Gli Accordi di Abramo: “pace” tra Israele e il mondo arabo?

Nonostante sembrasse impossibile quattro anni fa, Israele sta facendo pace con il mondo arabo. Perché adesso? E soprattutto, dobbiamo esserne felici o no? È tutto così complicato…

Dicembre 2016, Washington. John Kerry, Segretario di Stato di Barack Obama, parla del processo di pace in Medio Oriente. “Lasciatemi dire un paio di cose che ho imparato in questi ultimi anni. Non ci sarà una pace separata tra Israele e il mondo arabo. Voglio che questo sia chiaro per tutti. Ho sentito molti politici di rilievo in Israele che dicono a volte: ‘Beh, il mondo arabo non è più quello di una volta, dobbiamo solo tendergli la mano e possiamo negoziare qualcosa, e poi negozieremo coi palestinesi’. No, no, no, e ancora no. Posso assicurarvelo dopo l’ultima settimana in cui ho parlato con i leader arabi. Non ci saranno progressi e un processo di pace separato con il mondo arabo senza un processo di pace per la questione palestinese. Tutti devono rendersene conto. È la dura realtà.”

Settembre 2020, Washington. Alla Casa Bianca, Trump accoglie il Primo Ministro israeliano e i ministri degli esteri di due paesi arabi, Emirati Arabi Uniti e Bahrain. Il motivo di questa insolita riunione? Firmare un accordo di normalizzazione tra Israele e i due paesi del Golfo. Nel giro di due mesi, si aggiungono altri due paesi alla lista: il Sudan e il Marocco. C’è stato progresso nei negoziati tra Israele e i palestinesi negli ultimi quattro anni per giustificare questi accordi? No, tutt’altro. Nonostante un recente riavvicinamento, le relazioni tra Palestina e Israele sono in un momento abbastanza critico – per usare un eufemismo. I palestinesi non hanno gradito le mosse dell’amministrazione Trump, dal trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme al piano di pace proposto nel gennaio 2020 e ai recenti accordi di normalizzazione tra Israele e gli (ex?) alleati arabi della Palestina. Kerry si sbagliava, e di grosso: una “pace separata” tra Israele e il mondo arabo era possibile, eccome.

Mappa del Medio Oriente e Nord Africa.
Credits: Dreamstime.

Com’è potuto succedere che, contro le aspettative dell’ex Segretario di Stato americano (e di molti esperti), gli Stati Uniti di Donald Trump siano riusciti a negoziare questi accordi tra Israele e quattro paesi arabi? Come spesso (sempre?) accade, i grandi eventi storici dipendono da un miscuglio di vari fattori.

In parte, dietro a questi accordi apparentemente improvvisi ci sono dei cambiamenti geopolitici che hanno preso piede da alcuni anni. Per lungo tempo gli USA sono stati un “amico in comune” tra Israele e il mondo arabo. Per lungo tempo, però, questa amicizia in comune non si è tradotta in un rapporto positivo tra i due amici degli USA. Quando si parla di nemici, però, improvvisamente diventa più facile costruire alleanze. Ed è qui che entra in gioco l’Iran, nemico storico di Israele, e ultimamente sempre più in rotta con svariati paesi del mondo arabo – in particolare le monarchie del Golfo Persico, e soprattutto Arabia Saudita, Emirati, e Bahrain. Il gioco è quindi presto fatto: a mano a mano che questi paesi sono entrati in rotta di collisione con l’Iran, le relazioni con Israele sono migliorate, fino a sfociare negli accordi di normalizzazione di fine 2020. In breve, “l’amico del mio amico non è necessariamente mio amico”, ma “il nemico del mio nemico è mio amico”.

All’interno di questo contesto geopolitico, però, c’è stato un altro fattore importante che ha reso possibili questi accordi: il “fattore Trump” – il modo in cui Trump ha gestito i negoziati che hanno portato agli accordi di normalizzazione. Prima di tutto, fin dall’inizio del suo mandato (anzi, anche prima) Trump si è inequivocabilmente schierato contro l’Iran – una mossa che ha messo gli USA nella situazione ideale per raccogliere attorno a sé i suoi alleati anti-Iran, Israele e stati del Golfo, e fargli fare la pace tra di loro. In aggiunta, l’amministrazione Trump ha investito una gran quantità del cosiddetto “capitale politico” in questi accordi – in poche parole, è stata disposta a offrire delle monete di scambio molto pesanti per agevolare la firma degli accordi di normalizzazione.

Trump durante una visita in Arabia Saudita nel 2017.
Il presidente statunitense si è reso famoso per il suo stile di diplomazia “transazionale” - da uomo d’affari.
Credits: Saudi Press Agency.

Quali sono queste monete di scambio? I casi forse meno eclatanti sono quelli degli Emirati Arabi e del Bahrein. Convinti dell’utilità di allinearsi con Israele in funzione anti-iraniana, questi paesi (soprattutto gli Emirati) avevano già avviato un certo grado di cooperazione dietro le quinte con il governo israeliano. Di conseguenza, i governanti non hanno avuto bisogno di grandi incentivi per firmare l’accordo – anche se c’è da dire che l’offerta USA di sbloccare la vendita di nuove armi ha sicuramente reso l’accordo più gradito. Diverso ma non troppo è il caso del Marocco, un paese che sente meno la necessità di contrastare l’Iran (un’occhiata alla cartina può far capire a vista d’occhio il perché), ma che aveva comunque già una serie di relazioni culturali ed economiche con Israele. In ogni caso, per convincere il Re del Marocco a stabilire piene relazioni diplomatiche con Israele, l’amministrazione Trump ci è dovuta andare giù pesante, offrendo supporto diplomatico a Rabat nel conflitto con gli indipendentisti Sahrawi del Sahara Occidentale.

Il caso del Sudan, comunque, rimane il più eclatante. Poco convinta la popolazione, non molto più convinto il governo – eppure, la normalizzazione è arrivata. Perché? Apparentemente, perché è stata una delle condizioni che gli USA hanno imposto al governo di Khartoum per togliere il Sudan dalla famigerata lista di “paesi sponsor del terrorismo internazionale” – una mossa che permetterà al paese di reintegrarsi nel sistema economico e finanziario mondiale. Nei calcoli del governo, per ottenere questo reintegro valeva la pena (insieme a tutte le altre condizioni impose, incluso il pagamento di 300 milioni di dollari di risarcimento agli USA) di normalizzare le relazioni con Israele.

In ogni caso, aldilà di come sono venuti a formarsi, questi accordi di normalizzazione sono uno sviluppo positivo o no? Come sempre, c’è chi dice di sì e chi dice di no.

Da un lato c’è chi accusa i governi arabi di aver tradito la causa palestinese, e per di più di averlo fatto contro la volontà del proprio popolo (mentre i governanti arabi si sono avvicinati a Israele negli anni, la popolazione araba ne è rimasta molto più distante, e in alcuni casi è scesa in piazza per protestare contro gli accordi di normalizzazione). I sostenitori di questo campo spesso accusano Trump di aver promosso questi accordi per guadagnare visibilità prima delle elezioni, e di aver forzato la firma di questi accordi con delle concessioni dagli effetti potenzialmente discutibili (vedi le armi agli Emirati, la concessione diplomatica al Marocco, e le imposizioni al Sudan).

Proteste da parte di manifestanti Palestinesi contro l’accordo di normalizzazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti.
Le proteste hanno unito le diverse fazioni politiche palestinesi.
Credits: Abbas Momaini | AFP.

Dall’altro lato, però, c’è chi dice che queste critiche sono esagerate. Fare concessioni, a volte anche spinte, è spesso alla base di gran parte degli accordi diplomatici. E la tempistica dell’accordo tra Israele e Marocco, siglato dopo che Trump aveva già perso le elezioni, mostra che gli accordi di normalizzazione non erano solo frutto di un esibizionismo pre-elezioni. In ogni caso, qualcuno dice, non importa tanto come si sono venuti a creare questi accordi; l’importante è il loro effetto, e il possibile passo avanti che rappresentano per la pace in Medio Oriente.

Allora, ‘sti accordi sono una cosa buona o no? Quando si parla di Medio Oriente e pace, di risposte chiare e semplici ce ne sono poche… Ma si spera che riflettere sui pro e i contro di una o di un’altra opzione possa aiutare tutti – da politici e diplomatici agli appassionatissimi lettori di EchoRaffiche – a farsi un’opinione ragionata su ciò che accade intorno a noi. Alla fine, il Medio Oriente è molto, molto vicino.

Immagine di copertina: Il presidente USA Donald Trump, in compagnia del premier israeliano e dei ministri degli esteri degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein, presiede la firma degli “Accordi di Abramo” alla Casa Bianca, 15 settembre 2020.
Credits: Casa Bianca.

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