Quando sceriffз e tronistз ci raccontano il virus

Chi si sta occupando in Italia di comunicare la pandemia a livello istituzionale e mediatico?

NOTA: Ciao sono Marco, vuoi sapere perché uso tutte queste lettere strane (ǝ, з) nei miei articoli? Clicca qui>> italianoinclusivo.it

Appare sempre più evidente come non sia richiesta alcuna competenza comunicativa specifica a chi è chiamatə a esprimersi pubblicamente sulla pandemia. La (presunta) conoscenza della materia oggetto di divulgazione è davvero sufficiente a “fare informazione”? Può da sola fornire allo zio Piero, che fa il barista, o a nonna Maria, pensionata, gli strumenti per comprendere un fenomeno così complesso al fine di convincerlз ad adottare comportamenti corretti?

“La risposta statunitense alla cosiddetta “Influenza Spagnola” è stata rassicurare la popolazione che non ci fosse alcun motivo di preoccupazione. Le autorità che sminuirono il problema persero credibilità. [..] Nella prossima influenza pandemica, avvenga essa nel presente o nel futuro, fosse il virus innocuo o aggressivo, la prima e più importante arma che avremo a disposizione contro la malattia sarà la possibilità di creare un vaccino. La seconda sarà la comunicazione”.

Lo scriveva John Barry, studioso dell’epidemia di Spagnola, su Nature nel 2009.

La comunicazione del rischio è una materia molto delicata e con implicazioni notevoli, soprattutto se realizzata su vasta scala. Differenze anagrafiche, culturali e linguistiche necessitano di essere gestite attraverso una strategia capace di raggiungere tuttз.

Con il passare dei mesi abbiamo potuto constatare come la descrizione catastrofica del fenomeno, condita da metafore belliche e rinforzata da bollettini giornalieri riportati senza alcuna capacità empatica, possa alimentare il terrore e l’estremizzazione deviata dei comportamenti, con un possibile impatto anche sulla salute mentale (interessante a questo proposito lo studio nostrano “The Impact of Quarantine and Physical Distancing Following COVID-19 on Mental Health: Study Protocol of a Multicentric Italian Population Trial” pubblicato su Front Psychiatry). D’altro canto, un ulteriore rischio può essere rappresentato dal rifiuto e dall’allontanamento dalla realtà, che può degenerare, come abbiamo tuttз tristemente osservato, fino al fenomeno della negazione.

Abbiamo inoltre assistito frequentemente ad una comunicazione paternalistica, che attribuisce alla popolazione la responsabilità esclusiva di ogni variazione della curva dei contagi, quasi a giustificare le limitazioni imposte come risposta istituzionale necessaria ad espiare tale “colpa” collettiva. Oltre che essere semplicistico, tale messaggio non favorisce certo un’alleanza con i cittadini. Al contrario, contribuisce ad inasprire la percezione della situazione: in chi fatica ad adeguarsi alle regole cresce l’ansia, altrз vogliono individuare a tutti i costi lə “colpevole” (prima lз runners, poi chi va a teatro o al cinema) e in altrз ancora, già insofferenti verso la situazione attuale, prospera l’irritazione e il menefreghismo. Non sarebbe più utile cercare di favorire un senso di comunità e di solidarietà?

Per perseguire questo obiettivo è necessario cambiare radicalmente la narrazione del fenomeno, a partire dalle Istituzioni. Sarebbe utile circondarsi non solo di tecnicз e scienziatз, ma anche di espertз nella comunicazione, capaci di tradurre messaggi complessi in parole semplici, senza possibilità di fraintendimenti. È fondamentale distinguere fra comportamenti consentiti e comportamenti vietati o sconsigliabili, ma lo è ancora di più prodigarsi per far capire alle persone le ragioni alla base dei comportamenti più opportuni.

Il narcisismo è virale

Questa polarizzazione così marcata, a livello di analisi ed elaborazione della realtà, trova consolidamento nelle proiezioni che vengono propinate nello pseudo-dibattito scientifico a cui si è potuto assistere sia a livello social che mediatico. Esilaranti scontri fra fazioni di espertз, più simili a tronistз che a scienziatз, con visioni diametralmente opposte della realtà.

Matteo Bassetti, direttore presso la clinica di malattie infettive di Genova, nel programma La Vita in diretta.

Si è assistito al ricercatore che grida al rimedio miracoloso su Facebook, al primario che annuncia in diretta televisiva la sconfitta della malattia, spacciando il suo punto di vista come assoluto attraverso espressioni dal sentore scientifico che non han fatto altro che compromettere ulteriormente la comunicazione con i cittadini. Per fortuna, la Scienza non è frutto dell’opinione dellə singolə quanto di una comunità e di precisi protocolli di verifica.

Il sociologo francese Bruno Latour, in un libro del 1979 intitolato “Laboratory Life, ha descritto per la prima volta quello che succede nei laboratori da un punto di vista antropologico ed umano: le gelosie, i conflitti, la ricerca di visibilità, la strumentalizzazione dei dati per fini personali. L’impressione è che questi elementi, in passato confinati all’interno dei reparti ospedalieri o dei Consigli di Facoltà, si siano riversati in tutti i canali di comunicazione possibili, senza badare alla complessità dei fenomeni e senza una metodologia scientifica adeguata. Ciò confonde chi vorrebbe comprendere meglio la situazione e delude chi possiede gli strumenti per valutare la fondatezza dei contenuti.

È stato un avvenimento epocale: per mesi la scienza è stata in prima pagina sui giornali e in televisione ventiquattr’ore su ventiquattro.

Poteva essere un’occasione per mostrare la componente più solidale del dibattito scientifico: l’argomentazione di visioni e posizioni diverse che non è conflitto ma collaborazione, che ha come obiettivo condiviso il raggiungimento di un bene comune. Si sarebbe potuto dimostrare che un’integrazione virtuosa delle diverse competenze è possibile e si sarebbero potuti istruire sia zio Piero che nonna Maria sulla gerarchia dei dati e sull’attendibilità delle fonti che guidano le interpretazioni di unə scienziatə.

Scambio di tweet fra l’immunologo Roberto Burioni e l’economista Michele Boldrin.

Prima nella discussione politica e oggi in quella scientifica, l’estrema semplificazione dei contenuti insieme all’impoverimento e alla volgarità del linguaggio, hanno lasciato spazio ad una sterile gara a chi strilla più forte, a chi ha l’H-index più lungo e a chi ha la migliore punch line da sfoderare al momento giusto.

Ma a perderci è la Scienza.

FUN FACT: questз wrestler da talk show per la maggior parte sono uomini (ovviamente bianchi, etero e cisgender). Coincidenze? Non credo. Che sia arrivata l’ora di dare voce anche a categorie non privilegiate?

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