Rifiuti radioattivi in sordina: bisogna parlarne

Nel bresciano, in un’area naturale protetta, si trova la discarica radioattiva più grande d’Italia, contaminata da cesio-137 (e non solo). Ricostruire il tragico episodio, non ancora risolto, per strutturare un’alternativa di salvaguardia del territorio.

Nella prima parte della provincia meridionale di Brescia fra il Comune di Capriano del Colle, di Flero e di Poncarale si estende il Parco Regionale del Monte Netto, area protetta di circa 10 km² che, con l’arrivo della primavera, diviene destinazione prediletta di ciclisti, corridori ed amanti del buon vino. Direte voi: un colle nella Pianura Padana? Risposta affermativa. Il colle raggiunge i 130 metri sul livello del mare perché i corsi d’acqua delle Prealpi ed Alpi Bresciane hanno trasportato a valle materiale alluvionale che ha creato un modesto rilievo, concedendo, anche alla Bassa Bresciana, il suo monte (per curiose info sul Colle qui).

Sulle pendici settentrionali del Monte Netto, tra le viti di produzione del Capriano del Colle DOC e del Montenetto di Brescia IGT, spiccano due cisterne verdi che, sebbene cerchino di confondersi tra la vegetazione locale, sono testimonianza della storia tristemente nota alla stampa come “la più grande discarica radioattiva d’Italia”. Che Brescia sia palcoscenico dei peggiori primati in tema di inquinamento è risaputo. Soltanto a metà gennaio è stata rilevata come città con il più alto tasso di mortalità per le polveri sottili mentre, è di poche settimane più tardi, il provvedimento di sequestro disposto dal GIP, su richiesta della Procura di Brescia, per lo stabilimento della Caffaro, sito di interesse nazionale per la seria contaminazione da PCB, diossine e furani (PCDD-PCDF) che, secondo i recenti accertamenti dell’ARPA, ha livelli di cromo esavalente di ben 15 volte superiori alle pregresse verifiche effettuate.

La Metalli Capra s.p.a. era una società, con sede a Castel Mella, che si occupava dell’acquisto e della fusione del rottame di alluminio e che possedeva un complesso produttivo a Montirone, dedicato al trattamento di prodotto di scarto derivante dalla fusione, realizzata nella struttura di Castel Mella. Una delle principali funzioni dell’impianto di Montirone riguardava proprio il trattamento del liquido di percolazione della discarica di proprietà della società, collocata nella località del Monte Netto. Per i profani: cos’è il percolato? E’ il liquido prodotto dalla penetrazione inevitabile dell’acqua piovana nei rifiuti delle discariche e dalla decomposizione degli stessi e che, qualora non venga sufficientemente smaltito, può infiltrarsi nel terreno e nelle falde acquifere causando danni ambientali di grande entità. Il percolato è, quindi, il principale inquinante presente nelle discariche. Nel 1989, all’interno della Metalli Capra s.p.a., venne accidentalmente fusa una partita di alluminio, proveniente dall’Europa dell’est, contaminata da cesio-137 che, secondo la procedura, venne poi stoccata nella discarica di rifiuti industriali del Monte Netto provocando uno dei più drammatici disastri radioattivi d’Italia. Ad oggi, i cittadini di Capriano e dei Comuni adiacenti devono convivere con 82.000 tonnellate di scorie radioattive.

Per chiarezza: il cesio-137 è un isotopo radioattivo che si crea durante le reazioni di fissione dell’uranio e nei reattori nucleari – per la maggior parte è stato emesso dal disastro nucleare di Chernobyl – ed ha un decadimento β che lo trasforma in bario-137, abbastanza stabile. Questa trasformazione libera una grande quantità di radioattività che, con estrema facilità, si concentra nell’umidità dell’aria e nell’acqua. L’allarme nella discarica del Monte Netto nasceva dal timore di una potenziale contaminazione da cesio-137 delle falde acquifere delle aree limitrofe.

In un primo momento, lo sforzo di mettere in sicurezza il sito è stato promosso dall’ENEA – ente pubblico che operava in materia di energia nucleare ed energie alternative – attraverso la realizzazione di due silos per il contenimento del percolato che non ha scongiurato in toto la perdita di percolato radioattivo della discarica, il cui impressionante potenziale radioattivo è pari a 100 giga-becquerel, precisamente 100mila volte i limiti consentiti dalla legge. L’opinione pubblica, ai tempi, avallava la tradizionale negligenza rispetto al tema dei rifiuti, contribuendo a rafforzare la convinzione che le discariche, con le relative criticità, andassero confinate in zone non raggiungibili, realizzando un intorpidimento collettivo sull’impatto nocivo delle stesse. Soltanto a seguito delle prime emergenze ambientali i cittadini si sono dovuti interfacciare, a proprie spese, con i costi ambientali di governance imprenditoriali dedite al solo profitto.

Parco del Monte Netto, nei pressi della Cascina San Bernardino. Fotografia Ludovica Schiavone, 2021

Nel 2019 l’attenzione mediatica nazionale – non quella locale, a lungo occupatasene – grazie soprattutto a Milena Gabanelli e Pietro Gorlani, è stata catturata dalla vicenda nel bresciano a seguito della dichiarazione di fallimento della Metalli Capra s.p.a. con la relativa nomina dei curatori fallimentari. Quesito naturale: con il fallimento della società, la messa in sicurezza della bomba ecologica causata dalla Metalli Capra s.p.a. su chi ricadrà?

Sul punto la normativa comunitaria, all’art. 191 comma 2 TFUE, ha introdotto il noto principio “chi inquina paga”, secondo cui, chi si assume il rischio di determinare una situazione di inquinamento deve sostenere i costi di prevenzione e di riparazione di tale eventualità. A garanzia di questo principio, qualora la società responsabile della contaminazione sia dichiarata fallita, l’onere di ripristino del sito inquinato ricade sulla curatela fallimentare, che dovrà sopportare il peso economico della messa in sicurezza per mezzo dell’attivo fallimentare dell’impresa. Nel caso (frequente) in cui non vi siano risorse a sufficienza, il Comune di competenza interviene direttamente per la rimozione dell’inquinamento e potrà, poi, insinuarsi nel fallimento per le spese sostenute.

Parco del Monte Netto, lungo la strada che collega la Cascina Torrazza con il sito radioattivo. Fotografia di Emilia Rombolà

Al momento le problematiche per la discarica radioattiva di Capriano si rintracciano in tre aspetti correlati: la carenza di fondi per la bonifica, la mancata creazione di una commissione ad hoc fra le realtà locali coinvolte nell’emergenza e i recenti rilievi dell’ARPA.

Rispetto alla carenza di fondi è bene precisare che la presenza di scorie radioattive nella discarica del Monte Netto comporta la competenza della Prefettura di Brescia che, da due anni, attraverso una politica collaborativa e dialogica con il Comitato Civico Salute e Ambiente di Capriano, guidato da Salvatore Fierro, ha cercato di gestire prioritariamente la messa in sicurezza della discarica. A giugno 2020, infatti, è stato approvato il progetto finale per la messa in sicurezza permanente del sito, che contempla sia l’installazione di diaframmi perimetrali sia la creazione di un bunker di cemento per contenere l’intera discarica.  

Nonostante l’accordo raggiunto, la Prefettura di Brescia aveva avanzato contestualmente al Ministero dell’Ambiente una richiesta di finanziamento per la bonifica del sito radioattivo ma, contro ogni previsione, sebbene siano stati stanziati 5 milioni di euro per altri siti della provincia di Brescia (fra cui i complessi di Metalli Capra a Montirone a Castel Mella), la discarica di Capriano non è stata ammessa a tale contributo. La ragione di questa esclusione, secondo il Ministero dell’Ambiente, è tecnica: i finanziamenti erano destinati per i soli siti industriali e la discarica di Capriano non vi rientrava.

Parco del Monte Netto, ex discarica Metalli Capra s.p.a., ad oggi non accessibile per le la presenza del cesio-137. Fotografia di Emilia Rombolà, 2021

Il secondo aspetto complesso riguarda la mozione promossa dal consigliere di minoranza di Capriano del Colle, Giorgio Armani, con cui sollecitava il Sindaco a formare una commissione speciale, composta da realtà aziendali, Comuni limitrofi, Prefettura e enti preposti, per monitorare le condizioni della discarica del Monte Netto. Purtroppo l’attuale amministrazione di Capriano del Colle non ha prestato il consenso a realizzare questo organo di auto-controllo, che avrebbe il solo effetto di attribuire visibilità concreta alla corretta messa in sicurezza del sito. Il punto su cui soffermarsi è questo: strutturare uno spazio multilivello dove far confluire soggetti di formazione eterogenea può essere una risposta efficace? Certamente. 

La tappa preliminare per prevenire ulteriori disastri ambientali – e fronteggiare quelli già avvenuti – deve consistere nell’eliminazione di due convinzioni radicate

La prima è la concezione frammentaria della tutela dell’ambiente come “battaglia politicizzata” invece che come entità unitaria dove intervenire perchè il diritto alla salubrità ambientale spetta ad ogni individuo.  

La seconda convinzione è che, nel limitato orizzonte produzione-consumo, la salvaguardia delle risorse ambientali possa essere solo un intralcio alla produttività. A onor del vero, il predetto principio “chi inquina paga” quando regolamenta le modalità di riparazione e di ripristino di un danno ambientale, implicitamente, attribuisce all’ambiente un valore economico; quindi è tutt’altro che un bene che prescinde dalla dimensione economica. E’, più che altro, il presupposto per una gestione produttiva lungimirante, che cessi di sottovalutare la capacità di carico dell’ambiente.

Il terzo problema concerne le recentissime analisi di ARPA nella discarica e nei piezometri. Per quanto riguarda il bacino della discarica, nella vasca adibita a calcolare il quantitativo di percolato, è stato accertato un abbassamento anomalo dello stesso che poco si spiega sia per le precipitazioni frequenti della scorsa stagione invernale sia per la mancanza di attività estrattive del liquido di percolazione. Il sospetto è che possa esserci stata una dispersione di percolato nelle aree circostanti perciò la priorità deve essere la pianificazione di strategie idonee a monitorare la discarica.

Invece, attraverso ai piezometri, tubi immersi nella falda che danno indicazioni sulla profondità dell’acqua, è emersa un’alta concentrazione di potassio K-40 e, proprio su questo, l’ARPA aveva insistentemente rappresentato l’esigenza di intensificare i punti di monitoraggio del piezometro Pz12. Quindi, nonostante non sia stato rilevato cesio-137 in quantità misurabili, è stato riscontrato un quantitativo anomalo di potassio K-40, indicatore di una contaminazione antropica ma la cui origine è incerta.

Parco del Monte Netto dall’alto. In rosso la discarica radioattiva, in blu la posizione del piezometro Pz12 e in giallo i punti di riferimento fra i confini dei Comuni limitrofi

L’interrogativo che agita i cittadini di Capriano del Colle e che dovrebbe scuotere l’intera provincia è: il percolato sta fuoriuscendo all’esterno delle strutture progettate per il suo contenimento? Nell’attesa di ricevere ulteriori riscontri da ARPA, che con scrupolosità sta prestando rilievo a questa vicenda in sospeso da anni, l’appello che rivolgiamo alla cittadinanza è di identificare l’ambiente non solo come “diritto” indisponibile che spetta a ciascun individuo, in posizione passiva, ma anzitutto come oggetto di dovere sociale da tutelare in prima persona.

 

Per firmare la petizione per la messa in sicurezza definitiva della discarica Fallimento Capra sita in Capriano del Colle cliccare qui
Immagine di copertina: Parco del Monte Netto. Oltre i vigneti si possono notare due silos verdi che spiccano sulla collinetta. Ad oggi i silos di contenimento del percolato radioattivo sono quattro, gli altri due non sono visibili. Fotografia di Ludovica Schiavone, 2021

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