
Può un video di 15 secondi su TikTok o un carosello su Instagram spiegare in modo esaustivo “come sconfiggere l’ansia in 5 mosse”? Quale ansia? L’ansia di chi? È uguale per tutti? Sono solo io il caso perso che ha bisogno di mesi di psicoterapia?
Ma soprattutto, quale relazione con una/un professionista della salute mentale può diventare terapeutica partendo da un goffo video che banalizza e riduce la complessità del malessere individuale?
Snaturare la psicologia è cancellare la complessità dell’esperienza umana. È come se accettassimo di renderci copie indistinte pur di restare nell’illusione rassicurante (e semplicista) che anche i fenomeni psicologici siano esclusivamente “cose” da descrivere “obiettivamente” e correggere, se devianti, mediante una serie di non-così-semplici mosse universali. Per quanto molti approcci di psicoterapia ricerchino chiari modelli – dei quali si possano valutare validità ed efficacia per la comprensione della psiche – ciò non significa che sia possibile ridurre l’esperienza terapeutica alla messa in pratica di un protocollo.
Negli ultimi anni, la psicologia è diventata oggetto di grande interesse nel web e ormai numerosissime psicologhe e psicologi hanno costruito community che si aspettano contenuti giornalieri sulla salute mentale. Se da un lato, l’intento dichiarato è sensibilizzare e ridurre tabù e stigma; dall’altro sembra che la dinamica dei Social stia sfuggendo di mano a tante professioniste e professionisti.
I Social offrono un’ottima possibilità per divulgare, sensibilizzare e, non ultimo, pubblicizzarsi e guadagnare. Il prezzo da pagare: adeguarsi al loro linguaggio e alla loro logica.
Il marketing dei Social premia l’interpretazione in chiave naturalistica e riduzionista di quella psicologia che ben si presta a spiegazioni brevi, diagnosi veloci, elenchi puntati, facili relazioni causa-effetto, modelli applicabili nell’immediato e autosomministrabili. Certo, alcuni approcci psicoterapici riconosciuti a livello internazionale hanno alla base teorie naturalistiche o molto vicine al determinismo – più o meno condivisibili – ma l’ulteriore riduzione “in pillole” tipica della psicologia social rende grottesco e dannoso questo tentativo di ottenere visibilità.
Così, invece di rendere accessibili argomenti complessi con un linguaggio semplice o evocativo, si cade nella banalizzazione di ogni questione psicologica: la psicologa o lo psicologo influencer dispensa consigli universali in un carosello sulle “relazioni tossiche” e risponde in “box domande” senza avere alcuna conoscenza della storia di chi scrive (e di chi legge), registra “unboxing” o balletti su TikTok scacciando disturbi d’ansia che compaiono scritti in sovraimpressione qua e là nel suo studio (arredato, magari, con qualche mobile che consiglia di comprare con un codice sconto a suo nome).
Ne deriva un profondo danno all’immagine della categoria professionale: l’etica e la deontologia sono messe in discussione e il lavoro appare come un apprendimento di strategie “vendibili” online, rinforzando un immaginario collettivo erroneo e creando false aspettative circa i percorsi di psicoterapia.
Per chi già era vicino al mondo della salute mentale, il pericoloso risultato è la tendenza ad una autodiagnosi (e a diagnosi su Altri intorno a noi) frutto dell’utilizzo naïve di strumenti o di nozioni che sono solo una piccola parte di ciò che viene agito nella stanza della psicoterapia.
Se questi contenuti invece finiscono nel feed di uno scettico? Gli abbiamo servito su un piatto d’argento il materiale per screditare la categoria e stigmatizzare chi decide di intraprendere percorsi terapeutici.
Oltre le etichette diagnostiche e i protocolli, sorti dall’esigenza umana di catalogare e categorizzare (utili per la ricerca e forse per un iniziale comprensione di chi ci sta di fronte), il movimento per chi è in terapia diventa possibile solo se la/il terapeuta acquisisce quella postura relazionale di apertura all’unicità della storia dell’Altro.
Anche questo diventa difficile quando il linguaggio proposto da sedicenti mental-coach, e purtroppo anche da psicologhe/i e psicoterapeute/i, si nutre di temi ricorrenti che funzionano come “ondate” di pretese diagnosi e autodiagnosi sempre più asettiche che mal celano quel che ancora resta dello stigma: grazie alle ricette universali fornite sui Social, ci piace definire noi stessi come ansiosi o depressi o con “ADHD”, mentre il ragazzo della nostra amica di solito è “narcisista”, lei è in una “relazione tossica”, l’amico con cui abbiamo rotto è “bipolare”, il tipo che gli piaceva è “un po’ borderline”.
Questi termini indebitamente presi in prestito dalla psichiatria sembrano inoltre aver appiattito il lessico che utilizziamo quotidianamente per descrivere il nostro sentire. Rischiamo di non avere più modo di vederci e descriverci come affranti, sconvolti, angosciati, malinconici, di non riconoscere un movimento o una differenza tra questi stati e di ritrovarci sempre, solo, “depressi”.
Un altro tema riguarda la relazione con i followers.
La grande assente nella narrazione della psicologia sui Social è la relazione terapeutica: proprio una variabile che molti studi ritengono responsabile dell’efficacia di una terapia, a prescindere dal modello teorico incarnato dallo psicoterapeuta.
Nella pratica clinica della psicoterapia è sempre più forte il richiamo alla soggettività, alla costruzione personale di significati, al contesto e alle narrazioni possibili di ogni esperienza, co-costruite insieme alla/al terapeuta.
Nel corso di una terapia la relazione tra terapeuta e cliente viene osservata, monitorata e supervisionata, ogni elemento di self-disclosure (ovvero di svelamento da parte della/del terapeuta di qualche aspetto di sé) è accuratamente pesato. Massima attenzione è riservata al transfert, quel processo per cui la persona applica alla/al terapeuta alcune proprie modalità di interagire ed entrare in relazione, sulla base dell’immagine che si è costruito di lei/lui.
Sui Social, invece, psicoterapeute e psicoterapeuti condividono su profili professionali informazioni personali, immagini di vita privata, di figlie, figli e della loro casa (chiari indicatori del loro status socio-economico), vantano nuovi traguardi, usano la loro immagine per pubblicizzare brand più o meno legati alla pratica professionale.

Come si può pensare che questo non abbia un effetto sulla relazione psicoterapeuta-cliente?
L’utilizzo dei Social da parte di professioniste e professionisti della salute mentale richiede un’attenta analisi non solo dei contenuti ma anche delle modalità che si scelgono per proporli, in quanto queste hanno un impatto sull’immagine della professione e, ancor più rilevante, all’interno di ogni relazione terapeutica.
Che fare dunque? Alcune idee possono essere il condividere contenuti di riviste peer reviewed (evitando che la sintesi stravolga i risultati e ricordando che questi son basati sulla statistica), l’informare circa i servizi disponibili sul territorio, lo spiegare la differenza tra i diversi approcci di psicoterapia e, soprattutto, il non dare risposte generiche che goffamente provano a risolvere problematiche universalmente riconosciute. Risulterebbe forse molto più utile proporre riflessioni che abbraccino la complessità dell’essere umano, utilizzando testi e immagini che possano aprire nuove prospettive a chi legge senza chiudere l’Altro in uno schema preformato.
Insomma, trascendere l’ovvio.
Immagine di copertina: illustrazione di Greta Bombardieri.
Fonti: Gabriele Chiari, Il costruttivismo in psicologia e psicoterapia. Il caleidoscopio della conoscenza, Raffaello Cortina Editore.






