Caccia al tesoro nascosto nel chiostro

Il chiostro della chiesa di San Giuseppe a Brescia è pieno di sorprese. Siete curiosi? Leggete, per scoprire un altro pezzetto di Brescia veneta!

Eccoci approdati alla seconda tappa del micro-tour dedicato alla Brescia veneta. Siamo partiti da piazza Loggia (se ve la siete persa, trovate qui la prima tappa); dopodiché ci siamo diretti in via Gasparo da Salò, per entrare al Museo Diocesano.

Capisco la vostra perplessità, credetemi. Forse vi aspettate una serie di fotografie di parroci e di vescovi, con qualche noiosissimo pannello scritto in Comic Sans, la cassetta delle offerte e una beghina che vi sputacchia addosso il suo «Ssshhht! Silenzio!» a ogni respiro.

Niente di più falso.

Un chiostro con un ciliegio

È quello che si offre alla vostra vista non appena entrate nel portone del museo. Il ciliegio è molto antico, qualcuno dice che accompagni da sempre – cioè dalla prima metà del Cinquecento circa – le vicende dell’edificio che lo ospita; il chiostro è originariamente parte del convento di San Giuseppe, a ridosso dell’omonima chiesa. Come tanti chiostri conventuali, è un luogo a pianta quadrata o rettangolare, perimetrato da un portico con archi a tutto sesto sostenuti da colonne. Il museo si trova al piano superiore di questo spazio.

Investite ‘sti sei euro e imboccate le scale nell’angolo a sud-est del chiostro.

Di fronte a voi

uno spazio lungo e alto ospita i dipinti e le sculture del Sei e Settecento: bello, ma ci torneremo un’altra volta. Prendete il corridoio alla sinistra dell’ingresso, rimirate le vesti liturgiche (a destra) e alcuni dipinti (a sinistra. Per la cronaca, sono di proprietà della Pinacoteca Tosio Martinengo, ma temporaneamente esposti qui) ed entrate nella prima stanza che si apre alla vostra sinistra.

Ecco, oggi ci soffermeremo su quest’opera.

Antonio Vivarini, Trittico di Sant’Orsola, 1440-45, Museo Diocesano di Brescia. Questa bella illustrazione di Anna-Maria Stefini è realizzata partendo dall’originale, del quale mantiene le caratteristiche più importanti per questo articolo. Perché non mettere una fotografia dell’opera vera e propria? Beh, preferiamo darvi una scusa in più per andare a vederlo di persona.

D’ora in poi lo chiameremo Trittico di Sant’Orsola,

dove “trittico” indica che l’opera è composta da tre scomparti. In origine, queste tre ante dipinte costituivano (probabilmente insieme ad altri due pannelli, ora andati perduti) una pala d’altare del monastero bresciano di San Pietro in Oliveto[1]. Sant’Orsola è la protagonista della composizione, infatti la vedete al centro del secondo pannello. Sì, è la tizia che regge due bandiere triangolari con una croce rossa su campo bianco, attorniata da un folto gruppo di donne. Nei due pannelli laterali, invece, vediamo due uomini, uno più barbuto dell’altro, che possiamo riconoscere grazie agli oggetti che reggono tra le mani: il tizio con il libro e la chiave è San Pietro, mentre quello con il libro e la spada è San Paolo.

Perché mai sant’Orsola è rappresentata con due bandiere e circondata da giovinette?

Vediamo un po’ la sua storia.

Siamo in Inghilterra, nel IV secolo, e Orsola è la bellissima figlia di un ricco sovrano. Suo padre ha combinato il matrimonio di Orsola con il figlio di un re, che però abita sul continente; questo rende necessario che la ragazza si metta per mare, per raggiungere il futuro sposo. Lei però pone una condizione: «Oh Pa’, io faccio quello che vuoi, ma tu mi lasci portare le mie amiche!» – «E cosa vuoi che sia, portale pure!», risponde sollevato il sovrano.

Niente, salta fuori che le amiche di Orsola sono undicimila (11.000) e c’è bisogno di una flotta per trasportarle tutte oltremanica. E va bene, tanto paga il papi.

La leggenda poi non racconta più nulla del matrimonio, ma narra di un pellegrinaggio di Orsola e delle sue compagne verso Roma. Lì incontrano il Papa e si dirigono verso Nord. Cammina cammina, arrivano a Colonia, in Germania. In quel tempo, la città era alla mercé dei barbari e le fanciulle, vistosamente ricche, non potevano passare inosservate.

La vicenda si conclude in modo tragico per Orsola e le sue compagne, che, per aver rifiutato di concedersi ai conquistatori della piccola città sul Reno, vengono brutalmente uccise.

Ecco perché Sant’Orsola è spesso rappresentata con un gruppo di fanciulle.

E voi ora vi state giustamente chiedendo: «Cosa diamine ci fanno i santi Pietro e Paolo dipinti di fianco alla Orsola e alle altre donne, se non erano presenti nella sua storia?». Giusto.

Il fatto è che non è strano vedere questi due Santi dipinti sui pannelli laterali di un polittico medievale. Erano molto venerati, gettonatissimi nelle preghiere, quindi nelle pale d’altare andavano come il prezzemolo. Fateci caso, quando ne vedete uno!

E questo era il cosa. Ora occupiamoci del chi e del quando.

L’opera è oggi attribuita a un pittore veneziano, chiamato Antonio Vivarini, ma non vi sono documenti scritti che ce lo assicurino. Infatti, dal Seicento alla metà dell’Ottocento i colti avventori del monastero di San Pietro in Oliveto hanno visto in quest’opera la mano del nostro buon Vicenzo Foppa… Diciamocelo, però: è un’ipotesi un po’ tirata per i capelli! Il modo di disegnare i volti, la concezione della composizione: sono elementi che parlano un linguaggio leggermente differente, non trovate? Guardate per credere!

Anche la data di esecuzione dell’opera è oggetto di discussione tra gli studiosi, per via della mancanza di documenti. È plausibile pensare, però, che il Trittico di Sant’Orsola sia stato dipinto entro il 1445, perché in quel periodo sono documentate ricche elargizioni di danaro per la costruzione e la decorazione del Monastero.

E così si conclude la seconda tappa

di una piccola gita alla scoperta della Venezia nascosta nella terra dello spiedo e delle rotonde (intendo proprio le rotatorie stradali). Chissà quali altre perle aspettano solo un curioso pescatore per essere scoperte?

[1] Se cercate vita, morte e miracoli del Trittico di Sant’Orsola, vi consiglio: G. Fossaluzza in Arte in Lombardia tra Gotico e Rinascimento, Catalogo della mostra, a c. di M. Boskovits, Milano 1988, p. 272; E. Frosio, Tracce di pittura veneziana in terra bresciana, in Lo Splendore di Venezia. Canaletto, Bellotto, Guardi e i vedutisti dell’Ottocento, Catalogo della mostra (Brescia, 23 gennaio – 12 giugno 2016), a c. di D. Dotti, pp. 66-84.

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