Migliaia di siriani celebrano nelle strade di Damasco, Siria.

La Siria dopo Assad, tra festeggiamenti e paure

A qualche giorno dalla caduta di Bashar Al Assad, la Siria è divisa tra festeggiamenti e paure. In qualche modo, entrambe le reazioni sono legittime.

La mattina dell’8 dicembre 2024, il regime di Bashar Al Assad in Siria è crollato. Sotto la pressione dell’offensiva di una coalizione di ribelli, l’ormai ex-presidente ha lasciato il paese per rifugiarsi a Mosca, aprendo così le porte di Damasco alle forze dell’opposizione. La caduta di Assad ha generato ondate di sentimenti contrastanti. Da un lato, c’è chi celebra la fine di una brutale dittatura durata più di mezzo secolo. Dall’altro, c’è chi teme che la caduta di Assad porti a un vuoto di potere, con annesso caos e distruzione – come successo in Libia dopo la caduta di Gaddafi. Queste due posizioni possono sembrare all’apparenza opposte. Se si guarda un po’ più a fondo, però, si vede che entrambe sono legittime.

Come si è arrivati a questo punto?

La storia del dominio della famiglia Assad in Siria ha inizio nel 1970, quando il generale Hafez Al Assad, padre di Bashar, sale al potere tramite un colpo di stato interno al partito dominante della Siria, il Partito del Risorgimento Arabo Socialista (Ba’ath). Dalla sua ascesa al potere nel 1970 alla sua morte nel 2000, Assad padre consolida un sistema di governo dittatoriale. I poteri decisionali vengono centralizzati nelle sue mani e in quelle dei suoi associati più stretti. Membri della sua comunità – gli alauiti – occupano posizioni chiave nelle forze di sicurezza e nella burocrazia statale. Ogni forma di dissenso viene repressa con forza. 

Alla morte di Hafez nel 2000, il testimone passa al figlio Bashar, trentacinquenne, oculista che ha fatto i suoi studi a Londra, senza una particolare esperienza politica. La speranza è che Bashar sia più moderato del padre. Nel 2011, però, questa speranza si rivela vana. Nel mezzo della Primavera Araba, la popolazione siriana scende in piazza chiedendo la caduta del regime. Assad risponde con il pugno di ferro. Gli scontri si intensificano con la creazione di varie forze armate ribelli che lottano contro il governo, dando vita a quella che per gli ultimi tredici anni è stata conosciuta come la “guerra civile siriana”. La guerra causa mezzo milione di morti e 14 milioni di rifugiati.

Un poster raffigura Bashar Al Assad (sinistra) e suo padre Hafez (destra).
Un poster raffigura Bashar Al Assad (sinistra) e suo padre Hafez (destra). Credits: Al Jazeera

A inizio novembre 2024, il colpo di scena. Dopo anni di stallo nel conflitto, una coalizione di ribelli – supportati in vario modo dalla Turchia – lancia un’offensiva militare nel nord della Siria. Le forze armate del regime collassano, e i principali alleati internazionali di Assad (Russia e Iran) sono troppo impegnati su altri fronti (Ucraina e Gaza/Libano, rispettivamente) per supportare il loro alleato come in passato. Dopo 13 anni di guerra, in soli 11 giorni le forze anti-governative prendono controllo della maggior parte del paese, inclusa la capitale Damasco.

Legittimi festeggiamenti

La caduta di Assad dà il via a grandi festeggiamenti. In Siria, migliaia di persone scendono in strada per celebrare la caduta del dittatore. La casa di Assad viene saccheggiata, con un quadro di Assad padre usato come zerbino all’ingresso. Le statue dei due dittatori vengono abattute, i poster rimossi. Le prigioni del regime vengono aperte. All’estero, molti dei siriani scappati dalla guerra si uniscono ai festeggiamenti, e molti governi stranieri (inclusa la Turchia e molti governi occidentali) non nascondono la loro soddisfazione per la caduta del regime.

Festeggiamenti in piazza con la bandiera dell’opposizione siriana.
Festeggiamenti in piazza con la bandiera dell’opposizione siriana. Credits: NewstalkZB

Visto il curriculum degli Assad, è facile comprendere la felicità di milioni siriani. Nelle ultime cinque decadi, il regime si è reso responsabile di una serie infinita di abusi, ha represso qualsiasi opposizione politica con la forza, e ha trascinato il paese in una sanguinosa guerra civile – mentre il presidente e la sua famiglia accumulavano immense ricchezze, come mostrato dalle scene filmate nella casa di Assad. La velocità con cui i ribelli hanno preso controllo della maggior parte del paese è forse la prova più chiara di come ormai quasi nessuno fosse più disposto a combattere per il regime.

Legittime paure

Allo stesso tempo, non ha nemmeno torto chi fa notare i rischi legati al crollo del regime. Il fatto che i ribelli abbiano rovesciato un regime dittatoriale non li rende automaticamente dei santi. Il principale gruppo che ha guidato la recente offensiva, Hayat Tahrir Al-Sham (HTS), è una coalizione di gruppi armati a matrice islamista, che in passato ha avuto legami stretti con Al Qaeda. Nonostante il loro leader Abu Mohamed Al Jolani stia cercando di vendere un’immagine di sé molto moderata (incluso sulla protezione delle minoranze nel paese), è legittimo avere preoccupazioni sul tipo di governo che HTS vorrà mettere in atto. L’altro gruppo che ha partecipato all’offensiva – l’Esercito Nazionale Siriano (SNA dall’acronimo inglese) – è fortemente sostenuto dalla Turchia, che è attiva in Siria per difendere i propri interessi, più che quelli dei siriani. 

Abu Mohamed Al Jolani prima (sinistra) e dopo (destra) i suoi tentativi di apparire più moderato.
Abu Mohamed Al Jolani prima (sinistra) e dopo (destra) i suoi tentativi di apparire più moderato. Credits: CNN

In aggiunta, al momento la Siria rimane altamente frammentata. HTS e SNA hanno combattuto insieme per rovesciare il regime, ma non condividono necessariamente la stessa agenda politica. Nel frattempo, il nord-est del paese rimane nelle mani delle forze curde – le Forze Democratiche Siriane (SDF dall’acronimo inglese), sostenute dagli Stati Uniti. Nonostante abbiano in comune l’opposizione al regime di Assad, le SDF e il SNA sono acerrimi nemici – l’obiettivo principale dell’SNA, alleato della Turchia, è contrastare la presenza curda nel nord della Siria. In mezzo a tutta questa confusione, lo Stato Islamico continua a occupare piccole porzioni di territorio nelle aree occidentali del paese. Visto il contesto, i timori che la Siria rimanga imbrogliata in continui conflitti sono purtroppo ben fondati.

 

Sfumature vs. semplicismo

Se c’è qualcosa che emerge da questa insieme di legittimi festeggiamenti e legittime paure, è che la situazione in Siria – come in molti altri conflitti – è più complicata di come le (prutroppo frequenti) spiegazioni semplicistiche possano farci credere. Se qualcuno vi spaccia Assad come un grande bastione dell’anti-imperialismo globale, pensateci due volte prima di crederci. Se qualcuno vi spaccia i ribelli come le grandi forze pro-democrazia, uguale. Con un po’ di sforzo, si può essere felici per la caduta di un regime brutale e oppressivo, e restare cauti su ciò che verrà. Nel frattempo, qualche segno incoraggiante c’è, e chi ne sa molto più di me raccomanda un cauto ottimismo. Il tutto, nella speranza che il popolo siriano possa al più presto vivere in pace.

 

Nota: Le opinioni espresse nell’articolo sono solamente quelle dell’autore, e non riflettono necessariamente quelle di Echo Raffiche o di istituzioni a cui l’autore è affiliato.

Immagine di copertina: Migliaia di siriani celebrano nelle strade di Damasco, Siria.
Credits: New York Times

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