Rappresentanti di paesi europei, africani e mediorientali posano per foto di gruppo.

Da Khartum a Roma e ritorno: Nuovi processi, vecchi errori?

Appaltare la gestione dei migranti a dittatori e milizie non funziona. I governi europei devono cambiare la sostanza delle loro politiche migratorie, non il nome.

Roma, 23 luglio 2023: i rappresentanti di oltre venti paesi europei, mediorientali e africani si riuniscono per la Conferenza internazionale su sviluppo e migrazioni. La conferenza inaugura una nuova iniziativa multilaterale, il “Processo di Roma”, volta a elaborare una risposta congiunta, coerente e condivisa all’annoso problema delle migrazioni.

Khartum, 23 luglio 2023: i residenti della capitale del Sudan celebrano un triste anniversario, quello dei cento giorni dall’inizio della guerra nel loro paese. In poco più di tre mesi, il conflitto in corso ha ucciso migliaia di persone, ridotto 20 milioni di persone alla fame, e costretto oltre 5 milioni di persone a lasciare la propria casa.

Due eventi molto lontani, molto diversi, eppure connessi da un filo rosso: quello delle politiche europee sulle migrazioni. Politiche che troppo spesso, come in Sudan, hanno contribuito ad alimentare instabilità e conflitti, con l’effetto paradossale di spingere ancora più persone a emigrare. Il risultato finale? Un circolo vizioso, in cui risposte politiche inadeguate non fanno altro che peggiorare il problema originario.

La battaglia dell’Europa contro le migrazioni

Le migrazioni sono ormai diventate uno degli argomenti politici più dibattuti in Europa – e più che mai in Italia, un paese particolarmente esposto ai flussi migratori a causa della sua vicinanza alle coste dell’Africa. Non sorprende quindi che i governi europei siano particolarmente interessati a trovare risposte a questo fenomeno.

Barca piena di migranti arriva al porto.
Migranti sbarcano a Catania.
Credits: LaPresse (AP Photo/Salvatore Cavalli).

Consci di dover includere i paesi di origine e di transito per trovare delle soluzioni adeguate e durature, i governi europei hanno dato il via a una serie di iniziative multilaterali – molte delle quali chiamate “processi”. Sono così nati il Processo di Rabat in cooperazione con stati dell’Africa occidentale e centrale, il Processo di Khartum con i governi del Corno d’Africa, ed infine il “Processo di Roma” del 23 luglio.

In questo susseguirsi di processi, la retorica è rimasta più o meno la stessa. I princìpi di base invocati continuano a essere quelli della “responsabilità condivisa” e della “solidarietà”. Anche gli obiettivi principali sono rimasti gli stessi: da un lato, limitare i flussi migratori irregolari, e dall’altro creare canali di migrazione legale e incrementare il supporto allo sviluppo del continente.

Nella realtà dei fatti, però, il desiderio dei governi europei di arginare i flussi migratori ha spesso preso il sopravvento sugli altri obiettivi. Le conclusioni della Conferenza di Roma riflettono accuratamente questo sbilanciamento: mentre i paragrafi sulla lotta all’immigrazione clandestina contengono indicazioni precise sulle misure da prendere, la parte sui canali legali di migrazioni è particolarmente vaga ed evasiva.

Il recente accordo firmato dell’Unione europea (UE) con la Tunisia – alla presenza del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni – mostra con chiarezza che la strategia europea rimane quella degli ultimi anni: esternalizzare le frontiere fornendo supporto a governi nel vicinato, a prescindere dagli abusi commessi da questi governi nei confronti dei migranti.


Il gatto che si morde la coda

Perché la continuazione di questo tipo di politica migratoria europea è un problema? Semplicemente, perché invece che affrontare le cause profonde delle migrazioni, come per esempio instabilità e conflitti, troppo spesso le aggrava. Il caso del Sudan è un esempio calzante di questa dinamica.

Nel quadro del Processo di Khartum, nell’ultimo decennio l’UE e vari stati europei – Italia in primis – hanno offerto varie forme di supporto al governo sudanese. Nel 2016, per esempio, fondi europei venivano usati per addestrare ed equipaggiare la polizia di frontiera sudanese, mentre i ministeri dell’interno italiani e sudanesi firmavano un accordo di cooperazione in materia di controllo delle frontiere.

Diplomatici sudanese durante negoziati.
Delegazione diplomatica sudanese durante i negoziati tra Italia e Sudan, 2016.
Credits: onuitalia.it

Già al tempo, i motivi per dubitare dell’efficacia di questa cooperazione non mancavano. Il presidente sudanese Omar al-Bashir era accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio. Come se ciò non bastasse, al-Bashir aveva affidato il controllo delle frontiere ai janjawid, una milizia responsabile – insieme all’esercito sudanese – delle atrocità commesse durante il genocidio in Darfur.

Non dovrebbe quindi stupire che gli sforzi europei e italiani di bloccare i flussi migratori tramite collaborazioni con il governo sudanese si siano rivelati fallimentari. Già nel 2018, indagini avevano dimostrato come i membri della milizia incaricata di controllare le frontiere in realtà approfittassero della loro posizione per accumulare profitti, tassando i trafficanti di migranti o addirittura agendo loro stessi da trafficanti.

Nonostante queste preoccupanti avvisaglie, la direzione delle politiche migratorie europee non è cambiata negli anni. A provarlo il continuo supporto offerto dai servizi di sicurezza italiani alle Forze di supporto rapido (Fsr), eredi dei janjawid, per controllare i flussi di migranti. Il fatto che le Fsr avessero massacrato centinaia di manifestanti pacifici a Khartum il 3 giugno 2019 e partecipato in un colpo di stato il 21 ottobre 2021 non sembravano aver scalfito la fiducia dell’Italia di poter collaborare con loro sulla gestione dei migranti.

Infine, il 15 aprile 2023, la goccia che fa traboccare il vaso: le Fsr e l’esercito sudanese, da tempo in competizione per il controllo della politica e dell’economia del paese, iniziano a combattersi a vicenda. Ne risulta una guerra a tutto campo, che devasta la capitale Khartum e altre zone del paese, in particolare il Darfur. Il risultato? Non solo migliaia di morti e un paese distrutto, ma anche una nuova crisi di rifugiati: oltre 1.2 milioni di persone hanno lasciato il paese nel giro di cinque mesi e mezzo – 8 mila persone al giorno, 300 all’ora, 5 al minuto.

Generale sudanese in mezzo ai soldati.
Mohamed Hamdan Dagalo “Hemedti”, leader delle Forze di supporto rapido sudanesi, ex-janjawid.
Credits: Umit Bektas / Reuters.

Il caso del Sudan mostra con chiarezza cosa succede quando, per arginare i flussi di migranti, i governi europei si affidano a dittatori e milizie. Nel breve termine, si verificano più abusi nei confronti dei migranti, senza nessuna certezza che i flussi migratori vengano veramente ridotti. Nel lungo termine, si corrono maggiori rischi di instabilità e conflitti, con un conseguente aumento dei flussi migratori. In poche parole, il gatto che si morde la coda.

Quel che è peggio è che il Sudan non è l’unico caso di questo tipo. Dinamiche simili si possono osservare in Libia, dove l’Italia e l’UE finanziano varie milizie per bloccare i migranti, col risultato di aumentare i conflitti tra milizie e di conseguenza l’instabilità del paese.

La Tunisia non è da meno. Il recente accordo EU-Tunisia prevede supporto europeo per il governo tunisino, in cambio di sforzi per limitare le partenze di migranti verso l’Europa. Poco importa, pare, che in realtà gli abusi del governo tunisino nei confronti dei migranti stiano spingendo ancora più persone a partire per l’Europa.

Capi di stato si stringono la mano per accordi diplomatici.
Mark Rutte (Olanda), Ursula von der Leyen (Commissione europea), Kais Saied (Tunisia) e Giorgia Meloni (Italia) siglano un accordo per la gestione dei flussi migratori.
Credits: Unione europea.

Nuovi processi, vecchi errori

La Conferenza di Roma e gli sviluppi delle ultime settimane sembrano dimostrare che i nomi dei vari “processi” cambiano continuamente – da Rabat a Roma, passando per Khartum – ma gli errori commessi rimangono gli stessi. Gli ultimi dieci anni hanno dimostrato ampiamente che appaltare la gestione dei migranti a dittatori e milizie responsabili di violenze non solo non aiuta a ridurre i flussi migratori, ma rischia di aumentarli nel lungo termine. Invece di creare nuovi processi, i governi europei devono cambiare la sostanza delle loro politiche migratorie.

Nota: Le opinioni espresse nell’articolo sono solamente quelle dell’autore, e non riflettono necessariamente quelle di Echo Raffiche o di istituzioni a cui l’autore è affiliato.

Immagine di copertina: Foto di gruppo della Conferenza internazionale su sviluppo e migrazioni, Roma, 23 luglio 2023. Credits: Ansa.

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