La mascherina ci nasconde o ci svela?

Il carnevale delle mascherine nell’era del complottismo 2.0: un presidio medico che ha adattato il suo design alle esigenze del “cliente di massa”. L’antropologa Cristina Cenci ci spiega come la mascherina sia diventata “maschera”, da scudo uniformante ad accessorio identificante.

«Pochi istanti hanno bruciato 

tutto di noi: fuorché due volti, due

maschere che s’incidono, sforzate

di un sorriso» 

(Due nel crepuscolo, in La bufera e altro, Eugenio Montale)

«La mascherina non è più anonima e uniformante. Ci identifica, racconta il nostro negoziato intorno alle relazioni, alle regole e alla normalità. E non ne abbiamo una sola, ma tante come le nostre identità. Al tempo stesso gli altri cercano di indovinare dalla maschera la persona che siamo. Non ci nasconde più. Ci rivela.»

Nell’editoriale del Corriere di venerdì 27 giugno 2020, l’antropologa Cristina Cenci, fondatrice del Center for Digital Health Humanities, ha esposto interessanti considerazioni in merito al ruolo e all’impatto sociale della tanto discussa mascherina. A tal proposito è doveroso rifletterne non solo in termini economici e sanitari, ma anche prestando attenzione al fruitore, nonché cliente obbligato, nella migliore delle ipotesi folgorato dal senso civico. 

«La maschera è la festa, la memoria, il gioco, un rituale di metamorfosi. La mascherina invece è il volto di una minaccia che si percepisce ancora incerta» scrive Cristina Cenci, alludendo alla sospensione del Carnevale di Venezia a fronte dell’emergenza sanitaria da covid-19. Il lockdown ha sospeso tutti quei riti comunitari che oggi gradualmente tornano a imbrattare i nostri calendari: assembramenti, o presunti tali, che richiedono ancora l’uso della mascherina, a discrezione o meno del singolo. Proprio quella mascherina, il nostro primo “lasciapassare”, mediatore tra interno ed esterno, garante della quotidianità perduta, che ha reso possibile il contenimento del contagio.

Murale raffigurante una Wonder Woman in camice, realizzato a Codogno dallo street artist padovano Alessio B.

Per mesi abbiamo rinunciato ai nostri volti, alle fossette e alla mimica labiale, limitandoci ad agitare nervosamente le iridi degli occhi. «Ci piace sprofondare nell’uniformità della mascherina, diventata scudo; senza ci sentiamo inermi ed esposti, contaminati da noi stessi» prosegue l’antropologa, a poche righe dall’argomentazione centrale dell’articolo: la mascherina che diviene maschera.

Al tenue azzurro delle mascherine chirurgiche e alle sgraziate ffp2, ecco succedersi nuove fantasie dai colori e dai materiali personalizzabili. La mascherina da uniformante finisce per rivelarsi identificante, parla di noi e tramite di noi. Quest’oggetto di massa è riuscito a svelare inaspettate sfaccettature della nostra persona, dal mero gusto estetico fino al grado di preoccupazione percepita, trasponendo all’eterno anche le apprensioni del gruppo domestico. A questi aspetti si sommano anche quelli di carattere ecologico, grazie ai sistemi di filtrazione delle mascherine sostenibili, dotate di elementi intercambiabili, lavabili e sterilizzabili, che han permesso più agio e un miglior appeal.

Foto di Gaia Damiani

È stato quindi possibile fronteggiare i tanto temuti occhiali appannati e al tempo stesso venire incontro agli outfit più variegati, rispettando anche i gusti dei più piccoli, meno inclini a indossare gli anonimi modelli tradizionali. Dai disegnini stilizzati agli slogan dei supereroi preferiti, dalle bandiere degli Stati fino ai colori della squadra del cuore, gli ordini delle mascherine hanno mobilitato negozi di moda, tabaccherie e linee di business di diversi brand da tutto il mondo. L’effetto collaterale ha così stravolto il design di un oggetto tecnico, pensato per usi professionali, e lo ha adibito ad accessorio, veicolo dei sentimenti e degli umori di chi lo indossa.

Una mascherina dunque che svela la persona, a sua volta maschera di sé stessa. La platea in funzione della quale l’uomo ha imparato a riconoscersi personaggio, indossando svariate maschere, ora rivendica il suo Carnevale. Basti pensare che il termine “persona”, derivante dal latino persòna, in etrusco phersu, ovvero “maschera dell’attore”, indicava proprio il ruolo che il soggetto interpretava nel contesto sociale in cui agiva. Poteva quindi significare sia “personaggio”, inteso come maschera, che “persona”, colta nella sua individualità più autentica. Quest’ambiguità semantica, pirandellianamente condivisa, ci ricorda quindi come, nell’era del complottismo 2.0, anche un presidio sanitario possa inaspettatamente rivelarci “persone”, addestrandoci al buon senso e al rispetto reciproco.  

E come oserebbe dire anche il collerico Enrico IV, sotto scorta di Pirandello: «Guai a chi non sa portar la sua maschera!».

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