“I Sillabari” di Goffredo Parise: un’opera senza tempo che svela i sentimenti umani

L’autore, vicentino di nascita, utilizza un’unica chiave per descrivere un universo di situazioni e di incontri: la semplicità, scavando nelle profonde pieghe delle esperienze umane.

Goffredo Parise, I Sillabari, Milano, Adelphi, 2009

Essere sfuggita da definizioni, nella forma e nel contenuto, ha reso I Sillabari di Goffredo Parise un’opera indimenticabile e indelebile una volta letta, racchiudendo tra le sue pagine, un’armonia di lessico, stile, sensazioni e immagini che ogni lettore ricerca ostinatamente tra gli scaffali di una libreria o di una biblioteca.

Questo libro prende vita già nel 1971 quando il racconto Amore è pubblicato sul Corriere della Sera. Da questo momento, Parise procede nella scrittura di racconti focalizzati su sentimenti, circostanze o situazioni, sino alla fine del 1972, quando i primi ventidue sono pubblicati per Einaudi. L’autore, intento a cogliere l’universalità delle sensazioni umane, scrive tra il 1973 e il 1980 una seconda serie, da Felicità a Solitudine, pubblicata poi da Mondadori con il titolo Sillabario n. 2, con cui vince il premio Strega del 1982. Definire racconti quelli che costituiscono questo “dizionario dei sentimenti umani” è riduttivo: per alcuni sono poesie in prosa, per altri romanzi in miniatura. L’incompiutezza del progetto di Parise ha reso ancor più difficile ricercare una risposta esaustiva e lo stesso autore, nell’avvertenza scritta nel gennaio 1982 e ora posta ad inizio volume, scrive:

«Nella vita gli uomini fanno dei programmi perché sanno che, una volta scomparso l’autore, essi possono essere continuati da altri. In poesia è impossibile, non ci sono eredi. Così è toccato a me con questo libro: dodici anni fa giurai a me stesso, preso dalla mano della poesia, di scrivere tanti racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z. Sono poesie in prosa. Ma alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore».

Goffredo Parise

Se per Parise «la poesia va e viene», per il lettore l’attrazione per le pagine di questo libro rimane costante: qui, infatti, si sente compreso, anche nelle situazioni più dolorose e crudeli, che improvvisamente mutano il clima del racconto. Inoltre, l’autore è abile nel far vibrare le corde dei sentimenti e delle esperienze di ogni essere umano, ricercando sensazioni universali e senza tempo, che creano connessioni tra personaggi apparentemente agli antipodi per ambito culturale e sociale, come in Libertà, o delineano tensioni generazionali che contraddistinguono, ancora oggi, i rapporti padre-figlio, come in Paternità. Parise, tuttavia, non ha la presunzione di possedere la verità sull’esistenza: i sentimenti sono ricchi di sfumature e i finali dei racconti, spesso sospesi, lasciano un’apertura a una vita di intermittenze e di imprevisti. La stessa sensazione di vuoto temporale nella narrazione si coglie nei momenti epifanici, in cui oggetti o azioni quotidiane fanno scaturire sentimenti profondi, oppure nelle innumerevoli istantanee fotografiche, in cui gli elementi della natura e del paesaggio sono descritti con l’uso di sinestesie e metafore.

La potenza della scrittura di Parise, dunque, è determinata dall’equilibrio di immagini, stile  e lessico, in una narrazione in cui l’attimo temporale è fondamentale per emozionarsi profondamente. Tuttavia, è proprio l’essere racconti senza tempo a rendere questa lettura unica e indispensabile.

condividi:

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin
Share on google
Share on whatsapp
Share on email