Internauti del terzo millennio

Considerazioni (sparse ma non troppo) su adolescenza, internet e appiattimento semantico.

Come ogni professore con mai troppa voglia di lavorare, mi piace, a seconda della stanchezza e dell’umore, mettere da parte le attività in programma per dedicarmi invece a momenti di dialogo con i miei studenti – che da parte loro sono ben contenti di non sorbirsi i miei maldestri tentativi di convincerli quanto la Palinodia al marchese Gino Capponi possa davvero, nella pratica, migliorare loro la vita. 

Tra gli argomenti di cui maggiormente mi interessa dialogare coi ragazzi svetta, alto sul trono, quello di Internet, delle sue sfaccettature, della sua presenza ingombrante, delle sue potenzialità e del rapporto che vi intratteniamo.

L’argomento mi interessa per ovvie ragioni didattiche: Internet – e i social network in particolare -hanno un peso gravoso sulla vita di pressoché tutti gli adolescenti, che volenti o nolenti ne subiscono la forza attrattiva. Ai due estremi troviamo chi vi resiste con stoica abnegazione (anche per intervento più o meno autoritario dei genitori) e chi si abbandona con lascivia alle sue promesse; nel mezzo tutte le possibili sfumature dello spettro.
Solo chi non si è mai perso tra le maglie infinite della rete – ossia, spesso, professori prossimi alla pensione o poco ricettivi verso il mondo esterno alla scuola – può ignorare le oggettive difficoltà a cui vanno incontro ogni giorno i nostri studenti: Internet, specialmente grazie all’accesso immediato e onnipresente garantito dagli smartphone, ha una forza distraente credo superiore a qualsiasi altro svago a cui avevano accesso la nostra generazione e quella dei nostri genitori zii nonni.

Per certi versi persino più distraente del sesso, visto che è ormai difficile separare internet dal sesso stesso: non mi riferisco solo alla pornografia in rete, ma al fatto che la vita sessuale degli adolescenti, il loro modo di conoscersi e flirtare è ormai intimamente legate a dinamiche digitali.

L’argomento mi interessa perché anche io, ai tempi della scuola e dell’università, sono stato un utilizzatore compulsivo della rete, in tanti suoi aspetti. Per anni ho scaricato e accumulato gelosamente file di vario tipo: film, discografie, videogiochi craccati, tablature per chitarra. Ho seguito decine di pagine di meme demenziali, di nicchia e a tratti incomprensibili; Youtubers quando la piattaforma era ancora giovane e bella; Forum quando questa parola faceva pensare a qualcosa che non fosse il programma su Retequattro. Ho soprattutto speso un quantitativo vergognoso di ore arrabbiandomi a giochi multiplayer online di vario genere e natura. Da che ricordo, la mia idea di relax è stata per anni collegata ad una scrivania con computer (fisso). Non importava cosa stessi facendo: anche se stavo leggendo un romanzo, studiando o compilando un CV, il mio PC era sempre acceso, Facebook solitamente aperto e qualche album adatto al mood andava in ripetizione su VLC.

René Magritte, La clef des champes.

Anche se il mio rapporto con la Rete non è stato tra i più salubri, ho avuto la fortuna di entrare in contatto progressivamente con i suoi vari aspetti, e soprattutto di farlo tramite un supporto fisso, che per sua stessa natura mi garantiva lunghi momenti di assenza forzata dalla Rete. Da quando invece ho uno smartphone e un account Instagram, mi rendo conto che il mio rapporto con Internet, da utente per così dire navigato, è peggiorato progressivamente.
Anni fa avrei guardato video su Youtube perché mi interessavano e andavo a cercarmeli (anche se spesso erano comunque perdite di tempo, sia chiaro) – mentre ora mi ritrovo la mattina sul cesso o a fare colazione guardando contenuti che dimentico l’ora successiva e, per riflesso, quando durante la giornata ho un momento di noia, tolgo il telefono dalla tasca e comincio a cincischiare, perdendo la cognizione del tempo.

Quando penso a come tutto questo possa impattare sulla vita di un ragazzino, spesso incapace di filtrare l’utile dall’inutile, o che ancora deve imparare a dare un valore al proprio tempo, mi viene lo sconforto.

E per mia sfortuna lo sconforto non nasce solo da riflessioni personali e forse capziose, ma proprio da quello che vedo tutti i giorni nelle mie classi. Quasi tutti gli studenti, con pochissime eccezioni, non appena possono godere di un breve momento di pausa, sfilano rapidissimi il loro telefono fuori dallo zaino e cominciano ad usarlo per i motivi più disparati: chi immediatamente messaggia con amici o morose, chi inizia subito una partita a Brawl Stars, chi semplicemente inizia a scrollare.

Non voglio scadere nel più becero passatismo: anche gli studenti della mia generazione facevano qualcosa di simile, giocando a Temple Run o mandando SMS alla pischella dell’altra classe, solo che i nostri device non erano neanche lontanamente paragonabili a quelli odierni. Credo sia capitato a tutti di rispondere al messaggio di quell’amico che ti ha inviato un reel divertente, di guardarlo un paio di volte, e già che hai Instagram aperto ti guardi qualche storia, ti leggi un post e com’è che mezz’ora dopo sei ancora lì, col telefono mano, senza renderti conto di come e perché sia passato tutto quel tempo?

Una delle cose che mi preoccupa maggiormente è la scarsa consapevolezza che i ragazzi hanno del mezzo. Quando mi ritrovo a parlarne con loro, a chiacchierare di pro e contro, quasi tutti mi ripetono quello che hanno imparato durante le ore di educazione civica o durante gli incontri a scuola con la polizia postale: la rete è potenzialmente pericolosa, bisogna stare attenti a non condividere troppi dati personali e sensibili sulla rete; esistono fenomeni dannosi come il revenge porn e il cyberbullismo; attenzione alle truffe on-line. Quasi nessuno mi dice però cose di questo tenore: mi rendo conto che passo troppo tempo al telefono; non ricordo quasi nulla dei cento reel che guardo al giorno; credo che la mia soglia di attenzione e concentrazione stia calando sensibilmente a causa dei contenuti che ingurgito ogni giorno; perché mi sono messo a guardare il video di un indiano che serve cibo poco salubre nelle strade di Mumbai?

Ferdinand Georg Waldmüller, Die erwartete.

Cosa ancora più sorprendente, quasi nessuno dei miei alunni è in grado di scindere la rete dai Social Network: per loro i Social Network sono Internet. Dunque se chiedo loro: «che vantaggi o pregi hanno i Social?» molti mi rispondono che i Social sono utilissimi per condividere in modo rapido idee, immagini, conoscenze e messaggi, senza rendersi conto che tutte queste cose potevano essere fatte anche quando non c’erano i Social, in maniera anche più libera e meno pervasiva. Ad esempio gli studenti di oggi, adusi alle piattaforme di streaming, sono a tratti sconcertati quando faccio vedere un film in classe e scoprono che è piratato, manco mi fossi acceso una sigaretta in aula.

Il rapporto tra i miei studenti e Internet mi sembra lo stesso che ho io con l’automobile: la uso tutti i giorni, ne ho bisogno, ma non ho idea di come funzioni e se dovesse rompersi qualcosa andrei nel panico. Vi basti pensare che quando in un tema ho chiesto ai ragazzi di immaginare cosa accadrebbe se Internet sparisse da un giorno con l’altro, molti di loro mi hanno scritto che non funzionerebbero più né la televisione né i telefoni, con buona pace di Meucci e Farnsworth (questo ho dovuto googlarlo, mica lo sapevo chi ha inventato la Tv).

In un paese in cui gran parte dell’istruzione è ancora basata su un impianto storicista (e Gentiliano), penso sarebbe utile che ai ragazzi venisse insegnata un po’ di storia della Rete, data l’importanza che ormai ricopre per tutti: come è nata, che sviluppi ha avuto, come si conviveva con Internet dieci, quindici o vent’anni fa?

Potrei sbagliarmi, ma ho l’impressione che sotto questo aspetto anche la letteratura non abbia fatto abbastanza. Esistono buoni romanzi o racconti che raccontino la Rete e il legame che negli anni abbiamo stretto con Lei? Se negli anni Novanta la generazione dei cannibali mescolava linguaggio dei nuovi media con quello letterario (un linguaggio che però al tempo corrispondeva in larga misura alla Televisione berlusconiana, che ci sembrava il peggio potesse accadere, e invece abbiamo schiere di bambini che guardano i Me contro Te); c’è stato chi successivamente ha fatto lo stesso con il linguaggio internettiano? Non lo so, ma mi pare di no.

Da una parte è fisiologico che si fatichi ad affrontare e comprendere un fenomeno che è ancora relativamente nuovo e soprattutto in continua evoluzione, ma non possiamo continuare a fare finta che siamo di fronte ad un medium come gli altri. Tra il lassismo e  il proibizionismo (come si sta provando a fare in Australia), io comunque propenderei per il secondo, ma più di tutto sarebbe utile far capire ai ragazzi con cosa hanno a che fare.

Immagine di copertina: illustrazione di Anna Bertolazzi.

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