Ragazza con capelli lunghi e una corona di fiori si china per annusare un fiore soffione in un'atmosfera eterea e sognante.

Eritria, tra fiaba e realtà: il viaggio di Marina Steyde

Marina Steyde ci racconta in questa intervista Eritria, il suo esordio letterario con Marco Serra Tarantola Editore: un fantasy nato dall’infanzia e cresciuto tra fiaba e magia.
Copertina del libro 'Eritria' di Bloodymary, con illustrazioni floreali e personaggi fiabeschi disposti intorno al titolo su sfondo blu.
Copertina libro - Marco Serra Tarantola Editore (2024)

Eritria è un libro con una gestazione lunga: hai iniziato a pensarci quando eri molto giovane e ha preso forma nel corso degli anni,  fino ad arrivare alla pubblicazione. Cosa ti ha spinto, ad un certo punto, a radunare tutto il materiale che girava attorno a quest’idea e a cominciare a scrivere?

Sono convinta che a guidarmi sia stato più l’impulso della scrittura, piuttosto che lo studio. È vero anche che poi le cose sono diventate sempre più concomitanti: la fiaba del prologo, infatti, è stata scritta quando ancora ero in terza media; nell’estate tra la terza media e la quarta ginnasio sono stata a Campo Tres [ndr. villaggio turistico in provincia di Brescia dedicato ai soggiorni di vacanza estivi per bambini ed ai soggiorni studio per scolaresche], dove ho iniziato a cercare una storia che potesse dare un senso alla mia fiaba. Ho quindi avuto modo di confrontarmi con altri ragazzi partecipanti al campo estivo, i compagni di classe e i professori. Grazie a questo scambio e ai consigli che ho ricevuto, ho iniziato a studiare vari testi riguardanti la fiaba come genere letterario, tra cui Morfologia della fiaba di Vladimir Propp. Ma la scintilla era già stata accesa dalla scrittura della mia fiaba, che poi mi ha dato la spinta per studiare e approfondire questo genere letterario.

Questi studi si ritrovano chiaramente nel tuo libro, in cui sono presenti molti riferimenti letterari e, in particolare, quello al Sistema Fiaba. Quali sono le altre principali influenze esterne che sono entrate in gioco durante la scrittura?

Tante influenze sono entrate in gioco a partire proprio da quello che stavo studiando, e che più studiavo più mi appassionava. Sono quindi partita da Propp, ma in quel periodo leggevo molto anche Italo Calvino, e avevo scoperto che Calvino aveva ripreso le teorie di Propp utilizzando il mazzo di tarocchi.
Ma un’altra dimensione che mi appassionava e che mi appassiona tutt’ora, tant’è che sto cercando di avviare una carriera in questa direzione, è il mondo dell’infanzia. La fiaba, secondo me, tra tutti i generi letterari è quello che più appartiene a questo mondo, nonostante non sia nata nello specifico per bambini. E poi quando ho iniziato a scrivere ero ancora molto giovane e la vicinanza con l’infanzia la sentivo ancora molto forte.

Il riferimento ai tarocchi è molto interessante: sicuramente un precedente illustre lo abbiamo nel Castello dei destini incrociati di Calvino, che tu hai citato come parte della tua ispirazione, ma in generale il misticismo è una tematica importante nella tua opera. Alla luce di questo, qual è il tuo rapporto con i tarocchi e in generale con il mistico e l’occulto?

In realtà all’inizio è nato come un gioco puramente letterario. Anche se sono mesi che vorrei andare a farmi leggere le carte dalle chiromanti del quartiere di Brera a Milano. Quindi sicuramente in una parte molto profonda di me esiste un’attrazione sotto questo punto di vista.
Quello che trovo più intrigante, in questo momento della mia vita, è la dimensione soggettiva della lettura dei tarocchi: quando si leggono i tarocchi, infatti, si utilizzano dei mazzi che sono oggettivamente uguali per tutti, ma che cambia è l’interpretazione che ognuno può dare alle carte. Questa dimensione soggettiva è la parte occulta, nel senso di nascosta, che più mi affascina. Tra le mie letture future c’è sicuramente Alejandro Jodorowsky, che vede i tarocchi come strumenti proiettivi, per cui ha più valore ciò che la persona dice a sé stessa, rispetto a quello che viene simboleggiato dagli arcani.

Passiamo all’ambientazione: da un lato è legata a un territorio, Brescia, che è anche il luogo in cui vivi; dall’altro c’è una penetrazione dell’elemento magico in questo luogo reale; infine c’è la distanza storica. Questi tre elementi che si intrecciano li ritroviamo di solito nel genere del realismo magico, mentre in un fantasy rendono l’ambientazione poco usuale. Puoi spiegarci la gestazione di questo setting in cui convivono reale magico e storico?

La presenza del reale è dovuta in gran parte al fatto che ho sempre pensato in qualche modo di essere io Vera, la protagonista. Tra l’altro, nel momento in cui stavo scrivendo, non avevo in mente la pubblicazione, ma scrivevo solo perché mi piaceva e mi faceva stare bene.
Ci sono tanti riferimenti alla mia vita personale, come l’ambientazione a Tremosine, che richiama la casa di mia nonna, dove ho passato gran parte delle mie estati quando ero piccola. I riferimenti storici vengono tutti dai suoi racconti e, siccome ho ambientato la storia nel periodo in cui i miei nonni erano ancora bambini, ho deciso di tenere fede a ciò che le sue parole mi portavano a immaginare. Non ho quindi fatto uno sforzo per ricreare un’ambientazione storica, ma ho solo fatto riferimento, ancora una volta, a quello che vivevo. Si tratta di un’abitudine che avevo e che ho ancora come scrittrice: molto spesso infatti quando scrivo uso la mia esperienza reale e cerco di trasfigurarla in un mondo magico. 
Un famoso scrittore di fantasy che cito spesso sostiene che non sia l’autore a scegliere il genere ma è il genere che sceglie l’autore. E proprio così a me viene molto spontaneo passare dal reale al magico, perché le parole mi portano sempre verso il fantastico, nonostante io parta da uno spunto reale.

Parliamo ora del rapporto dei lettori e del mercato editoriale con il genere fantasy. Attualmente il fantasy per adulti – a differenza del romansy per giovani adulti e adolescenti – è un genere in declino. Ma secondo te, a pubblicazione fatta, il tuo romanzo a chi parla? Chi è il suo pubblico ideale?

Tornando alla premessa: quando ho iniziato a scrivere, non scrivevo per gli altri ma lo facevo prevalentemente per me stessa. Infatti, per tanti anni questo manoscritto è rimasto nel cassetto. Ho deciso di pubblicarlo prima di essere operata alla colonna vertebrale; era un intervento a cui non pensavo che sarei dovuta arrivare e che mi faceva estremamente paura. Arrivata a quel punto mi son detta che non avevo più niente da perdere o da nascondere. Anzi, quello che avevo da dare era questo. Altrimenti penso che oggi sarebbe ancora in quel cassetto. Sono giunta all’idea di pubblicare solo arrivata a quel crocevia della mia vita.
Per questo non ho mai pensato a chi potessero essere i miei destinatari. Posso dirvi che il romanzo è nato in un campo estivo per e tra ragazzi, quindi la vedo come una storia dedicata a un pubblico giovane. Poi, naturalmente, l’ho anche ritoccata arrivata a quel crocevia della mia vita di cui vi parlavo prima; ci sono parti che sono state scritte a Trieste:mi trovavo lì quando ero in lista d’attesa per l’intervento. In quel momento, all’ultimo, ho riordinato tutto. 
Se devo difendere il fantasy per adulti, quello che mi viene da dire è che tutti i testi possono essere letti su più livelli. Ci sono, secondo me, libri che possono avere come destinatari sia dei ragazzini che degli adulti. Eritria è uno di questi. 

Giovane donna con capelli sciolti e schiena scoperta seduta su un tronco caduto nella foresta, immersa in un'atmosfera di luce soffusa e giochi di ombre tra le foglie.
Immagine ragazza bosco - Unsplash

Un’altro elemento interessante, che è un po’ un Leitmotiv nel tuo romanzo, è il passare del tempo. Lo vediamo soprattutto in alcuni punti in cui il ticchettio dell’orologio, scandito dalle virgole, porta la scrittura ad essere frammentata. Alla luce di ciò , qual è il rapporto dei personaggi con il tempo?

Amo molto questa domanda perché mi porta a riflettere su una nuova prospettiva. Rispetto al passaggio dove il tempo è scandito dalla punteggiatura, ricordo che in quel momento volevo riuscire a far entrare il più possibile il lettore all’interno della stanza. Questo sempre perché è ciò che spesso succede a me, quando mi trovo in un posto che – come dicevamo – è reale. A volte mi sembra di assorbire i posti in cui sono. In un certo senso ho cercato di riprodurlo in quel passaggio per far provare al lettore questa sensazione di essere assorbiti dallo spazio che ci circonda. È altrettanto vero che il tempo è importante al di là di questo aspetto nella narrazione. La cosa più significativa è che Vera sente che quello è il momento giusto per partire, per compiere questo viaggio. Il viaggio è un’esperienza che la riporta indietro nel tempo – è vero – ma è anche qualcosa che deve necessariamente affrontare in quel momento della sua vita, quando è abbastanza grande per farlo e quando ha ancora tempo per crescere attraverso di esso. Questa è la mia rielaborazione ed è ciò che sono riuscita a capire a posteriori riguardo a quale possa essere il valore del tempo all’interno del libro. Grazie per questa prospettiva perché ha sollevato domande che non mi ero mai fatta!

La bellezza della letteratura è che si possono scoprire elementi nuovi anche in più fasi della vita di un romanzo, persino dopo la sua pubblicazione. 
Siamo alla fine della nostra chiacchierata e vorremmo concludere con un’ultima considerazione: nel tuo libro Eritria è qualcosa che c’è, ma non si vede; che si insegue senza raggiungere mai, quasi a sottolineare come sia più importante il viaggio della meta. Se dovessi tirare le somme di questo processo creativo, cosa diresti che ha lasciato a te in quanto autrice e persona? 

La storia di Vera mi ha accompagnata nella crescita. Addirittura io stessa credo che ci siano delle parti dove si capisce che ero molto giovane quando le ho scritte. Un altro fatto che tengo a specificare è che si tratta solo del primo volume di una trilogia. Questo primo volume è dedicato alla fiaba, il secondo sarà dedicato al mito – e lo sto scrivendo ora – e il terzo sarà dedicato alla leggenda di tipo cavalleresco. Si tratta dei tre generi letterari che sono nati all’interno della cultura dell’oralità. In principio avevo pensato a questi capitoli semplicemente come un mezzo per fare arrivare Vera al cuore della vicenda. Il primo volume, infatti, si conclude con un’apertura verso il prossimo proprio perché non è effettivamente finito ma, per le particolari circostanze della mia vita di cui vi ho parlato in precedenza, ho deciso di tirare le fila con i materiali che avevo. Ora vi farò  un piccolo spoiler dicendovi che, nella parte precedente al prologo nel primo volume, c’è un passaggio in cui parlo della magia come forza seduttrice: in quel punto, in effetti, si rimanda molto al fatto che ci sia qualcosa che si cerca disperatamente e non si trova. Ho già scritto questa parte, e  il concetto non è più cercarsi e non trovarsi, ma finalmente ritrovarsi. Vorrei che il secondo volume permettesse a Vera di trovare sé stessa.

Ci hai anticipate con la tua risposta! Stavamo giusto per chiederti quali progetti ti aspettano per il futuro e se la storia di Vera continuerà ad esistere in altri volumi. 

I miei progetti per il futuro, riguardo alla scrittura, riguardano sicuramente il chiudere questa trilogia. Scrivo molto lentamente, perché lo faccio solo quando mi viene spontaneo. Un altro progetto invece, che si sta aprendo proprio ora e che non avevo assolutamente pensato, riguarda le scuole. Attualmente mi hanno coinvolta all’interno di un progetto che si chiama Qualcuno con cui leggere, al quale aderiscono gli istituti (nel mio caso, quelli secondari di primo grado), e che prevede che i ragazzi leggano il libro come testo di narrativa. Questo avviene soprattutto perché il mio editore – Marco Serra Tarantola Editore – è un editore locale che cerca di promuovere chi pubblica con lui sul territorio. Il fatto di essere inseriti in progetti come questo secondo me è un grande vantaggio che dà l’editore locale. Farne parte mi sta piacendo moltissimo perché mi permette di confrontarmi con dei giovani lettori, giovani com’ero io quando ho iniziato a scrivere e quando non avrei mai pensato di trovarmi dalla parte opposta. Spero, infatti, di poter continuare in questa direzione. Oltre che con Notte di fiaba che è un altro bellissimo progetto sul tema della fiaba che viene fatto a Riva del Garda ogni anno. Quest’anno dovrei esserci anch’io.

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