Si ha l’impressione che sia necessario essere empatici a tutti i costi. Ma cosa vuol dire davvero empatia? È realmente auspicabile assumere un atteggiamento empatico o trovare un interlocutore che lo sia?

Empatia è uno di quei termini usati e abusati, bistrattati e sciorinati. È un termine-rucola che si trova ovunque ma di cui si farebbe volentieri a meno. È un termine-ombrello che sembra racchiudere in sé l’elisir dell’essere umano buono a cui tutti dobbiamo tendere e che dobbiamo sperare di incontrare. È la conditio sine qua non per essere considerati un genitore capace, un insegnante degno di fare il suo lavoro, uno psicologo attento. L’empatia richiede, per antonomasia, il volgersi verso l’altro, attraverso un momentaneo annullamento del proprio egoismo a favore di una genuina connessione con l’altra persona.
La narrazione comune riserva ai non empatici ogni genere di rimprovero, come se la mancanza di empatia costituisse già di per sé una forma di violenza.
Ma se l’empatia è per definizione la capacità di intuire e comprendere lo stato d’animo altrui, al punto da mettersi nei panni dell’altro, va da sé che questa è una circostanza tutt’altro che controllabile e, di conseguenza, che non può essere richiesta o attivata a comando. Senz’altro si può apprezzare chi la possiede ed è in grado di utilizzarla positivamente, ma non possiamo certo condannare chi al contrario fatica ad entrare in contatto emotivo con gli altri. 
Soprattutto, è necessario sottolineare come essere empatici non significhi necessariamente essere comprensivi, accoglienti e buoni. Allo stesso modo, empatia non significa neppure bonificare a tutti i costi l’interazione in corso, o accettare tutto per timore di offendere, ferire, apparire aggressivi, giudicanti o poco sintonizzati. 

Distanze sociali.

Piuttosto, empatia significa comprendere profondamente i vissuti dell’altro, decentrandosi e aprendosi alla contaminazione emotiva, allentando ed assottigliando i confini che ci dividono dall’altro. In questo senso, il soggetto nella sua individualità viene meno, si oscura per mettere in luce l’altro, con il suo carico di emozioni. 
Allora quanto è realmente auspicabile esercitare empatia? E dall’altra parte, quanto è utile e apprezzabile che l’interlocutore sia empatico? In alcune situazioni può esserci la sensazione che l’altro si appropri di parti di noi, o che finga di farlo, mosso dall’illusione e dal desiderio di apparire profondamente presente. 
Ci si può inoltre domandare quanto spesso una persona – che non siamo noi – sia in grado di capirci emotivamente, e quanto spesso al contrario si convinca di farlo, senza rendersi conto che le lenti attraverso cui guardiamo il mondo appartengono a noi, i vissuti rimangono i nostri, così come i ricordi che risuonano. Questo può portare le persone a credere di sperimentare un momento empatico nei confronti di un altro significativo, senza rendersi conto che non è affatto così. D’altra parte, possiamo anche ipotizzare una situazione inversa in cui ci sentiamo in un determinato modo senza renderci conto che quei vissuti, quelle reazioni emotive, appartengono originariamente all’altro e sono da noi internalizzate solo in un secondo momento. Sono situazioni in cui uno si confonde nell’altro. Soprattutto in contesti amicali e relazionali, questo fenomeno può occupare sempre più spazio, e districare il proprio vissuto da quello – ad esempio – del proprio partner, può rivelarsi molto difficile. 
Non è raro che si confonda l’empatia con la capacità di comprendere l’altro, rendendo il concetto assimilabile al costrutto dell’intelligenza emotiva e dell’alfabetizzazione emotiva. In realtà, essere emotivamente alfabetizzati significa conoscere e riconoscere, discriminare e saper nominare un’ampia gamma di emozioni sia in se stessi che negli altri. In molti sostengono la necessità di educare alle emozioni a partire dalle scuole elementari, nella convinzione che sapere leggere i propri moti emotivi rende le persone più in grado di accettare e accogliere stati d’animo anche travolgenti, polarizzati, o non lineari. In effetti non è raro riconoscere in se stessi e negli altri una certa incapacità e limitatezza linguistica qualora si cerchi di nominare emozioni che non siano quelle di base. Se ogni momento è descritto come felice o triste, e il proprio stato emotivo non si discosta dallo stare bene o male, allora l’esperienza stessa ne risulta appiattita o monocorde: come osservare la realtà interna ed esterna con delle lenti che restituiscono un’immagine a due colori, senza ammettere alcuna sfumatura e gradazione.

Come cambia il mondo attraverso le lenti di ognuno.

A fronte di traumi, eventi particolarmente negativi ma anche particolarmente positivi, tali da scuotere emotivamente il soggetto, è allora molto più utile nominare le emozioni nelle loro sfumature, cercare di metterle a fuoco da ogni angolazione, piuttosto che mostrarsi empatici, comprensivi, partecipativi a tutti i costi. Lo stato emotivo altrui ha una propria validità e dignità proprio perché esperito da quell’individuo a seguito di un evento specifico che trova spazio e assume un particolare significato alla luce di una storia di vita unica. Aiutare la persona ad attribuire un senso al proprio vissuto, insegnandole a nominare gli stati emotivi, potrebbe risultare senz’altro più utile che assumersi il carico emotivo altrui, con il rischio di confondere ciò che è nostro, con ciò che appartiene all’altro.

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