La melanconia del futuro

L’ipotesi è che questa seconda ondata abbia alterato la relazione fra individuo e avvenire: che il nostro malessere sia nostalgia del futuro?

Avvertenza: chiedo espressamente clemenza – non compassione – per questo tentativo espressivo, che non intende offrire la ricetta per la quiete interiore ma che vorrebbe spostare l’attenzione sul ruolo che il malessere ha avuto in questa seconda ondata. Che sia giunto il momento di riconoscere la “non vanità del passaggio dell’uomo”? [1]

Causa scatenante di questa riflessione è stata la lettura di “Spettri della mia vita: scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti”[2] di Mark Fisher, autore britannico prematuramente scomparso nel 2017. Un paragrafo, in particolare, ha risvegliato un’analisi rispetto allo sconforto che sta segnando le nostre esistenze.

Fisher, recuperando Freud, chiarifica la distinzione fra lutto e melanconia, entrambe nozioni connesse alla perdita. Il lutto riguarda il processo di rimozione del desiderio verso un oggetto perduto, come può essere la scomparsa della persona amata. L’elaborazione del lutto è sana quando si accoglie la lentezza connaturata a tale processo e il senso di vuoto che ne determina. Si può dire che è un adattamento graduale alla realtà in assenza dell’oggetto amato. Purtroppo, la società odierna non lascia spazio al lutto, attribuendogli perfino valenza improduttiva.

La melanconia, invece, è caratterizzata dalla perdita di qualcosa di meno tangibile e difficilmente può essere spiegata da chi ne soffre. E’ una perdita inconsapevole e, mancando un oggetto materiale da cui allontanarsi, è più problematico il distacco. Il desiderio resta intrappolato a ciò che idealmente è scomparso. In altre parole, la melanconia è la martellante presenza di una possibilità, non avveratasi, che inibisce qualsiasi iniziativa del soggetto.

Kissing kills, Antonio Allegri

Perché soffermarsi su questi concetti e, in particolare, sulla melanconia? Prima di tutto perché la seconda ondata ha mostrato come il sentimento prevalente – che senz’altro sta compromettendo di più i giovani – sia la perdita dello slancio verso il futuro. In secondo luogo poiché, educati alla frenesia e a uno stato di attività continuativa, questa condizione di stasi comporta un’impasse di non poco rilievo. Preclusa la possibilità di definirsi al di fuori di quanto approvato dal sistema, abbiamo rinunciato, in buona parte prima della pandemia, al nostro desiderio di avvenire.

Con riferimento al primo aspetto, la seconda ondata assume connotati più desolanti. La prima ondata si è caratterizzata da panico generalizzato, incarnato dalla presa d’assalto di supermercati e di negozi online. Il clima d’angoscia era delimitato temporalmente al presente perché l’eccezionalità della situazione impediva una riflessione sullo scenario futuro. La seconda ondata, invece, ha trasferito lo sconforto su un piano successivo: il trauma si è riversato sul futuro. Futuro che fino a poco fa, nella dinamica economico-sociale, era fattore marginale, o peggio, componente da insabbiare.

Oggi soffriamo più di depressione e di disturbi d’ansia. Lo studio sulle ripercussioni psico-sociali della pandemia, coordinato fra Istituto Superiore di Sanità (ISS) e Dipartimento di Salute Mentale dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, ha mostrato come, su un campione di 20.720 partecipanti, siano incrementati i sintomi dello spettro ansioso-depressivo e post-traumatico da stress[3]. Sul punto, numerose testate giornalistiche hanno ribadito la “democraticità del virus” e di come abbia compromesso tutta la popolazione, senza distinzione alcuna.

La fragilità del mito di un virus perequativo emerge dai risultati del progetto Cocos (Covid Collateral Impacts) condotto da una docente e uno specializzando dell’Università degli Studi di Torino. I dati evidenziano come, oltre alle donne, a chi ha perduto il lavoro e a chi ha affrontato difficoltà economiche, i soggetti più a rischio siano i giovani. Anche questa analisi svela come le patologie di cui soffrono gli intervistati sono per il 23,2% disturbi di tipo ansioso, per il 24,7% sintomi depressivi e, infine, per il 42,4% disturbi del ritmo circadiano del sonno.

I need travelling, Antonio Allegri

Se, entro certi limiti, possiamo ritenere parzialmente superato lo stadio iniziale di minaccia fuori controllo del virus, adesso si sta radicando quella che Melanie Klein, psicoanalista austriaca, definiva angoscia depressiva, da intendersi come sensazione di perdita o di frattura rispetto all’oggetto perduto. Perché questo stato d’animo reprime gran parte dei tentativi di reagire in modo costruttivo? E soprattutto qual è il nostro oggetto perduto?

L’inibizione ad attivarsi è determinata da una fase melanconica diffusa e, quindi, di scoraggiamento. Siamo rimasti legati intimamente a ciò che è venuto meno, all’oggetto amato e perso, e non riusciamo a dare forma concreta al nostro dolore. Stiamo vivendo ciò che Fisher ha definito, più in generale a proposito delle società capitalistiche, come “lenta cancellazione del futuro”.[4] L’oggetto che abbiamo dolorosamente smarrito è il futuro stesso.

Tuttavia, l’avvilimento di questa seconda ondata va ben oltre allo scenario di Fisher, che aveva come presupposto la condizione alternata di sfinimento e sovra-stimolazione del sistema tardocapitalistico. Infatti, mentre tale combinazione ostacolava una riflessione sulla relazione fra individuo e futuro – addirittura escludendola a priori – il paradosso di oggi è che l’interruzione di questo movimento perpetuo, al contrario, ha rivelato la dimensione del futuro.

Se, da un lato, l’arresto del sistema ha finalmente permesso una (ri)avvicinamento fra individuo e futuro, dall’altro, siamo in una condizione di vulnerabilità troppo delicata per concedercelo. La conseguenza è una legittima sensazione di nostalgia del futuro che, colpevolmente, è stato trascurato. La speranza è che questa melanconia venga tenuta presente qualora la macchina ricominciasse a funzionare e che non ci consenta più di essere testimonianza umana sprecata.

[1] Breton A. “L’amour fou”, Torino, Einaudi, 1983.
[2] Fisher M., “Spettri della mia vita: scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti”, Roma, minimum fax, 2019.
[3] https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-salute-mentale.
[4] Fisher riprende l’espressione “lenta cancellazione del futuro” coniata da Franco Berardi, scrittore e saggista italiano, in After the Future. L’autore italiano ha rappresentato la crisi culturale e sociale degli ultimi trent’anni come un graduale processo di sgretolamento del futuro. 
 
Immagine di copertina: Flush them, Antonio Allegri

condividi:

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin
Share on google
Share on whatsapp
Share on email