Etiopia: una polveriera da 110 milioni di persone

Ve lo immaginate Conte che annuncia un’operazione militare contro il Piemonte? Con le dovute differenze, è proprio quello che sta succedendo adesso in Etiopia…

Italia, 4 novembre 2020. Dopo mesi di tensioni, scoppia la guerra tra il governo centrale e il Piemonte. Roma accusa la giunta regionale di aver attaccato una base militare nei pressi di Torino. “Hanno oltrepassato la nostra linea rossa” – dice il Premier Conte, in divisa militare, mentre annuncia l’inizio di un’operazione militare finalizzata a rimuovere i leader regionali piemontesi.

Può suonare strano, ma – con le dovute differenze – è quello che è accaduto tre settimane fa in Etiopia. Con le dovute differenze, bisogna sottolineare: l’Etiopia è grande quasi quattro volte l’Italia, ha quasi il doppio della popolazione, e racchiude al suo interno più di 80 gruppi etnici diversi, con le loro rispettive culture e lingue (lo so, anche l’Italia racchiude trentini e siciliani; ma anche ammesso che le differenze siano comparabili, almeno siamo meno di 80 dai!). In ogni caso, qualsiasi siano le caratteristiche di questo enorme ma spesso trascurato paese africano, vedere un governo che combatte una guerra aperta (con tanto di attacchi aerei, artiglieria, e combattimenti sul terreno) contro una delle sue regioni è sicuramente qualcosa di particolare. Come si è arrivati fin qui? Come al solito, per capirlo tocca dare un’occhiata alla storia.

Tanti popoli in un solo calderone

Le radici dell’Etiopia moderna si trovano negli altipiani dell’Abissinia, nel Corno d’Africa. Per secoli e secoli, è da queste zone che si sono sviluppate le ricorrenti espansioni dell’impero etiope, che in varie fasi della sua storia ha incorporato, perso, e poi reincorporato un gran numero di territori e popoli. L’ultima di queste espansioni, quella che darà forma all’Etiopia come la conosciamo oggi, ha luogo verso fine 1800. Mentre le potenze europee (Italia inclusa) cercano di spartirsi l’Africa, l’Etiopia – l’unico regno africano non colonizzato – non vuole essere da meno. In breve tempo, l’impero conquista un gran numero di territori a est e a sud degli altipiani dell’Abissinia, incorporando così una miriade di popoli diversi.

L’espansione dell’impero etiope a fine 1800 (arancione = 1875, giallo = 1900).
Credits: La buona vecchia Wikipedia (Pethrus).

Nel secolo successivo, Addis Abeba – la capitale etiope, sede del governo centrale – vede cambiare tanti diversi “inquilini”. Nel 1936 l’imperatore, sconfitto militarmente, deve lasciare il posto all’Italia fascista, che occupa l’Etiopia per cinque anni. Nel 1941, dopo le sconfitte italiane durante la Seconda Guerra Mondiale, l’imperatore ritorna ad Addis, dove regna per più di trent’anni fino a che un colpo di stato instaura una dittatura militare comunista nel 1974. Mentre i governanti cambiano, però, il problema di fondo resta: l’Etiopia – con la sua diversità di popoli, sparpagliati in regioni lontane dalla capitale – è difficilissima da governare in maniera centralizzata.

Ed è proprio dalle regioni lontane – spesso trascurate, o peggio maltrattate dal governo centrale – che arriva vento di rivoluzione. Nel 1991, sotto pressione da vari fronti, la dittatura comunista crolla e i leader del Tigrè – remota regione nel nord del paese, a maggioranza etnica di tigrini – mettono le mani sul potere centrale ad Addis. Sulla carta, i nuovi governanti propongono un nuovo sistema per gestire la diversità in Etiopia: una federazione di 9 regioni, largamente basate su criteri etnici, che godono di un certo grado di indipendenza (curiosità: diritto di secessione incluso!). La realtà, però, è ben diversa. Il potere è gestito in maniera non solo autoritaria, ma anche altamente centralizzata, e la coalizione di governo – formalmente composta da quattro partiti – è dominata dal TPLF, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè.

Dopo il 1991, l’Etiopia viene divisa in regioni su base entica.
Credits: Ancora, la buona vecchia Wikipedia (JFblanc)

Il terremoto Abiy e la polveriera etiope

Questo “falso federalismo” continua (relativamente) indisturbato per più di un quarto di secolo. Nel 2018, però, il sistema non regge più. Dopo tre anni di proteste da parte degli oromo, il gruppo etnico più numeroso dell’Etiopia ma politicamente marginalizzato, il Premier Hailemariam Desalegn fa un passo indietro, lasciando alla coalizione di governo il difficile compito di scegliere un sostituto che possa placare gli animi. Dopo lunghi dibattiti, la scelta cade su una figura relativamente nuova alla politica etiope: Abiy Ahmed, giovane leader oromo, che promette da subito di rivoluzionare il paese. E lo fa: in pochissimo tempo, Abiy libera prigionieri politici, consente agli oppositori di rientrare in Etiopia, avvia un processo di apertura dell’economia, e fa pure pace con l’Eritrea, guadagnandosi uno scintillante premio Nobel.

Purtroppo, però, non è tutto oro quello che luccica, e la gran mole di riforme promosse da Abiy in un breve lasso di tempo scombussolano il paese. Vari gruppi etnici – marginalizzati e repressi per decenni da governi centrali autoritari – iniziano ad avanzare le loro rivendicazioni a gran voce. Incidenti tra vari gruppi etnici accadono molto frequentemente, alimentando sempre di più la tensione. In aggiunta, non tutti in Etiopia vedono Abiy di buon occhio. La rivalità tra il nuovo Premier e i vecchi leader tigrini aumenta a vista d’occhio, e anche alcuni degli alleati di Abiy si oppongono alle sue mosse. In risposta, il Premier diventa gradualmente più autoritario, stringendo la morsa sui suoi oppositori.

Sopra, Abiy riceve il Nobel per la Pace (2019). Sotto, proteste oromo contro il Primo Ministro (2019).
Credits: Repubblica; Reuters (Tiksa Negeri).

Piano piano, l’Etiopia diventa una polveriera, e in primavera si accende la miccia: giustificandosi con la necessità di limitare la diffusione del COVID-19, Abiy rimanda a data da definirsi le elezioni previste per agosto. Il TPLF accusa Abiy di voler restare al potere, e decide di organizzare le sue elezioni regionali nonostante l’opposizione del governo. Il nuovo governo regionale, guidato dal leader tigrino Debretsion Gebremichael, non riconosce Abiy – e viceversa. Piano piano la miccia si consuma, fino a che il 4 novembre la polveriera esplode: Abiy [Conte] accusa il TPLF [governo piemontese] – che ha una sua forza armata indipendente [!!!] – di aver attaccato una base dell’esercito federale, e in risposta inizia un’operazione militare nel Tigrè [Piemonte]. Obiettivo: rimuovere i leader regionali. Con le comunicazioni tagliate, le notizie che filtrano dal Tigrè dopo il 4 novembre sono poche, ma tutte estremamente brutte: frotte di feriti e rifugiati nel migliore dei casi, massacri su base etnica nel peggiore. Ora che l’esercito etiope stringe la morsa sulla capitale tigrina di Macallè, la situazione pare destinata a peggiorare.

Rifugiati etiopi in un campo profughi in Sudan.
Credits: Reuters (Modamed Nureldin Abdallah).

La posta in palio

Ma cosa c’è in gioco per giustificare un conflitto così sanguinoso tra un governo centrale e una regione? A prima vista, il capriccio di due leader testardi. In realtà, la questione è molto più ampia: divisioni etniche, rivendicazioni storiche, e soprattutto una domanda chiave che i politici e i cittadini etiopi si pongono da tempo: come possiamo gestire un paese di 1104 milioni di km2, con 110 milioni di abitanti appartenenti a più di 80 gruppi etnici diversi? Fino a tre settimane fa, il dibattito si svolgeva per le strade, sui giornali, o nei palazzi del potere. Ora, purtroppo, l’attenzione si è spostata sul campo di battaglia, e pare che le due parti vogliano trovare una risposta a colpi di cannone.

Immagine di copertina: Soldati etiopi su un veicolo corazzato al confine della regione del Tigrè.
Credits: Ethiopian News Agency via AP.

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