’angoscia; se manca, non è possibile andare a dormire e prendere sonno poiché il letto diventa una tomba, la camicia da notte un sudario, l’atto di coricarsi una sepoltura. Ed eccolo allora mobilitare la propria intelligenza, al fine di ottenere, seppur con modalità manipolatorie e rischiando conseguenze gravi, il tanto agognato bacio: “Ebbene, avessi anche dovuto gettarmi dalla finestra cinque minuti dopo, preferivo agire così. Quel che volevo, adesso, era la mamma, dirle buonanotte, ero andato troppo in là sulla via verso la realizzazione di questo desiderio, per poter tornare indietro”. ¹

Così, successivamente, quando Albertine prende il posto della mamma, il Narratore non si dà pace e, mosso dalla pulsione di impossessamento dell’oggetto che gli permetterebbe di controllarlo e farlo suo, arriva a rinchiudere in casa la ragazza, facendola seguire ovunque vada. Egli non può tollerare la separazione, né alcun dubbio che la riguardi: qualsiasi interrogativo a cui non riesce a dare risposta scatena una gelosia estrema che può essere placata, anche se solo momentaneamente e in modo parziale, soltanto attraverso continue conferme da parte di Albertine: la possibilità che lei possa desiderare un altro uomo o una donna, possibilità che si estende anche al passato e al futuro, lo espone ad un’angoscia impensabile. Quello a cui tende, fallendo sempre, è un controllo onnipotente sull’oggetto, che lo getta nell’angoscia non appena esso si manifesti in quanto Altro da sé e quindi non governabile, separato ed irriducibile, con pensieri, desideri, ricordi a cui non è possibile in alcun modo accedere e che costituiscono un limite invalicabile.

Il Narratore sembra travolto da una complessità che non sa e non può comprendere e contenere: Albertine gli appare come una dea dalle molteplici teste, in continuo movimento e mutamento che il Narratore non è mai in grado di raggiungere davvero, né di circoscrivere racchiudendola in un’idea che la rappresenti interamente: può solo raffigurarsela, ponendo, una accanto all’altra, tutte le immagini che la compongono, senza riuscire tuttavia a unificarle. Metaforicamente rievoca il celebre dipinto di Pablo Picasso, Les Demoiselles d’Avignon.

Picasso (1906-1907), Les Demoiselles d’Avignon

È solo quando il sonno rende Albertine inerme, priva di difese e spoglia della sua individualità che il Narratore si sente appagato, e, sentendola finalmente sua, può trarne piacere rendendola un oggetto cosificato, muto, privo di desideri altri irraggiungibili.

Il geloso sfida i limiti insiti nella relazione con l’altro, vorrebbe spogliarlo del suo essere e conoscere, divorare, impossessarsi una volta per tutte del suo mistero. Vorrebbe farne cosa propria, ripercorrere ogni istante della sua vita da tutte le possibili angolazioni, per non perdersi neanche la più sottile sfumatura e registrare ogni dettaglio, sguardo, tono e discorso, per poterlo poi recuperare dalla memoria e riutilizzarlo per verificare se tutto quadra, se ogni cosa può essere spiegata razionalmente. Questa ricerca mai finita di verità determina uno sforzo di memoria che mobilita l’intelligenza del geloso, lo induce a rimuginare ossessivamente e a disperarsi per la poca attenzione posta rispetto a determinati istanti che, se nel mentre sembravano di poco conto, retrospettivamente assumono un’importanza colossale per decifrare il presente. Ogni domanda stimolata dall’amato deve ottenere una risposta che assume il carattere di necessità e urgenza, ma ogni risposta ottenuta, se da una parte getta nel dolore il geloso, che ci legge la conferma dei propri sospetti, dall’altra parte apre sempre nuovi interrogativi e il dubbio che anche questa detenga in sé una dose di menzogna.

La ricerca della verità è un supplizio, una punizione autoinflitta che si autoalimenta, un viaggio la cui meta si allontana man mano che si procede, al quale il geloso è votato e condannato insieme.

Munch (1907), Jealousy

Il Narratore diviene un esegeta della parola di Albertine: ogni sua frase, tono, espressione, silenzio, gesto viene analizzato scrupolosamente, ripetuto, rivoltato, nel tentativo di coglierne, al di là della forma manifesta, la verità latente. Egli non può arrendersi allo iato che testimonia la non coincidenza tra l’immagine della donna amata e la Verità: urgentemente deve sapere, deve aggrapparsi a qualcosa che dissipi e al tempo stesso mantenga il dubbio. Proust ci dice che “Si ama soltanto ciò che non si possiede per intero”² per cui finché c’è una domanda a cui rispondere, sopravvive anche il desiderio.

¹ Proust, Dalla parte di Swann, p.42
² Proust, La Prigioniera, p. 497
 
Immagine di copertina: Piranesi (1745-1750), Carceri d’invenzione Tavola XIV
Proust, M., (1913-1927). Alla ricerca del tempo perduto, Milano: Mondadori Editore (2006).

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