Antonio Saldi: dalla provincia alla città. Il primo pubblico non si scorda mai

Antonio Saldi, sassofonista bresciano di 25 anni, racconta le tappe del proprio percorso musicale, facendo passare in rassegna dubbi e aspettative.

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apigliatura esuberante, scarpe da ginnastica e sassofono penzolante al collo. Antonio Saldi si mimetizza così tra un pezzo e l’altro, indossando la sua irresistibile bonarietà e quella cordialità famigliare. Ad avvicinarlo alla musica i suoi genitori che, come lui stesso ci racconta, hanno scelto di iscriverlo, all’età di soli 5 anni, ad attività musicali propedeutiche per bambini e a corsi di potenziamento musicale.

«Ho iniziato a suonare il sassofono in quarta elementare con la scuola di musica della banda di Manerbio» racconta Antonio «e in quarta superiore sono entrato in Conservatorio a Brescia, percorso che purtroppo ho dovuto abbandonare per motivi scolastici». Tuttavia, dopo un anno iscritto alla facoltà di ingegneria, Antonio ha nuovamente sentito il bisogno di cimentarsi nello studio della musica e si è iscritto al corso di sassofono jazz, presso il Conservatorio di Trento, per poi completare la sua formazione in un Conservatorio svizzero, Haute École de Musique di Losanna (HEMU).

Antonio Saldi ad un tributo a Freddie Hubbard alle Cave Marignac

«Quando ho lasciato ingegneria, non pensavo mi sarei dedicato solo alla musica» confessa Antonio «mi ero iscritto al Conservatorio di Trento per vivere un’esperienza da fuori sede, nell’attesa di scegliere l’università per l’anno seguente». Deciso a continuare l’esperienza in Conservatorio, spronato da amici e conoscenti, Antonio si è lasciato alle spalle i dubbi e le perplessità. «E’ stato difficile scontrarsi con i pregiudizi di chi giudicava con scetticismo questa scelta» prosegue Antonio «infatti il Conservatorio non è riconosciuto come un’università a tutti gli effetti, in tanti non lo reputano finalizzato al mondo lavorativo». Così Antonio racconta come gli spartiti musicali abbiano prevalso sui formulari di ingegneria, accantonati senza alcun accenno di rimpianto, in vista di un percorso di sola musica: «Preferisco scegliere qualcosa che mi piace piuttosto che condannarmi a un’università qualsiasi; non voglio aver conti in sospeso con me stesso, né ora né in un domani».

Attualmente Antonio spartisce la sua musica anche con diverse band: collabora con The Bonebreakers, si esibisce con Carolina, cantautrice bresciana, e suona con il quintetto jazz a suo nome, ancora in fase di definizione, con il quale vuole cimentarsi in pezzi più moderni. Ha inoltre collaborato con Greg Dallavoce, chitarrista di Auroro Borealo, insieme al quale ha registrato degli assoli del suo album prossimamente in uscita.

Retrocedendo di qualche anno, Antonio ha suonato anche in altre realtà del territorio, tra cui va ricordato il Calini Ensamble, l’orchestra del Liceo Calini di Brescia, istituto presso cui ha studiato. Una delle prime band musicali con cui si è esibito è stata invece quella degli Sweet&sour, con cui ha vinto B.U.M. (Brixia Underground Music) nel 2011, seguita dai Rehab e dai Whole Lotta Shakers, gli accaniti rock and rollers con cui tutt’oggi suona a chiamata, vincitori del B.U.M. nel 2013. Significativa anche la partecipazione alla Big band del Conservatorio di Trento fino all’approdo su palchi come quello del Padiglione Italia di Expo 2015 a Milano, del Lagarina jazz festival, del Montreux jazz festival e con l’Orchestra ritmico sinfonica italiana.

Foto di Stefano Ardesi @quarantasette

«Il mio pubblico preferito è quello che partecipa, non per forza in piedi, ma è quello che partecipa», Antonio non vuole che la sua musica venga relegata a sottofondo; la sua idea di jazz è quella che meglio si concilia con la foga energica, capace di trainare le folle e smuoverle dalla sedia. «Ricordo con nostalgia i tempi del liceo in cui la gente ballava sotto al palco» prosegue «con il jazz non è sempre possibile. Vorrei che il mio pubblico riuscisse a percepire questa energia e saperla trasmettere a mia volta». Veicolare energia, immetterla nella folla e sprigionare movimento. Quella di Antonio è una musica che non si limita solo al jazz, ma spazia dal rock and roll all’indie pop, dal neo soul fino alla trap.

Al di là dello studio in solitaria, non stupisce quanto Antonio insista sul concetto di “complicità musicale”, di atmosfere condivise in via di esibizione. «L’importante è saper evadere dagli schemi di partenza, servirsene per poi stravolgerne l’andamento; la sperimentazione dev’essere un gioco di squadra, in cui ciascuno liberamente asseconda idee» la musica di Antonio non veicola solo stati emozionali, ma gioca sull’estemporaneità della performance in atto. Quella che lui definisce «improvvisazione globale», altro non è che la miccia collettiva che divampa nella band e che varca il palco. «Decostruire e prericostruire il pezzo», stravolgerne gli accordi e i tempi, concedersi opportuni sbalzi di libertà.

Sullo sfondo una Brescia spettatrice, quella delle feste e delle iniziative studentesche, dai Dies Fasti del Liceo Calini alle Giornate dell’arte, dai locali privati al frenetico andirivieni della Festa della musica, evento molto caro ad Antonio. È lui stesso a ribadirlo: «Uno dei concerti più emozionanti è stato quello al PalaBrescia, in occasione del Babilonia, quando ci hanno annunciati vincitori e abbiamo aperto il concerto dei Linea 77. Ricordo ancora con una certa emozione l’entusiasmo del pubblico studentesco».

Quel pubblico di aspiranti maturandi e studenti in cui molti riescono ancora a scorgersi, in ricordo dei vecchi tempi del liceo. La ressa che si scrolla di dosso le ore trascorse sui banchi di scuola, le braccia sollevate che imprimono la loro ombra contro luce, il palco che avanza: una generazione che ha scalpitato per anni ai piedi delle pedane. «Ho tutto quello che volevo?» si chiedevano i Linea 77 in “Fantasma”. Antonio potrebbe rispondere, senza troppi tentennamenti, che sì, lui ha quello che voleva: il suo pubblico e un territorio bresciano in via d’espansione, fruitore di musica, che non si lascia mai alle spalle, neanche con la valigia appresso. Infine il suo sax, sempre al centro della scena, a riesumare adolescenze bresciane precipitose, raccontando le strade e le piazze di Brescia. Un volto che parla di città, pur rimanendo fedele alla provincia, a quella Manerbio, comune della Bassa Bresciana, che ha saputo trasmettergli il calore e l’affetto necessari in vista di ogni traguardo, musicale e non.

Foto in copertina di Stefano Ardesi @quarantasette

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