Quattro passi in Piazza Loggia sulle tracce di Venezia

Non una barbosa lezione di storia, ma un’indagine a colpi di stile! E se passate dalla piazza… Fìf balà i öcc!

Vi è mai capitato di sentir parlare di “Brescia veneta”? Che sia la prima o la millesima volta, forse sul vostro collo è scesa una goccia gelida:

Cosa diamine significa? Siamo in Lombardia, non dovrebbe essere “Brescia lombarda”?

Oh, io me lo sono domandato davvero. E se anche voi siete curiosi di scoprire a cosa si riferisce quella strana coppia di parole, seguitemi nella prima tappa di un microscopico tour del centro città.

Spoiler

Ci si riferisce alla “Brescia veneta” quando si vuole sottolineare l’anima più veneziana di un luogo o di un’opera presente nella città di Brescia. Sarà utile sapere, quindi, che Brixia Fidelis è stata sotto il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia per qualcosa come tre secoli, anno più anno meno, sacco più sacco meno.

Cominciamo dal centro

Piazza della Loggia, costruita tra il Quattro e il Cinquecento, è un ottimo punto di partenza per il nostro micro-tour veneziano, perché tre lati su quattro cantano a squarciagola Marieta monta in gondola: quello dei portici, quello con il passaggio verso piazza Vittoria e ovviamente il lato di Palazzo Loggia.

Guardando verso est, si vede un porticato di gusto molto veneziano, con quei marmi bicromi e l’architrave sormontato da un doppio ordine di finestre. Ci si può soffermare sulla torretta dell’orologio. Non è del tipo a cui siamo generalmente abituati, innanzitutto, perché si tratta di un orologio astronomico ovvero un sistema che mostra le ore, le fasi lunari e i movimenti del sole; inoltre, è diviso in ventiquattro ore (e non in dodici) e segna l’inizio della giornata alla sera, come si usava nel XVI secolo. Le quattro teste di putto in rame dorato e il dipinto raffigurante il Tempo possono accompagnare solo.

Foto di Emilia Rombolà

Funziona davvero, C.V.D. il fatto che “i Màcc de le ùre”* rintocchino puntualmente ogni ora.

Foto di Emilia Rombolà

*i Màcc de le ùre (lett. “i matti delle ore”) sono le due figure che sovrastano la torre dell’orologio. Reggono ciascuna un martello e, allo scoccare dell’ora, picchiano contro la campana che li divide. I bresciani li chiamano affettuosamente per nome: Tone, cioè Antonio, e Battista.

Lato sud

Si mostra in tutta la sua venezianità una graziosissima loggetta. Nessuno si stupirebbe se da quelle arcatelle si affacciasse Colombella, no? Sfarzo negli stemmi che decorano il parapetto, sfarzo nel fregio soprastante, con le metope decorate a girali vegetali.

Foto di Emilia Rombolà

A far le cose per bene, non si possono ignorare gli edifici tra i quali è innestata detta loggetta. Si tratta del Monte di Pietà Vecchio (a destra) e del Monte di Pietà Nuovo (a sinistra).

Che è un Monte di Pietà?

Un Monte di Pietà è un’istituzione finanziaria sorta nel Quattrocento per iniziativa di alcuni frati francescani; erogava micro-prestiti a condizioni più favorevoli di quelle di mercato.

In pratica: se eri a corto di spicci, andavi dai frati e te li facevi prestare. Come a una banca, così dovevi renderli ai frati e dovevi farlo con gli interessi, ma eri più contento perché gli interessi erano più bassi di quelli di una banca vera.

Dunque, dicevamo di questi edifici. Manco a farlo apposta, prima è stato eretto il Monte di Pietà Vecchio, a fine Millequattrocento, e un secolo dopo quello Nuovo. Entrambi presentano una facciata pulita, suddivisa in tre registri e in cui sono incastonati dei mattoni molto particolari: delle lapidi.

Non le lapidi tombali (non necessariamente), ma le lapidi romane, insomma, dei blocchi di pietra con iscrizioni incise. Si usavano un sacco nell’Antichità per ricordare avvenimenti importanti.

Foto di Emilia Rombolà

E uno si chiede “ma come mai, con tutto il marmo che c’era, con tutta la terra che c’era, diamine, perché sono andati a incastrare dei sassi che c’avevano uno scopo nella vita?”.

Tenetevi forte:

è un museo.

Un museo cittadino, un museo a cielo aperto. Tecnicamente è detto lapidario e va bene che bisogna aspettare ancora qualche secolo prima di parlare di “museo” come lo intendiamo oggi, ma il concetto importante è che quelle pietre sono state messe lì con l’intento di collezionarle e mostrarle. Simpatici, gli esseri umani del passato, no?

Last but not least, la padrona di casa,

che veglia sulla sua piazza dal lato occidentale. Le arcate a tutto sesto, ciascuna affiancata da due oculi decorati da busti classicheggianti e delimitata da colonne, permettono l’accesso su tre lati al grande spazio coperto da volte a crociera.

Foto di Emilia Rombolà

La facciata è impreziosita da una ricca decorazione scultorea in marmo, che accompagna elegantemente i tre finestroni del primo piano.

Foto di emilia Rombolà

La soluzione di copertura dell’edificio, cioè il tetto bombato così particolare, si dice “a carena di nave”, perché ricorda – indovina un po’ – uno scafo rovesciato. Troviamo un’amica di stile della Loggia bresciana proprio in terra veneziana, a Vicenza: vi dice niente la Basilica Palladiana? Non manca nulla: archi a tutto sesto, colonne che li delimitano, oculi e statue decorative. Sembra, tra l’altro, che Andrea Palladio sia stato soprintendente su entrambi i cantieri, quello bresciano e quello vicentino, ma questa è un’altra storia.

A sinistra la Loggia. A destra Basilica Palladiana (Vicenza)

Ok, abbiamo visto uno dei luoghi più veneti della “Brescia veneta” ed è sotto gli occhi di tutti. Pronti per scovare una chicca?

Prendendo via Gasparo da Salò, cioè quella strada che si vede snodarsi a settentrione quando ci si lascia sulla destra la Torre dell’Orologio (sì, è così che si chiama la via del Bianchi e dei Nazareni), si arriva al Museo Diocesano.

No, non scappate! Prometto che non sarà una di quelle pallose gite del grest.

Al prossimo articolo!

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