Scacco matto in tre mosse

O di come gli scacchi possono farci riflettere sulla vita.

Qualche mese fa il mondo sembrava essere impazzito per gli scacchi. Merito soprattutto di The Queen’s Gambit, la serie di successo targata Netflix e basata sull’omonimo romanzo di Walter Trevis, fino a quel momento sconosciuto ai più. Fatto sta che, l’avrete notato, persone insospettabili hanno iniziato a capire come si muove il cavallo, a chiedersi cosa sia un gambetto di donna e a postare foto di scacchiere sulle loro bacheche. Ma dopo una quindicina di giorni intensi, Beth Harmon resta un personaggio immaginario e gli scacchi un interesse per pochi. Del resto si tratta di una disciplina perennemente inattuale, che richiede grande concentrazione per essere praticata e dedizione assoluta per venire compresa. È un gioco antico, nato in forma embrionale in India intorno al VI secolo, e arrivato in Europa verso l’anno Mille attraverso gli arabi. Nel corso del tempo ha conosciuto diversi mutamenti. Basti pensare che inizialmente prevedesse l’uso dei dadi, un elemento considerato diabolico dalla Chiesa, al pari di ogni forma di gioco d’azzardo, e quindi presto soppresso in tutti i paesi europei; o come per secoli i pezzi si chiamassero in altri modi (l’alfiere era l’elefante, la regina il visir), si muovessero diversamente e in modo meno dinamico. All’alba del Cinquecento viene sancito il canone moderno, rimasto quasi invariato fino a oggi. Progressivamente proliferano trattati, nascono accademie e club, si sviluppa la scena competitiva. Il gioco entra nell’immaginario collettivo attraverso libri, quadri e film. Il settimo sigillo, il capolavoro di Ingmar Bergman del 1957, è scandito dalla partita a scacchi del cavaliere Antonius Block con la Morte: la celebre scena che Bergman eredita dagli affreschi medievali e trasforma nel perno simbolico del film. Nella scena iniziale la Morte viene a reclamare la vita del cavaliere di ritorno dalle crociate. Per rimandare la sua fine Antonius, che ha visto nei quadri e ha sentito nelle leggende il suo avversario giocare, avanza la disperata sfida: «Voglio sapere fino a che punto saprò resisterti, e se dando scacco alla Morte avrò salva la vita». Scacchi come rivelazione e possibilità di salvezza, simbolo emblematico per un film apocalittico che ha nell’Apocalisse di Giovanni il suo riferimento principale.

La morte che gioca a scacchi, l’affresco di Albertus Pictor del XV secolo nella chiesa di Täby a Stoccolma, che ha ispirato Bergman.

Non bisogna essere dei cultori per comprenderne il significato. E neanche dei grandi giocatori per intravedere, dietro le sessantaquattro caselle e i trentadue pezzi, molto più che un semplice passatempo. Un gioco che, come ricorda Antonius Block, richiede tempo. Tempo che può permetterci di ragionare, anche sulle banalità, e vedere la vita da una prospettiva differente. E forse, persino salvarci dalla morte.

Radicalità

Gli scacchi sono il gioco di strategia per antonomasia. Senza di loro non esisterebbero i wargame, i giochi di strategia e i gestionali. Del resto il concetto alla base è semplice: gestire al meglio il proprio esercito per sconfiggere quello dell’avversario. Un’armata costituita da pezzi con ruoli, potenzialità e debolezze differenti. Inutili se sfruttati individualmente, devastanti se pensati in relazione reciproca. Gli scacchi insegnano a ragionare sulla totalità e sulle differenti parti di un unico grande corpo. Anche le regole sono semplici e si imparano in fretta. Ciò che è difficile sono le infinite possibilità in cui sfruttarle. Con un linguaggio un po’ nerd diremmo easy to learn, hard to master. Tutti capiscono come si muove un alfiere, pochi hanno idea di quanto un movimento possa indirizzare una partita. Del resto gli scacchi sono una scienza esatta e in questo risiede la loro radicalità. Al contrario dei giochi che prevedono l’uso delle carte, dei dadi o di qualsiasi altro fattore randomico, sulla scacchiera la casualità non incide sul risultato: tutto è nelle mani dei giocatori. Il più bravo vince, la fortuna non c’entra.

La partita a scacchi con la morte ne Il settimo sigillo.

Dinamismo

Per la maggior parte delle persone la radicalità degli scacchi è stucchevole. Ci si stanca presto di un gioco che sembra sempre uguale e dove l’amico più bravo vince ogni partita. È per questo che sono nati gli auto-chess: dei videogiochi che integrano alla struttura scacchistica degli elementi randomici, modificandola a seconda dei casi, così da rendere le partite più divertenti e in cui la fortuna reclama la sua parte. Per quella minoranza che fa degli scacchi la propria grande passione o il proprio lavoro è invece la radicalità il vero punto di forza. Sapere che il risultato è del tutto legato alla bravura è un grande stimolo a giocare costantemente per migliorare. Questo significa ragionare in maniera dinamica, sapersi adattare alle situazioni proposte dagli avversari ed elaborare nuove strategie. È per questo che, nonostante la stessa struttura, gli scacchi continuano a mutare. E così aperture solidissime in passato oggi non vengono quasi più utilizzate e scambi considerati vantaggiosi da Bobby Fischer non sono più considerati tali. In qualsiasi momento numerosi software permettono di giocare contro diversi livelli di intelligenza artificiale consigliando le mosse migliori da fare, sulla scia dei milioni di dati raccolti nelle precedenti partite. Il mondo scacchistico è una biblioteca globale che si arricchisce minuto dopo minuto. E solo in pochissimi riescono a consultarla per intero.

Tenacia

Gli scacchi richiedono sacrificio. In questo senso non sono diversi da tutte le discipline in cui ci si vuole affermare, ma qui sacrificarsi è nella natura del gioco: lo scacco matto più glorioso è quello che segue un sacrificio di donna. Tuttavia, per vedere la mossa geniale, bisogna sudare sulla scacchiera. Allenarsi per divenire imprevedibili e battere anche le macchine, costringendole ad aggiornarsi. Giocare per imparare, sapendo di dover necessariamente perdere. A tutti i livelli gli scacchi insegnano il valore della sconfitta. Quando si perde, non ci sono scuse. Nessuno è obbligato a continuare, ma ognuno può migliorare, capendo i propri limiti e provando a superarli. Anche il campione del mondo, il giovane norvegese Magnus Carlsen, può perdere e anche male contro altri gran maestri. Ma è sempre lì, a sfidare prima di tutto sé stesso giorno dopo giorno. Perché in fondo è questo il senso della vita, se ne ha davvero uno, come viene rivelato ad Antonius Bloch dalla Morte, vittoriosa con l’inganno, alla fine della partita:

Morte: Quando ci rincontreremo sarà giunta l’ultima ora, per te e i tuoi compagni di viaggio.

Antonius: E tu ci svelerai i tuoi segreti?

M: Io non ho alcun segreto da svelare.

A: Allora non sai niente?

M: Non mi serve sapere.

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