Sull’isola greca di Lesbo, tra le ceneri del sogno europeo

Mitilene, Isola di Lesbo, Grecia
Latitudine 39° 07’ 00’’ Nord

NOTA: Per raccontarvi cos’è successo a Lesbo, in seguito all’incendio del centro di identificazione e registrazione di Moria, abbiamo scelto di lasciare la parola agli operatori di un’organizzazione umanitaria intervenuta il giorno successivo agli eventi. Martina Martelloni, content manager di INTERSOS, ha condiviso con noi le storie raccolte lungo quei pochi chilometri di strada che separano il capoluogo dell’isola, Mitilene, e ciò che è rimasto del campo di Moria. INTERSOS è un’organizzazione umanitaria italiana con sede a Roma, interviene in prima linea in 19 paesi, dall’Afghanistan al Venezuela, passando per l’Africa Subsahariana e le campagne del foggiano. In Grecia, INTERSOS Hellas collabora con UNHCR all’interno di strutture di accoglienza collocate nell’area tra Salonicco e il confine macedone. Ringraziamo di cuore Martina e l’organizzazione tutta, per averci concesso quest’intervista e per il loro impegno costante in soccorso degli ultimi.

Lesbo è un’isola greca dell’Egeo nordorientale. Lontana dai bianchi paradisi turistici delle Cicladi, sorge a una manciata di chilometri dalle coste della Turchia. Da chi si trova sulla sponda turca con un passaporto europeo, il profilo delle isole greche viene scorto con iniziale stupore e diventa presto un orizzonte familiare. Quando ero bambina, in vacanza con i miei genitori, ci ritrovammo a percorrere il litorale che fronteggia le spiagge di Lesbo. Ricordo bene i tre camper solitari, a due passi dal mare. Mia madre mi indicò l’isola, suggerendomi il suo nome. La Grecia era la tappa seguente del nostro viaggio, per noi la frontiera non rappresentava altro che un trascurabile contrattempo, una sosta utile a rompere la monotonia della strada.

Per i migranti che riescono a raggiungere le spiagge occidentali della Turchia, quello stesso orizzonte che osservai da bambina incarna un universo di possibilità negate, la speranza di una nuova vita, la meta di un cammino durato mesi, forse anni. C’è solo un breve tratto di mare a separarti dal sogno inseguito da tempo: l’Europa. Questa era l’isola di Lesbo per chi ha lasciato le coste turche, rischiando la vita su un gommone, per arrivare a toccare quell’orizzonte, così vicino, così reale.

In seguito agli accordi del 2016 tra Unione Europea e Turchia, il campo di Moria si è trasformato in un centro di identificazione e registrazione, un hotspot dove i migranti attendono l’esito della propria domanda di asilo, ricollocamento o ricongiungimento familiare. Come previsto dal patto siglato con Istambul, chi si rifiuta di presentare la propria richiesta alle autorità greche sarà costretto a fare ritorno in Turchia, così come nel caso in cui la domanda venga respinta. Non è permesso lasciare l’isola senza aver ricevuto il nullaosta delle autorità. Lesbo doveva essere un luogo di transito, una soluzione provvisoria. Ma i giorni sono diventati mesi e poi anni. Ostaggio di procedure burocratiche lente e complesse, gli ospiti del campo aumentavano. Ai prefabbricati si è aggiunta una distesa di tende fornite dalle Nazioni Unite e poi una moltitudine di rifugi improvvisati. L’hotspot di Moria era pensato per ospitare meno di 3000 persone, lo scorso febbraio erano più di 18.000 (fonte: UNHCR). Da anni le organizzazioni umanitarie denunciavano il sovraffollamento, l’insufficienza dei servizi e le condizioni di vita disumane all’interno del campo. Le misure imposte per contenere il contagio da COVID-19 hanno aggravato la situazione umanitaria e alimentato ulteriormente le tensioni tra gli ospiti del centro, la popolazione locale e le autorità greche.

Il 2 settembre, Moria è stato sottoposto a un nuovo isolamento. Nella notte dell’8 settembre 2020, un incendio ha inghiottito l’intero campo. Più di 11.000 persone si sono riversate sulla strada che collega il capoluogo dell’isola, Mitilene, a quelle che sono oggi le ceneri dell’hotspot di Moria. Come ci racconta Martina Martelloni, dell’ONG INTERSOS, quattro giorni dopo l’incendio «la situazione era fuori da qualsiasi immaginazione, c’erano migliaia e migliaia di persone stipate, accampate su tre chilometri di strada». A bloccarne le uscite, la polizia greca che «spesso vietava l’ingresso sia alla stampa che alle organizzazioni umanitarie». L’accesso a quella sottile striscia di terra andava negoziato, giorno per giorno, con le forze di polizia.

Illustrazione di Paolo Zangrandi

Ci descrive Martina: «Una volta entrati, c’era questo fiume di persone buttate in strada, tantissime famiglie, perlopiù afghani […] Ci sono anche africani subsahariani, siriani, però gran parte, tra il 70 e l’80 per cento, sono famiglie afghane». Per i primi giorni a dominare era il caos, aggravato dall’assenza di coordinamento tra le agenzie ONU, gli attori governativi e quelli umanitari, «file che si formavano di continuo nel momento in cui accedeva all’interno dell’area una ONG per la distribuzione di cibo». Gli operatori sanitari non riuscivano a raggiungere i più vulnerabili, la totale assenza di distanziamento sociale rischiava di far precipitare il propagarsi del contagio. INTERSOS è intervenuta inizialmente con le distribuzioni di cibo ed è stata la prima a consegnare alle donne i cosiddetti dignity kits con prodotti specifici per le esigenze femminili in contesti d’emergenza.

Al quarto giorno, le autorità greche, con il supporto di UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), hanno iniziato la costruzione di un nuovo campo sulla costa di Kara Tepe, dove sorgeva il secondo hotspot dell’isola. La notizia ha sollevato le proteste dei migranti e l’indignazione della popolazione locale. «Chi perché ostile alla presenza dei migranti, chi perché contrario al fatto che siano stipati in un campo, com’era Moria», gli abitanti dell’isola di Lesbo hanno espresso a una sola voce la loro contrarietà all’allestimento di un nuovo centro. Stipati oltre i cordoni di polizia, sotto il sole ancora torrido di settembre, i migranti gridavano la loro rabbia contro la Grecia e la costruzione del nuovo campo, una nuova Moria, una nuova prigione. Subito dopo l’incendio, per quanto mancassero anche i beni più essenziali, un unico bisogno sovrastava ogni altra necessità materiale: «andare via, non entrare nel nuovo campo».

Nondimeno, sulla costa di Kara Tepe sorgeva, fila dopo fila, una moltitudine di tende bianche. Ho chiesto a Martina di raccontarci di più sulle ragioni delle proteste, perché rifiutarsi di entrare nel campo, perché scegliere di dormire all’aperto, addossati l’uno all’altro sull’asfalto? «Queste persone vengono da attese stremanti» ci racconta, «non hanno nessuna intenzione di restare ancora mesi e anni in un altro campo. […] Loro non hanno certezza di quel che può accadere, hanno fatto i colloqui, iniziato le procedure, e sono tutti in attesa. Il problema non è il campo in sé, ma il tempo sospeso all’interno del campo». Malgrado le tensioni e le proteste, dopo giorni passati all’addiaccio «sei stremato, sei stanco e a quel punto accetti di entrare». Secondo quanto riportato dagli operatori di INTERSOS, circa 9.400 migranti sono stati trasferiti a Kara Tepe, sulla collina battuta dal vento, dove spazi e servizi sono tuttora inadeguati. Una «soluzione temporanea», puntualizza UNHCR. Ad oggi, dopo i primi trasferimenti sul continente, il nuovo centro ospita poco meno di 8.000 persone (fonte: INTERSOS).

Una giovane donna all’interno della sua tenda. Foto di: Martina Martelloni/INTERSOS

Martina ha visitato diversi campi per sfollati, rifugiati e richiedenti asilo – nelle missioni INTERSOS in Iraq, Giordania e Niger – e ci ha descritto come «a differenza di altri contesti, in questo caso le persone hanno voglia di raccontare, mentre altrove c’è più pudore, le persone sono più restie a mostrare le loro condizioni». A Lesbo, «c’erano le mamme afghane che mi facevano vedere i neonati […] c’era una grande voglia di urlare all’Europa ‘ci avete buttato in quest’isola greca per anni, un’isola da cui non usciremo’». Se verso il governo greco c’è una grande rabbia, ci racconta Martina «l’Europa per loro rappresenta ancora la salvezza». Su quella strada, tra tende e ripari improvvisati, migliaia di voci, decine di lingue e dialetti, una moltitudine di storie unite in un’unica speranza, sempre più flebile. Martina condivide con noi la storia di una ragazza afghana di 23 anni, partita dal Pakistan con la madre e i fratelli. Erano a Moria da nove mesi, aspettavano l’esito della domanda d’asilo. Dopo l’incendio, uno dei fratelli è riuscito a scappare dall’isola, per prendere la rotta dei Balcani. La madre non ha che poco più di cinquant’anni, ma la sua salute mentale è gravemente compromessa: il viaggio fino alle coste del Mediterraneo, i mesi passati nel campo, poi le fiamme e la partenza del figlio. 

Quasi cinquemila chilometri separano Kabul dai confini orientali della Grecia, altri tremila dividono Lesbo da Bruxelles, dove il 23 settembre la Commissione europea ha presentato il nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo. Ancora una volta, le promesse di riforma sembrano infrangersi sul muro di indifferenza innalzato a difesa dei confini europei. Eppure, tra le ceneri di Moria, non si spegne il sogno di un’Europa migliore, un’Europa che si dimostri all’altezza dei valori di cui si fa promotrice. Un’Europa in cui forse abbiamo smesso di credere anche noi, figli del programma Erasmus, nati e cresciuti sotto le dodici stelle di Bruxelles. Un sogno che resterà deluso, se nessuno sarà pronto a raccoglierlo dalla terra scura di Kara Tepe e a combattere per esso, con la stessa disperata forza.

Immagine di copertina: Nei giorni successivi all’incendio, c’erano “file che si formavano di continuo”. Foto di: Martina Martelloni/INTERSOS

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