Città d’America: capire una cultura che ci sembra nostra ma che non lo è

Disclaimer: nei dibatti interni alle comunità nere degli Stati Uniti la dicitura Black [nero/a] è preferita a ‘persone di colore’ o ‘afroamericano’. Per questo motivo nel testo si è deciso di usare questo termine.
Negli USA la questione urbana è profondamente legata ai rapporti razziali. Ripercorrendone la storia, si scopre l’origine dei nessi profondi tra Blackness, razzismo e grandi città.

Tempo fa guardavo con alcuni amici un episodio di quel capolavoro assoluto che è The Office [s4-e05, ndr]. Durante uno scambio di battute tra Michael e Stanley, due personaggi chiave della serie, ho riso di gusto, perché ho visto nella scena una limpida espressione dell’identità White di Michael. Nel presentare il collega Stanley – che, per intenderci, è nero – a degli estranei, Michael dice: «this gentleman right here is the key to our urban vibe» (traducendone il senso, quest’uomo è l’anima urbana dell’ufficio). Stanley, stizzito, gli risponde: «I grew up in a small town! What about me seems urban to you?» (Sono cresciuto in una cittadina! Cosa ci trovi di urbano in me?). Constatare di essere stato l’unico a sghignazzare mi ha reso perplesso. I miei amici non avevano inteso il sotto-testo della battuta, e soprattutto non capivano perché reputassi lo sketch particolarmente rappresentativo dell’essenza bianca di Michael – per coloro che non conoscono la serie, un tizio socialmente inopportuno e pure goffamente razzista. Ho poi constatato la grande quantità di scene di film statunitensi in cui i rapporti razziali tra personaggi bianchi e neri si “giocassero” attraverso la questione delle città e di dove si fosse cresciuti, e di come questi scambi siano quasi incomprensibili agli occhi europei, soprattutto per chi non ha avuto esperienze dirette con quella società.

La scena solleva alcuni interrogativi: perché negli USA un nero dovrebbe rappresentare l’urban vibe di una data situazione? E perché una simile battuta detta da un bianco lo caratterizzerebbe come razzista? Le risposte, credo, risiedono nella storica associazione negativa della “questione urbana” con i rapporti razziali statunitensi. Noi europei pensiamo alle città come composte da centri storici curati e (spesso) abitati dai ricchi, circondati da periferie architettonicamente noiose dove risiedono le classi popolari, oltre le quali si trovano le variegate forme di spazio che sono la “non-città”. Nel discorso pubblico nostrano la crescita delle città coincide con lo sviluppo della civiltà, da Babilonia e Atene fino a Dubai e Singapore – per quanto trovi problematico il legame tra “civiltà” e turbocapitalismo urbano contemporaneo. Ecco, negli USA del Novecento – e in parte anche di oggi – si ragionava al contrario.

Levittown, sobborgo costruito vicino a New York City subito dopo la 2° Guerra Mondiale.
Fotografo: Clifford De Bear, Newsday

Per comprenderne le ragioni è necessario fare un passo indietro ed esplorare la complessità della storia e della geografia USA. Le differenze regionali sono evidenti: le Coste sono diversissime dagli Stati centrali, e il Nordest è chiaramente distinto dal Sud. Pur con le loro peculiarità, queste macroregioni si sono intrecciate attraverso la storia nazionale, anche dal punto di vista razziale. Storicamente, infatti, i neri vissero segregati nel Sud anche dopo la Guerra Civile, dove i bianchi fecero di tutto per mantenere in vita un regime para-schiavista che si protrasse ben oltre la Seconda Guerra Mondiale. Durante la Grande Guerra, il conflitto europeo si tradusse in enormi affari per l’industria bellica USA, concentrata nelle città del Nordest. La fame di manodopera esplose: milioni di persone, soprattutto nere, si spostarono dal Sud per lavorare nelle stantuffanti fabbriche settentrionali. Era la prima volta che una massa così imponente di neri si avventurava oltre la Dixie Line, il confine simbolico tracciato durante la Guerra Civile tra il Sud agricolo-schiavista e il Nord industrializzato. C’erano certamente comunità nere sparpagliate per gli USA, ma la Harlem ottocentesca non era quel centro nevralgico della Black culture come divenne poi nel Novecento.

Il Birwood Wall a Detroit, costruito nel 1942 per dividere fisicamente i quartieri bianchi da quelli neri.
Fotografo: John Vachon, Biblioteca del Congresso USA

Per quanto si creda il contrario, anche il Nord si reggeva su radicati pregiudizi razziali, che si tradussero in forme spietate di segregazione e ghettizzazione. Quando negli anni Trenta Roosevelt propose il New Deal per fronteggiare la Grande Depressione, tali politiche comprendevano, tra altre cose, delle forti agevolazioni sui mutui immobiliari. In sostanza, le famiglie potevano richiedere crediti alle banche pur con scarsi mezzi finanziari, poiché il governo federale assicurava tali prestiti utilizzando il Tesoro della Federal Reserve come garanzia: deal done. Inoltre, il governo favorì uno sviluppo immobiliare strepitoso dei vasti terreni situati fuori dai centri metropolitani tagliando le tasse ai costruttori. In tal modo, pensava Roosevelt, si sarebbe accelerata la ripresa dell’edilizia, rendendola il traino della rinascita economica – cosa che riuscì solo parzialmente. I fondi privati e le autorità federali decisero però che i neri non avevano il diritto di accedere a tali garanzie, e che queste non si potevano applicare se la proprietà da acquistare si fosse trovata in un quartiere dove vivevano i neri, soprattutto se anche poveri – a prescindere dal “profilo” del compratore. Ecco, in poche parole, come  i bianchi utilizzarono i loro privilegi economico-razziali garantiti da una società di apartheid per scappare dalle città, acquistando milioni di quelle casette suburbane monofamiliari che si vedono spesso nei film. Grandissima parte dei neri, invece, si trovò costretta a vivere negli angosciosi quartieri centrali delle città, in comunità segregate e flagellate dalla povertà, dalla disoccupazione e dalla criminalità.

Come in altri contesti – seppur con caratteristiche specifiche -, anche negli USA la geografia è precondizione e destino: dove si nasce e cresce ha un impatto determinante sulle possibili traiettorie di vita. Nel Novecento, abitare nelle metropoli industriali del Nordest è stato largamente determinato dall’appartenenza razziale, una condizione che persiste anche oggi – pur se le recenti ondate di gentrificazione stiano rivalutando e rendendo (quasi) cool questa razzializzazione metropolitana. Ed ecco che nella scena in apertura Micheal descrive il collega nero come l’anima urbana dell’ufficio, proprio perché un nero non può essere certo cresciuto in una di quelle cittadine piccolo-borghesi che, da europei, associamo al (bianchissimo) American Dream. Anzi, è proprio la metropoli degradata e impoverita che viene resa limpida espressione della Blackness statunitense, insieme a tutte le narrazioni peggiorative a cui essa viene indissolubilmente legata agli occhi dei bianchi. In una società geograficamente razzista come quella USA, essere neri non può voler dire altro che essere figli del ghetto metropolitano – even if they grew up in a small town.

 

 

Se qualcun* volesse approfondire i temi qui proposti, l’autore – Dottorando in Studi Urbani e Regionali presso il Politecnico di Torino che ha condotto diverse ricerche urbane e sociologiche tra l’Italia e gli USA – vi lascia la lista delle opere essenziali consultate per questo articolo:

  • Arnold Hirsch (1983) Making the Second Ghetto: Race and Housing in Chicago, 1940-1960. The University of Chicago Press.
  • Thomas Sugrue (1996) The origins of the urban crisis: Race and Inequality in postwar Detroit. Princeton University Press.
  • Douglas Massey & Nancy Denton (1998) American Apartheid: Segregation and the making of the Underclass. Harvard University Press.
  • Richard Rothstein (2017) The color of law: A forgotten history of how our government segregated America. Liveright.

Immagine di copertina: Columbus Homes, case popolari segregate nei pressi di Downtown a Newark, New Jersey. Fotografo: Camillo Vergara Jr. Biblioteca del Congresso USA.

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