Le nostre difese

Attacchi dall’esterno e conflitti interiori caratterizzano le nostre vite: di quali difese disponiamo per sopravvivere?

Immaginiamo il soggetto come una cittadina: può succedere che al suo interno nascano conflitti o che venga attaccata dall’esterno. Di fronte alla minaccia (reale o percepita poco importa), come reagiranno coloro che sono deputati alla protezione? Potranno schierare truppe difensive nei pressi delle zone più esposte agli attacchi o di quelle considerate più deboli, oppure potranno investire una grande quantità di risorse per fortificare i confini del territorio, costruendo una muraglia protettiva. 

Allo stesso modo funziona il nostro soggetto: quando si sente attaccato da forze interne o esterne potenzialmente in grado di causare dolore psichico e angoscia, attiva dei meccanismi di difesa inconsci atti a proteggere l’Io e mantenere efficiente il proprio funzionamento globale. 
I processi difensivi primari (o arcaici), sono primitivi e caratterizzati dal “mancato raggiungimento del principio di realtà […] e dalla mancata percezione della separatezza e della costanza di coloro che sono esterni al Sè”: qui domina il principio di piacere che tiene conto solo di ciò che l’apparato psichico desidera e non di ciò che la realtà fattuale può offrire, e parallelamente l’alterità non è riconosciuta come separata, esterna, e presente anche se non direttamente accessibile al soggetto. I meccanismi di difesa secondari (o evoluti) invece sono così definiti poiché, oltre a richiedere risorse psichiche maggiori, l’esame di realtà rimane integro, per cui vi è una netta differenziazione tra realtà psichica ed esterna. Vediamo dunque alcuni meccanismi difensivi arcaici e secondari, ricordandoci che anche i soggetti psichicamente più evoluti utilizzano difese primarie; infatti, come precisa McWilliams per placare preventivamente gli animi, “è l’assenza di difese mature, non la presenza di quelle primitive, che definisce la struttura borderline o psicotica”. Dunque, senza timore alcuno, inoltriamoci nella schiera delle difese psichiche.

Diniego

La cittadina è circondata da truppe nemiche pronte all’assalto. I capi della difesa le vedono ma negano: «non c’è nessuna minaccia». 
Per capire quanto questa reazione, apparentemente assurda ci appartenga intimamente, facciamo un passo indietro. Questo meccanismo di difesa è precocemente appreso e usato dal bambino quando, di fronte ad una realtà spiacevole, la reazione naturale è rifiutarla. Questa modalità difensiva, senz’altro primitiva, si serve del pensiero magico, convinzione prelogica per cui un fatto che non sia stato riconosciuto dal soggetto non accade nella realtà. Anche in età adulta si fa uso del diniego, per esempio di fronte a esperienze di lutto (“non ci credo, non può essere vero”): la difesa protegge il soggetto da una realtà inaccettabile. Seppur il diniego tuteli psichicamente il soggetto dal farsi carico di una consapevolezza troppo dolorosa, può avere un esito controproducente: sono i casi degli alcolisti che denegano la loro problematica, o delle donne maltrattate che sottostimano la pericolosità del partner.
Per Galimberti il diniego è un nuovo vizio della nostra società, largamente impegnata a mostrare solo il bello: può essere letterale (“non può essere successo”), interpretativo (per cui la morte di civili è un “danno collaterale”), o implicito (“non mi riguarda”). Proviamo ad applicare questi tre tipi di diniego al caso del Coronavirus: abbiamo sentito dire da molti personaggi pubblici che “non esiste, è una semplice influenza” (diniego letterale), “colpisce gli anziani e le persone affette da patologie pregresse” (interpretativo), e “non dobbiamo preoccuparcene, è un virus cinese” (implicito).

Diniego: le guardie ignorano i nemici all’orizzonte, di Anna Maria Stefini

Scissione 

Gli abitanti del quartiere periferico Omega chiedono agevolazioni per raggiungere il quartiere Alfa, posto al centro della cittadina. Tra le due popolazioni si crea un conflitto: gli abitanti Alfa si considerano tutti bravi, onesti, dei gran lavoratori, proprio il contrario delle persone Omega visti come ladri, disonesti e incompetenti. 
La scissione opera così: divide nettamente l’esperienza, polarizzandola in due fazioni opposte. Anche in questo caso, le radici antiche del meccanismo sono rintracciabili nella prima infanzia, quando il bambino, per organizzare l’esperienza caotica che lo circonda, la divide in buono e cattivo. La posizione intermedia, quella dell’ambivalenza, del grigio tra il bianco e il nero, è un’acquisizione successiva che richiede la maturità psichica ed emotiva di riconoscere la coesistenza di qualità buone e cattive nello stesso oggetto. 
Alcuni leader politici si servono massicciamente della scissione: attraverso una distorsione della realtà, creano la convinzione di appartenere al gruppo dei buoni, dei giusti, degli eletti, in contrapposizione con il gruppo dei ‘cattivi’. 

Rimozione

Giorgio e Gianni sono cresciuti insieme, stesse scuole, stesse vacanze, attività lavorativa in comune. Dopo alcuni anni Giorgio scopre che Gianni lo deruba e truffa segretamente. Amanda, la figlia di Giorgio, gli chiede: “papà con chi andavi in vacanza da giovane?”, e lui “ci andavo sempre con…ehm… Gius…Giov…come si chiamava?!”. 
Questo è un semplice esempio di rimozione: il povero Giorgio è rimasto talmente scosso dal tradimento dell’amico che lo rimuove, cioè lo dimentica o meglio lo relega nell’inconscio. Questa difesa può investire l’intera esperienza traumatica, l’affetto associato o i desideri connessi. In questo caso siamo nell’ordine dei processi difensivi secondari, poiché non vi è distorsione della realtà ma solo un suo allontanamento dal piano conscio. Della rimozione fa parte anche il fenomeno inverso: il ritorno del rimosso che si manifesta in rapidi flashback dell’esperienza dolorosa, in lapsus o, ancora, nei sogni. 
La rimozione non deve però diventare l’alibi dello smemorato: un conto è rimuovere (in questo caso il ricordo è intatto ma inaccessibile alla coscienza), un conto è dimenticare o non immagazzinare il ricordo per disattenzione o disinteresse!

Scissione: le due fazioni opposte, di Anna Maria Stefini

Razionalizzazione

La nostra cittadina vuole vendere i suoi prodotti alla città vicina ma questa rifiuta, ha già quei prodotti e non ha nessun interesse a comprarli: “tanto meglio” dice il responsabile alle vendite “avremmo avuto più grane a spedire che reali guadagni!”. Come nella favola di Esopo, quando non si arriva all’uva, l’uva è acerba. La razionalizzazione, meccanismo di difesa secondario e largamente usato dalle persone creative e intelligenti, aiuta il soggetto a mantenere un livello di autostima alto, a fronte di un fallimento. Il rischio implicito è che ogni avvenimento negativo venga razionalizzato e si perda il contatto con le emozioni sottostanti che, se ascoltate, potrebbero indurre a positivi cambi di rotta.

Laddove il mondo e la nostra tenuta psichica sembrano sgretolarsi sotto i colpi inclementi della realtà interna ed esterna, il nostro inconscio ci viene in soccorso con difese tanto più estreme quanto più la situazione fattuale o percepita lo richiede. Un vero e proprio sistema di autodifesa così efficiente che si attiva spesso ancora prima che la minaccia sia percepita e concepita a livello conscio, tanto benevolo che a volte addirittura permette alla coscienza di continuare la sua vita ignorando il pericolo stesso.

Freud, A., (1936), L’Io e i meccanismi di difesa. Boringhieri, Torino (1985).
Galimberti, U., (2003), I vizi capitali e i nuovi vizi. Feltrinelli Editore, Milano.
Kernberg, O. F., (1976), Teoria della relazione oggettuale e clinica psicoanalitica. Boringhieri, Torino (1980)
Mangini, E., (2003), Lezioni sul pensiero post-freudiano. Led Edizioni, Milano.
McWilliams, N., (2011), La diagnosi psicoanalitica. Casa Editrice Astrolabio, Roma (2012).
 
Immagine di copertina: Illustrazione di Anna Maria Stefini

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