Una passeggiata con Juan Navarro Baldeweg nella sua mostra bresciana tra gioco, materia e magia

Avete già sentito parlare della mostra su Juan Navarro Baldeweg? Probabilmente sì, e in tutte le salse… Ma quando vi ricapita di passeggiare in sua compagnia?

Alta statura, capelli grigi, mascherina a coprire il viso, abito scuro e andatura lenta ma sicura: Juan Navarro Baldeweg varca la soglia della chiesa di San Salvatore nel complesso museale di Santa Giulia, qualche giorno prima dell’inaugurazione. Vuole vedere come sono state posizionate le prime opere, quelle pittoriche lassù nel coro. Entrando, stupefatto esclama in un italiano sforzato ma chiaro «bellissssimo»: si presentano ai suoi occhi le dodici tele 2×2 già montate su un gigantesco supporto grigio al centro della stanza. Con gesti ampi delle braccia spiega come sono state realizzate nel suo studio, alcune trascinando il colore con le dita, le mani, i polsi in differenti direzioni, ruotando il supporto più volte per far colare la pittura secondo le leggi della gravità. Altre, mantenendo la tela parallela al terreno e versando i colori a olio negli incavi creati da grossi pesi, poi alzati all’improvviso a creare particolari forme che richiamano il mondo marino.

È la volta delle opere fotografiche nella navata destra della chiesa: un cm avanti, uno indietro, «está bien!». Si gira e alza lo sguardo verso l’enorme Luz y metales (1976) posta nell’abside in fondo alla chiesa, che sei operai specializzati di “Artería”[1] appollaiati su un ponteggio vertiginoso reggono con funi appese al soffitto: un poco più in su, un poco a sinistra, «perfecto!».
Il Maestro parla poco, e quando lo fa quasi bisbiglia: sembra a suo agio in mezzo alle opere ancora imballate, eppure non sente il bisogno di commentare. Gli occhi brillano quando vede la Mesa (1974-2005), l’enorme tavolo ligneo che attraversa la navata centrale; si avvicina e mostra come disporvi i numerosi oggetti scultorei.
Pare un nonno alle prese con i nipoti: il gioco consiste nell’appoggiare uno a uno i giocattoli sul tavolo, cercando di mantenerli in equilibrio. Di forme e colori svariati, materiali e texture differenti, i giocattoli restano immobili senza sforzo secondo leggi di gravità invisibili, secondo una «spontaneità espressiva»[2]. Lo stupore che suscitano è quello dei bambini, che emozionati si alzano in punta di piedi per meglio osservare ciò che il saggio nonno ha in serbo per loro: anelli, cunei o cocci colorati in perfetto equilibrio su un perno, pezzi di legno pendenti “che mai cascan giù”, dadi dorati, ruote rette da pesi.

Juan Navarro Baldeweg posiziona le opere su La Mesa. Foto di Paola Croset

Il gioco continua alle nostre spalle, dove due ruote poste su supporti inclinati uno di fronte all’altro, a distanza di qualche metro, sono collegate ad una bilancia attraverso un filo teso, quasi invisibile. Navarro Baldeweg con religiosità e silenzio, quasi genuflettendosi, vi appoggia una candela che una volta accesa, consumandosi, col diminuire del suo peso farà spostare le ruote secondo un movimento quasi impercettibile.

Juan Navarro Baldeweg posiziona la candela sulla bilancia dell’opera performativa e site specific "Marea" (2020). Foto di Paola Croset

Ma corriamo giù per le scalette che portano alla cripta buia: qui si gioca a nascondino tra le piccole riproduzioni in scala delle architetture pensate dal nostro nonno-Maestro. È un gioco reale e immaginario, che si svolge tra le colonne lapidee antiche e i muri dei modellini lignei moderni… scorrono i pensieri e con la fantasia ci perdiamo nei corridoi di edifici lontani. Juan accende una lucina bianca e ci riporta alla realtà: entrano uomini e donne eleganti, è iniziato il vernissage.

Tutte le mostre, nel momento in cui vengono inaugurate, lasciano nel cuore e nella mente di chi le ha organizzate, pensate o costruite un senso di vuoto: niente più operai nelle sale, nessuna cassa da svuotare per collocarne il contenuto nella posizione prevista, il catalogo nel bookshop pronto alla vendita e le guide istruite al percorso.

Ma l’eccezione, si sa, conferma la regola, e in questo caso parliamo di una mostra che, oltre a durare più di sei mesi – fino al 5 aprile – rappresenta per la città di Brescia il vero e proprio punto di partenza di numerose iniziative culturali in vista del ritorno della famosa statua bronzea della Vittoria Alata di epoca romana, simbolo bresciano per eccellenza (attualmente in restauro all’Opificio delle Pietre dure di Firenze) e della sua ricollocazione in una nuova dimora, ripensata appositamente dall’architetto spagnolo Juan Navarro Baldeweg, all’interno della cella orientale del Capitolium (inaugurazione 19 novembre).

La mostra, ideata circa un anno fa, è rimasta sulla carta lungo tutto il periodo del lock-down, finendo per essere inaugurata solo lo scorso 19 settembre, seppur senza il compimento dell’audioguida e del catalogo. La prima, utilizzabile a breve, permetterà al visitatore di passeggiare nello spazio espositivo accompagnato dalla voce stessa del curatore Pierre-Alain Croset, mentre il secondo, edito da Skira, sarà disponibile dalla metà del mese corrente per permettere la pubblicazione straordinaria delle opere esposte, inserite nella Chiesa di San Salvatore e viste attraverso l’obiettivo fotografico di Alessandra Chemollo, architetto e fotografa veneziana d’adozione, di larga fama.

Il percorso espositivo si articola in tre spazi principali: il Coro delle Monache, che ospita le opere pittoriche (sezione intitolata Immagini del fare e dei modi del fare); la chiesa di San Salvatore, nella navata centrale e nelle cappelle laterali, accoglie i manufatti artistici di carattere scultoreo, o le rappresentazioni fotografiche di essi (Metafore dell’orizzonte e della natura, sezione suddivisa a sua volta in sei sotto-sezioni: Visualizzare fenomeni fisici, Il gioco delle ombre, Sculture in equilibrio e gravitazione, Scarabocchi nell’aria, Installazioni di luce, Strutture e unità di luce); mentre la parte relativa all’architettura (Una casa dentro un’altra casa) è compressa negli spazi della piccola cripta, a formare una foresta di modellini dei più significativi progetti dell’architetto.

L’esposizione vuole dimostrare le connessioni presenti tra le diverse forme artistiche con cui Navarro Baldeweg si esprime, al fine di «alfabetizzare» ­– come il direttore di Brescia Musei Stefano Karadjov ha spiegato – i bresciani (e non) alla poetica dell’artista, per meglio comprendere e apprezzare l’installazione permanente che verrà realizzata per la nostra città.

Se volete stupirvi e tornare un po’ bambini non vi resta che andare a visitarla…

[1] Artería srl è l’azienda leader nel mercato del trasporto e installazione di opere d’arte in Italia.
[2] Juan Navarro Baldeweg, foglio di sala.

 

Immagine di copertina: Alessandra Chemollo fotografa l’artista e il curatore della mostra davanti alle grandi tele nel Coro delle Monache. Foto di Paola Croset.

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