Paolo Cognetti svela un lato inedito tra i sentieri dell’Himalaya

Leggendo le pagine di Senza mai arrivare in cima il lettore si addentra in una regione sconosciuta e comprende un nuovo modo di procedere nella vita, senza previsioni ma godendo di ogni passo.

L

a montagna ha sempre fatto parte dell’esistenza di Paolo Cognetti, sin da ragazzino, quando scopre di soffrire la quota: per tanto tempo lotta incessantemente contro un limite che determina un senso di «sofferta conquista» una volta giunto in cima. Successivamente decide di abbandonare quella lotta e di godere di prati, boschi e sentieri che ogni valle offre ai suoi abitanti (ed in particolare la Val d’Ayas, dove da qualche anno lo scrittore ha deciso di trasferirsi). Dalla sua penna sono scaturite pagine poetiche, in grado di trasmettere le meravigliose immagini ed emozioni che ogni essere umano vive percorrendo le strade di montagna: non solo nel pluripremiato Le otto montagne ma anche nel diario più intimo Il ragazzo selvatico.

Uno scatto da Estoul, Brusson, in Val d’Ayas (fotografia di Elisabetta Biemmi)

Con Senza mai arrivare in cima, Cognetti svela il suo animo più profondo, che lo ha portato alla decisione di intraprendere un viaggio alla scoperta della montagna autentica:

«Da quando ci ero andato a vivere, in montagna, più delle cime avevano cominciato a interessarmi le valli, e più degli alpinisti i montanari. Ero affezionato all’idea che esistesse un unico grande popolo sulle terre alte del mondo, ma era anche quella una romanticheria: sulle Alpi eravamo ormai cittadini dell’immensa megalopoli europea, o di una sua periferia boscosa. Abitavamo, lavoravamo, ci spostavamo, avevamo relazioni da cittadini. Esistevano ancora, i montanari? C’era da qualche parte una montagna autentica, libera da colonialismo della città, integra nel suo essere montagna? Con questo spirito ero andato in Nepal qualche anno prima. Avevo girato le zone più frequentate solo per scoprire che anche in Himalaya la modernità stava portando i suoi doni: strade, motori, telefoni, energia elettrica prodotti industriali, il benedetto desiderato benessere in cambio di una cultura antica, povera e destinata all’estinzione, proprio come quella alpina. Dovevo cercare meglio, andare più lontano»[1]

Cognetti sceglie dunque una regione dell’Himalaya, quella del Dolpo, ispirandosi al percorso compiuto da Peter Matthiessen e descritto poeticamente in In leopardo delle nevi, uscito nel 1978. Camminando in questa regione, situata nel Nepal occidentale, ai confini con il Tibet, percorre sentieri e valichi, passando per villaggi, come quello di Juphal, seguendo il corso del fiume Suli Gad, sino al gompa di Shey¹, ai piedi della Montagna di Cristallo. Qui ogni cosa è autentica e pronta a svelare un significato ulteriore: dall’osservazione delle pecore azzurre dell’Himalaya all’incontro con i monaci o  i portatori. È un’esperienza che crea nuove relazioni, rinsalda quelle nate da tempo (come quella con il compagno di viaggio Nicola Magrin) e mostra quelle differenze tra Occidente e Oriente che dichiarano quanto la vita, in questa parte del globo, rinunci spesso a momenti di forte intensità, sin dalla scelta di quale passo utilizzare in montagna:

«Salivamo e scendevamo, guadagnavamo cento o duecento metri e poi li perdevamo di nuovo. Non avevamo fatto altro per settimane: secondo i miei calcoli dovevamo aver camminato per trecento chilometri in linea d’aria, ma era incalcolabile il dislivello di quell’infinito saliscendi, e dunque anche la vera lunghezza del sentiero. Pensai che l’Himalaya, come Sete, si ribellava alle nostre misurazioni. Mi accorsi che già nel dire guadagnare e perdere c’è un senso economico tutto occidentale dell’andare in montagna, dove quota e distanza sono i capitali che accumuliamo con la nostra fatica, e non ci piace per nulla sprecare l’investimento. Mi pareva di sentire la voce di Peter: cambia parole, mi diceva. Cambia modo di pensare. Chi ha visto il monte Kailash dalla cima inviolata della Montagna di Cristallo? Cerca la risposta in questo saliscendi: poiché perderai qualsiasi cosa tu abbia creduto di guadagnare, impara che ben più prezioso della vetta è il sentiero. Trova un senso in ogni passo. Dentro questa concentrazione»[2].

È un libro che permette di scoprire un mondo lontano ed estremo, ma che nonostante la distanza è in grado di mostrarci la chiave di lettura per seguire il nostro prossimo sentiero, non solo in montagna, ma anche nella vita.

"Senza mai arrivare in cima" accompagna armoniosamente anche un breve sentiero
[1] Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima, Einaudi, 2018, p. 12
[2]Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima, Einaudi, 2018, p. 96
¹Monastero buddista a 15 Km da Leh, India settentrionale.
 
Immagine di copertina: Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima, Einaudi, 2018.

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