la poetessa greca Saffo dipinta con un peplo rosa seduta su delle pelli di leone in una terrazza vista mare

Perché continuare a fare poesia?

Tre provocazioni per un atto di ribellione con la penna in mano.

Daniele Giancane (poeta, critico, accademico classe 1948) l’anno scorso ci ha fatto dono di un interessante agile volumetto dal titolo: “Che cos’è la poesia?”, pubblicato da Tabula Fati per la collana “Labirinti”. Si tratta di quasi un centinaio di pagine che danno vita a quella che a tutti gli effetti è una vera e propria piccola guida ad uso di chi vuole dilettarsi nello scrivere poesia, una guida che si articola su capitoli-argomento che hanno lo spirito e il pregio di presentarsi come un dialogo diretto senza troppi peli sulla lingua.

La prima provocazione che si vuole porre in questo articolo è la seguente: non sembra quasi strano che ancora qualcuno si stia preoccupando di ragionare su un ambito che nell’ultimo secolo è stato sempre più sdoganato, e che negli ultimi decenni in particolare (grazie a internet e alla possibilità che ognuno ha di farsi leggere gratuitamente e senza il filtro di un parere editoriale serio) ha iniziato a sfumare sempre di più?

La “democratizzazione” del sapere, una benedizione con anche molti lati oscuri (non ultimo il generale impoverimento qualitativo rilevato qualche anno fa da autori come Umberto Eco) ha portato con sé anche tanta confusione, la stessa confusione che scolora i confini delle cose e soprattutto delle definizioni, specialmente per un ambito, quello poetico, che già di per sé appare nella sua definizione particolarmente nebuloso. In questo senso forse ora più che mai è naturale che ci si guardi intorno cercando le domande giuste da porsi, cercando (cosa questa che sembra una costante lungo i secoli) il contatto con il passato e con chi ha accumulato più esperienza.

Da qui il ragionare di poesia diventa interrogarsi sulle radici di quella che è l’esigenza, vecchia forse come il mondo, di esprimere qualcosa che si coglie come un lampo in una notte buia con un codice nuovo, non usuale rispetto al parlare quotidiano; per dirla alla Giancane: «un linguaggio ad alta condensazione emotiva che attinge ad un mondo altro».

Elio Germano abbigliato come leopardi guarda verso lo spettatore con il capo appoggiato ad un foglio manoscritto con una penna d’oca in mano
Elio Germano nei panni di Leopardi sul set del film Il giovane favoloso di Paolo Martone, 2014

A questo punto la seconda provocazione: se ragionare di poesia è legittimo perché nasce dalla necessità di esprimere con un linguaggio particolare qualcosa che appartiene ad un mondo “altro”, e il ragionare di poesia viene fatto mai in una prospettiva futura ma a ritroso, affidandosi ad autori navigati che a loro volta si rivolgono indietro ad altri maestri (quasi una catena rivolta al passato), che cosa vuol dire fare poesia? Si affida tutto all’ispirazione come in uno stato mistico? Oppure c’è altro da considerare?

Se prestiamo ascolto al passato, Valéry amava dire che il primo verso lo fornisce Dio e il resto la tecnica, ovvero che esiste un cinquanta per cento di ispirazione e un cinquanta per cento di lavoro “artigiano” di lima, un lavoro di espressione, tramite un linguaggio poetico, di un contenuto. Sì, perché la poesia non è, per quanto questa cosa infastidisca molti, solo il suo contenuto, ma piuttosto come il suo contenuto viene espresso; se infatti ogni cosa è poetabile, non per forza ogni testo è poesia. O ancora, per citare Rilke: «una poesia, se vuole essere oggetto artistico, e non solo pura comunicazione o espressione di uno stato d’animo, deve apportare al mondo qualcosa di nuovo, in modo da essere essenziale».

Probabilmente è questa ricerca dell’essenzialità in un mondo che spesso ci sommerge di superfluo ciò che porta le persone (e specialmente noi giovani) ad aspettarci molto dai poeti e ad aspettarci molto da noi stessi se per qualche pulsione nascosta ci siamo mai messi alla prova con serietà e dedizione nel lavoro poetico. La medesima essenzialità, trovata dopo una ricerca individuale che molto spesso dura una vita,  è l’elemento che porta ogni poeta ad identificare la poesia in termini molto personali (emanazione dello spirito che travolge – il duende- per Lorca; sogno per Bachelard; esperienza collettiva per Eliot etc.) e Giancane, che la vede come il “linguaggio ad alta condensazione emotiva”, abbiamo visto che in questo non fa eccezione.

Paul Valèry in una foto in bianco e nero che osserva il lettore con una mano appoggiata sul mento
Paul Valèry, fotografia tratta dal libro Historia de la Literatura Argentina, Centro Editor de América Latina, 1968 Buenos Aires

Ma se la poesia cerca di dire l’essenziale, cerca di dire l’indicibile (come affermava a suo tempo Rimbaud), arriviamo alla terza e ultima provocazione, dalla quale il nostro titolo: a che diavolo serve la poesia, visto che sembra essere più che altro un maldestro tentativo di esprimere qualcosa di oscuro e misterioso nascosto tra le pieghe del quotidiano che in pochi colgono e che la maggioranza ignora senza troppi problemi?

In molti hanno cercato di rispondere a questa domanda, ma il libercolo con il quale è stato iniziato questo articolo offre due risposte molto interessanti. La prima è che la poesia salva la vita: il suo altissimo valore sta nell’assumere un ruolo altro rispetto al linguaggio omologato, e soprattutto una dimensione altra rispetto al consumismo, la cui dinamica rifugge come la peste (Pasolini definiva la poesia come un bene che non si consuma)…è atto sincero di ribellione, baluardo contro l’appiattimento anche e soprattutto emotivo. La seconda è che la poesia, come disse Allen Ginsberg (il “poeta/profeta” della beat generation),  «serve ad allargare l’area della coscienza», ovvero ad arginare il pensiero omologato contrapponendogli il vedere oltre e il vedere da un’altra prospettiva.

In conclusione, se dovessi motivare oggi il continuare a scrivere poesia, o il provare a scrivere poesia, rifacendomi all’alto proposito di usare un linguaggio ed un pensiero che non siano omologati, ma miei e solo miei, risponderei:

scrivo poesie perché mi desidero libero.

scrivo poesie

perché non posso pensarmi altrimenti.

volto di Allen Ginsberg che fa l’occhiolino all’osservatore
Michiel Hendryckx, Allen Ginsberg, 1979
Immagine di copertina: John William Godward, In the days of Sappho, 1904

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