Disegno di migranti al confine con la Polonia.

Tra Polonia e Bielorussia l’ipocrisia europea.

Migliaia di migranti bloccati al confine nord-orientale dell’UE. Strumento di pressione, propaganda e motivo di imbarazzo. Un’ analisi dell’ennesima “crisi migratoria”.

Da qualche settimana i riflettori dei media nazionali ed internazionali si sono accesi sul confine Polonia-Bielorussia. Questa improvvisa attenzione è causata dalla pressione che i migranti, provenienti in gran parte da Siria e Afghanistan, hanno cominciato ad esercitare sul confine polacco. Invece del rifugio promesso però, hanno trovato i respingimenti brutali delle guardie di frontiera. Il punto di tensione e dramma umano più alto si è raggiunto con la morte di un bambino di appena 1 anno, dodicesima vittima delle temperature rigide e delle strategie criminali dei contrapposti governi europei e di Minsk.

La situazione è apparentemente inaspettata: infatti, da europei, siamo ormai abituati e quasi anestetizzati rispetto alle notizie che ci giungono dalle rotte migratorie “classiche” come quella mediterranea e quella balcanica. Il tema migratorio è invece nuovo per quanto riguarda il confine tra Polonia e Bielorussia di cui solitamente si parla più che altro per i rapporti geopolitici tra l’UE e i paesi dello spazio post-sovietico. Dunque perchè qualche migliaio di profughi si trova sul confine nord-orientale dell’Unione? Una cosa è certa: la crisi umanitaria non è esplosa per caso, né spontaneamente. Da mesi infatti il governo bielorusso sponsorizza i voli che dal medio-oriente portano a Minsk, facendo credere che da lì il passaggio in Europa sia una passeggiata. Visto il blocco che ormai da anni l’UE ha imposto sulle altre rotte, non è difficile capire come in molti abbiano creduto a questo miraggio.

Immagine del confine polacco-bielorusso con indicata la posizione dei migranti.
Mappa del confine polacco-bielorusso, evidenziato il punto di maggiore pressione.

La strategia di Minsk, probabilmente per ritorsione alle sanzioni imposte dall’UE in seguito alle elezioni di agosto – non riconosciute dalla comunità internazionale – è quella di scuotere l’Unione stessa con uno dei temi su cui si è rivelata più fragile: l’immigrazione. Secondo quanto riferisce l’ISPI, i migranti vengono infatti condotti direttamente dall’aeroporto al confine e lì abbandonati nei boschi. Dall’altra parte, la UE ha confermato le proprie endemiche debolezze. La Polonia, in rotta con Bruxelles ormai da mesi per le opposte posizioni sullo stato di diritto, ha rifiutato ogni aiuto europeo, ha schierato le forze speciali al confine, innalzato una barriera di filo spinato ed opera respingimenti illegali e brutali dei pochi che riescono a varcare il confine. Per il governo polacco questa è una prova di forza interna: dimostra infatti in un colpo solo sia di saper difendere il proprio confine, sia di poter fare a meno dell’Unione.

In questo quadro vi sono alcuni elementi cruciali. Il primo riguarda quella che è ormai una triste ciclicità di tensioni ai confini dell’Unione legate ai flussi migratori, o meglio all’incapacità europea di gestire i suddetti movimenti di persone. Finora di fronte alla pressione migratoria la risposta comune dell’Europa è stata infatti unicamente quella di scoraggiare attivamente la ricerca della protezione internazionale da parte dei migranti. In primis esternalizzando la gestione dei flussi, ricoprendo di soldi paesi confinanti come la Bosnia, la Turchia e la Libia affinché si occupino, con qualsiasi metodo, dei migranti diretti in Europa (ne abbiamo parlato anche su EchoRaffiche, qui e qui).

Il secondo punto da evidenziare, strettamente collegato con il primo, è l’insostenibile retorica che da Bruxelles accompagna i momenti più drammatici di queste cosiddette crisi. Infatti come si possono considerare, se non ipocrite, le sdegnate frasi di circostanza dei rappresentanti delle istituzioni europee che condannano come inaccettabile la situazione scaricando la responsabilità sugli Stati vicini? Al di là della sincerità della commozione, lo scenario in cui certe tragedie avvengono è disegnato proprio dalle azioni dei governanti europei e nazionali, da cui oltre a dichiarazioni di facciata non arriva nessun segnale concreto di cambiamento, anzi. Infatti, oltre alla dissuasione attiva dei migranti all’esterno del territorio dell’Unione, anche all’interno dei confini Europei si attuano politiche di respingimenti illegali con le leggi che l’UE stessa si è data. Quello polacco non è che l’ultimo caso di una serie di violazioni del diritto internazionale, compiute tra gli altri anche da Croazia ed Italia, e sanzionate dalla Corte Europea dei Diritti Umani (qui un approfondimento).

Migranti al confine tra Polonia e Bielorussia durante la crisi dei migranti.
Migranti al confine con la Polonia.
Credits Ansa.

A ciò si connette la terza considerazione da fare, che riguarda un altro leitmotiv della questione migratoria in Europa. I migranti sono trattati come “arma” di propaganda in politica interna, in cui vengono additati nel migliore dei casi come parassiti e nel peggiore come terroristi. Nel dibattito internazionale la situazione non cambia ed i profughi sono visti, da una parte, come merce di scambio per ottenere finanziamenti e, dall’altra, come un imbarazzo di cui liberarsi. I migranti vengono insomma completamente de-umanizzati dalla politica e risultano vittime di una trattazione mediatica che evita accuratamente di rendere chiari i contorni e la portata del problema. A questo proposito basti pensare che la “crisi” in Bielorussia coinvolge circa 7 mila profughi (la fonte qui), un numero che dovrebbe essere ridicolo da gestire per un unione di 27 stati che conta al suo interno circa 447 milioni di persone.

Quello tra Bielorussia e Polonia sembra solo l’ennesimo atto di una tragedia infinita, in cui i calcoli politici vincono immancabilmente sul diritto e sull’umanità. Viene da chiedersi per quanto l’UE potrà reggere di fronte al comportamento delle proprie istituzioni e delle proprie agenzie che violano apertamente e ripetutamente le leggi che l’Unione stessa si è data. Dal momento che sono proprio le massime istituzioni del continente a reiterare questi comportamenti, “dall’alto” c’è realisticamente poco da aspettarsi. Per chi non si arrende resta, ancora una volta, la necessità di far parlare di questi argomenti e di impegnarsi per quanto possibile con o a favore di quelle realtà civili che continuano, “dal basso”, a portare solidarietà e speranza alle vittime di queste scelte scellerate.

Immagine di copertina: Immagine di Orsola Sartori [Instagram: @orsa.art]

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