Dalla cima alla valle: un cambio di prospettiva per Paolo Cognetti in “Giù nella valle”

La scrittura e la montagna per Paolo Cognetti sono in dialogo costante.

“La Sesia, quando la attraversò, era un solco scuro. Dopo il ponte i fianchi della valle si fecero più severi. L’autunno aveva ormai perso ogni colore e adesso nelle faggete, nei castagneti, nei querceti le foglie secche si accumulavano al suolo.”

La scrittura e la montagna per Paolo Cognetti sono in dialogo costante. Il paesaggio nella sua declinazione invernale, con le lunghe ombre oscure che si proiettano a valle, diventa spazio per una storia di solitudini, di sassi consumati dell’acqua che tutti i giorni scorre uguale. Così è Giù nella valle


Un’opera sorella, uguale e contraria

L’ultima impresa letteraria dello scrittore italiano, Giù nella valle (2023) edito da Einaudi, è un’opera riflessiva e cruda che contrappone ancora una volta l’uomo alla natura selvaggia richiamando alla mente l’immagine di tronchi abbattuti e il fumoso odore dei camini d’inverno. Si tratta sicuramente di un’opera sorella de Le otto montagne (2016, Einaudi) capolavoro dell’autore che gli è valso il Premio Strega nel 2017 e da cui nel 2022 è stato tratto l’omonimo lungometraggio, vincitore del David di Donatello come migliore film. Un’opera sorella sì, ma anche contraria.

Contraria perché la prospettiva è diversa. Se ne Le otto montagne i protagonisti Pietro e Bruno sentono l’attrazione per la cima e vengono così risospinti dentro se stessi attraverso quella salita che secca i polmoni e scalfisce i calcagni, in Giù nella valle Luigi e Alfredo si ritrovano impantanati nel fondovalle e diventano solitudini fluorescenti nell’ombra del monte Rosa e tra le conche del fiume Sesia.

Un larice e un abete

Un larice e un abete, due fratelli diversi come gli alberi piantati fuori casa dal padre quando sono nati. Luigi, il maggiore, è guardia forestale e vorrebbe risistemare la vecchia casa in alta quota del padre per viverci con la moglie Elisabetta e il loro nascituro. Alfredo, invece, ha lasciato la Valsesia per le montagne del Canada molti anni prima ed è tornato per concludere la vendita della sua parte di eredità. Sul valore della casa, però, Luigi non è stato del tutto sincero visto che questo potrebbe salire con il progetto della seggiovia per le piste da sci che porteranno molti turisti.

Dei due fratelli, Luigi sembra essere la parte buona – ed è anche lo sguardo attraverso cui conosciamo la loro storia – mentre ad Alfredo spetta tutta la quota arrabbiata e rissosa. Le cose, però, sono chiaramente più complesse di così. I personaggi di Cognetti non sono statici e bidimensionali, pertanto le loro virtù e i loro peccati si intrecciano con le vicende della montagna in maniera spontanea delineando pagina dopo pagina un mondo segnato dal male che gli uomini fanno a se stessi. Perché, in fondo, è la montagna, con il suo essere riparo e prigione dal mondo, il vero catalizzatore narrativo dell’opera. Cognetti dimostra ancora una volta una grande abilità descrittiva in grado di evocare agli occhi di lettori e lettrici evanescenti atmosfere montane e crude – a tratti disturbanti – scene di violenza cieca che, così come il larice e l’abete, contribuiscono ad arricchire la trama di questa storia.

Il lupo (ma non la lupa)

Nel ristagno sempre uguale del fondovalle, ciò che improvvisamente smuove la vita sotto la superficie è l’inizio di una serie di morti sospette di cani. Brutalmente ammazzati e feriti da una creatura che nessuno ha mai visto ma che trova dimora nella simbologia del selvaggio: il lupo.

Il lupo, portatore di significato in letteratura, soprattutto in relazione alla scoperta del sé più viscerale, nel romanzo di Cognetti si giustappone a Luigi fin dalle prime pagine. I due avanzano in spazi narrativi paralleli e contemporanei, il secondo sulle tracce del primo. Anche il lupo ha una compagna e sarà proprio tra Elisabetta e questa creatura che prenderà forma una delle chiuse del libro più interessanti. La femminilità, però, in quest’opera, così come ne Le otto montagne, è una nota a margine, un rifugio per il protagonista e un piccolo sasso lanciato nell’acqua. Non è questa la storia che Cognetti vuole raccontare, e si vede, ma forse per Elisabetta si poteva fare qualcosa di più.

Le influenze

Con la simbologia del lupo, Giù nella valle si inserisce in un ricco filone letterario che dona al selvaggio tutta la potenza metaforica della relazione con la psiche umana e che scrittori come Jack London, in Zanna Bianca – dove la forza e l’imprevedibilità della natura sono inestimabili risorse – o come Henry David Thoreau, teorico del selvaggio per eccellenza, hanno ampiamente sfruttato.
Si nota nella prosa dell’autore l’influenza letteraria di Raymond Carver e Flannery O’Connor e della scuola Americana, come lui stesso evidenzia nella splendida nota conclusiva – che vi consiglio di non saltare.

La nota conclusiva, infatti, è un’intimistica e personale ricostruzione del processo di scrittura dell’autore. Con particolare meraviglia verso l’atto creativo in sé e verso il rapporto tra arte e artista. Cognetti, dunque, ci racconta il suo amore per l’album Nebraska (1982) di Bruce Springsteen, incontrato per caso tra i dischi di sua sorella da ragazzino, e non si risparmia nel mostrarci come e perché Giù nella valle e Nebraska siano figli della stessa volontà creativa. L’album diventa la colonna sonora perfetta per questa lettura perché ogni ululato di Springsteen si unisce ai sapori, agli odori e alle immagini della montagna di Cognetti.

Intrecciati a doppio nodo da un unico filo, che parte dalle Bad Lands fino alla Valsesia, riportano entrambi l’essere umano al sé selvaggio e lo trascinano sul fondo di se stesso perché solo da lì può cominciare la salita. 

Immagine di copertina: copertina del libro Giù nella valle di Paolo Cognetti.

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