Perché memiamo?

Ormai sdoganati anche al di fuori degli oscuri meandri di Reddit, i meme sono diventati il modo di esprimersi di un’intera generazione. Un linguaggio che ha molto in comune con quello dell’arte contemporanea: ed è attraverso essa che proviamo a capirne le ragioni più profonde.

Nel 1962 Andy Warhol inaugura un ciclo di opere chiamato “Death and disaster”. I soggetti di questi lavori sono drammatici: fotografie di sedie elettriche e suicidi, episodi tragici come disastri aerei e incidenti stradali ripresi dai giornali. Warhol li sottopone allo stesso processo di replicazione seriale su sfondi colorati alla quale sottoponeva il volto di Marilyn Monroe e i contenitori delle zuppe Campbell: accade quindi che queste immagini perdano del tutto il loro significato originale, diventando prive di qualsiasi valore e carica emotiva. Ciò che emerge da queste opere non è più il soggetto, elemento interscambiabile, quanto piuttosto il processo di assuefazione visiva vissuto dallo spettatore e lo svuotamento di valore subito dalle immagini nell’epoca dei mass media.

A sinistra: Orange Car Crash Fourteen Times (1963, Museum of Modern Art, New York).
A destra: Marilyn Diptych (1962, Tate Gallery, Londra)
di Andy Warhol

Questo processo che era stato così efficacemente messo a fuoco dagli artisti pop già negli anni 60, ha oggi raggiunto il suo apice nel fenomeno culturale dei meme. L’esempio più recente risale al 20 gennaio scorso, quando tutto il mondo ha assistito alla cerimonia di insediamento del neoeletto presidente USA Joe Biden. Bernie Sanders, suo avversario durante le primarie, ultimo uomo del Congresso a definirsi ancora “socialista democratico”, è stato fotografato seduto a gambe incrociate, indossando una giacca casual e dei guanti fatti a maglia, mentre il resto del parterre politico partecipava, elegantemente vestito, alla celebrazione. L’immagine, semplice ma emblematica, ha fatto subito “il giro del web”: all’inizio associata a caption ironiche, ha poi trasceso le didascalie ed è diventata essa stessa il meme.

Sanders è stato così photoshoppato ovunque, da scene di film a opere d’arte famose, fino al momento “meta” in cui è stato collocato in altri meme e infine il momento in cui, mentre Twitter già si dichiarava stanco del format, è sbarcato su Faceboook per esaurire del tutto la propria carica virale. E così l’immagine di Bernie, che è diventata talmente grande da essere l’unica cosa che ci è rimasta dell’evento, dopo essere stata moltiplicata all’infinito come le Marilyn di Warhol, è anche diventata assolutamente priva del significato intrinseco che aveva all’inizio. Uguale, per valore e possibilità di utilizzo, a quella di Robert Pattinson sorpreso in cucina o a quella di Hide the pain Harold. Ed è lo stesso destino subito da altre foto che in questo anno così eccezionale erano state bollate come “di portata storica”: la natura che si riprende i suoi spazi durante il lockdown, Mattarella che sale da solo all’Altare della Patria il 25 aprile. E non si tratta solo di immagini: sembra che qualsiasi cosa entri nell’impastatrice dei social, ne esca meme.

Partendo dall'alto: Bernie in un Renoir, Bernie in Forrest Gump, Bernie nel meme di Robert Pattinson, Hide the pain Harold, Mattarella all’Altare della Patria, la natura che si riprende i suoi spazi.

La questione è molto più ampia del solo fenomeno dei meme. Essi sono sintomo di una società che nella frenesia della comunicazione ha forse perso i significati: niente lascia più il segno, non siamo più capaci di fare riflessioni concrete fermandoci ad assistere agli eventi, dobbiamo viverli per un attimo attraverso una fugace ricondivisione per poi passare subito al nuovo stimolo che il web ci offre. Ma è davvero tutto qui? Il fatto che le nuove generazioni comunichino con i meme significa solo che sappiamo ormai soltanto ridere e farci scivolare addosso qualsiasi cosa accada?

Un episodio chiave per capire a fondo il fenomeno è stato quando, a inizio 2020, è iniziato a circolare il format della coffin dance. Il video dei portatori di bare ghanesi, che associano energici passi di danza al momento del trasferimento del feretro durante i riti funebri locali, con la dance hit Astronomia in sottofondo, viene posto come punchline alla fine di brevi video fail. Assurdo ma efficace, il meme diventa viralissimo. Così virale che nessuno si è chiesto se fosse opportuno utilizzare immagini del funerale di qualcuno per farne dei video comici: una considerazione decisamente valida in altri contesti, ma insensata in quello che stiamo raccontando.

È proprio questo meme a fornirci una diversa chiave di lettura per la questione. La coffin dance infatti si trova presto a raccontare un periodo particolare: quello della pandemia. Ed è così che il format si adatta e diviene commentario a tutti quei comportamenti che d’un tratto sono diventati pericolosi: gli assembramenti, le mascherine indossate male. Istantanei racconti dei diversi atteggiamenti assunti di fronte a un pericolo invisibile, i video diventano un modo per esorcizzare quella paura della morte diventata per molti così concreta. Un espediente usa e getta, ma che ha il pregio ineguagliabile di essere democratico, utilizzabile da tutti, e dà la sensazione di essere tutti sulla stessa barca. Quando postiamo un meme, più del meme stesso ci interessa inserirci in un circuito con altri milioni di persone che fanno la stessa cosa e condividono le nostre stesse opinioni e stati d’animo. A volte sembra essere l’unico modo che le nuove generazioni hanno per processare la miriade di problemi complessi che il mondo sbatte in faccia a chi prova ad affrontarlo: il cambiamento climatico, la crisi economica e quella politica, per citarne alcuni.

Raccolta di meme che raccontano la pandemia e le crisi del mondo di oggi.

Il mondo dell’arte, di nuovo, ci offre la giusta prospettiva sul fenomeno. Nella mostra What do you meme del 2016, lo spazio espositivo è stato lasciato in mano a meme makers professionisti. L’intenzione, secondo la creatrice, è di mettere in luce la forza dei meme estraendoli dal contesto quotidiano e inserendoli in uno spazio normalmente riservato al mondo elitario dell’arte. I meme risaltano così per la loro potenza comunicativa. E non è difficile capire quanto sia vero: i meme possono veicolare messaggi politici (basti pensare a quanto successo con l’appropriazione del meme di Pepe the Frog da parte dell’Alt-Right), sono mezzi di condivisione che uniscono comunità virtuali (dai fan del k-pop, a quelli di League of Legends, fino a  gruppi di utenti accomunati dalla stessa sofferenza psicologica) e a volte esprimono in pochi pixel il disagio di un’intera generazione. Non a caso vediamo ormai anche politici e brand che, consapevoli della loro potenzialità,  cercano di utilizzarli nelle proprie campagne per accrescere il loro consenso.

Dai meme politici a quelli su ansia e depressione, fino a una campagna pubblicitaria pensata per i social.

Negli anni successivi nascono altre mostre simili, che cercano quindi di mettere in atto un’operazione analoga a quella della pop art: prendere dal quotidiano un elemento della comunicazione di massa e elevarlo a opera d’arte, per svelare i meccanismi sottostanti. Viste fuori dal contesto dello scrolling sui social, capiamo quanto in realtà siano complesse quelle immagini che ci strappano un sorriso. È per lo stesso motivo che ci piace così tanto lo sketch del “memista” di Lundini, perché mettendo i meme in televisione, in mano a degli ignari boomer, ci rendiamo conto di quanti livelli di significati intrisi di cultura web nascondano, tanto che sarebbe impossibile spiegarli a chi ne è estraneo. E allo stesso tempo, riconosciamo qualcosa che ci appartiene e ci fa sentire parte di una cultura esclusiva della nostra generazione.

La mostra Two Decades of Memes al Museum of the Moving Image nel Queens.

La pop art non nasce con l’intento di giudicare moralmente la società del consumismo e dei mass media, ma vuole piuttosto collocarsi dentro essa e renderla soggetto. Le sue evoluzioni hanno qualcosa di ancora più simile ai meme: guardiamo le opere di artisti come Ed Ruscha, Jenny Holzer, Barbara Kruger. Per quanto possano avere background e intenti differenti, hanno tutte qualcosa in comune e ci sembrano così familiari: perchè parlano la nostra stessa lingua, anzi, parlano della nostra lingua. È diventato soggetto il linguaggio contemporaneo dei media, il modo in cui i concetti viaggiano nel mondo globalizzato, la collisione tra forma e contenuto. Così per quanto riguarda i meme, possiamo dire che il loro vero contenuto è il linguaggio stesso, risultato della compressione di un universo di significati. Come diceva Marshall McLuhan nella sua teoria dell’informazione: «il mezzo è il messaggio».

Da sinistra: Pay Nothing Until April di Edward Ruscha (2003, Tate Gallery, Londra);
Protect me from what I want di Jenny Holzer (1985, pannello elettronico a Times Square, New York, © Photo: John Marchael) ;
Untitled (I shop therefore I am) di Barbara Kruger (1987).

Fare meme, quindi, non è altro che il modo che la nuova generazione ha trovato per navigare l’assurdità dei tempi moderni. Se poi una cultura di massa sia sufficiente ad affrontarli, questa è un’altra storia.

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