L’infinito tempo del procrastinatore

Dedicato a chi rimanda a domani quel che potrebbe fare oggi

Alzi la mano chi ha procrastinato almeno una volta. Mi riferisco proprio a quella volta in cui vi siete seduti davanti al computer per lavorare a qualcosa di importante e vi siete invece ritrovati a “fare le vasche” tra il frigorifero e la cuccia del vostro cane o a vagabondare tra la pagina Instagram di Alberto Angela e i video di YouTube sulla stagione dell’amore dell’orso bruno marsicano. Quella volta avete poi letto il giornale, fatto la spesa, visto un amico e forse persino fatto esercizio fisico. Inevitabilmente, a sera, il lavoro importante era ancora lì, probabilmente insieme ad un fastidioso malessere.

La situazione vi è familiare? Tranquilli, non siete soli: secondo gli esperti, dovremmo essere in tanti.

Per essere precisi, secondo recenti studi, circa il 90% degli studenti universitari ha più volte rimandato di giorno in giorno lo studio, la stesura di papers e della tesi di laurea. Endemica negli anni dell’università, la procrastinazione sembra essere un problema anche per circa il 20% dei lavoratori adulti [1].  Non è certo il miglior biglietto da visita in un mondo votato alla produttività, ma la realtà che il rimandare a domani è un “Labirinto interiore” all’interno del quale molti si perdono facilmente.

Come avrete intuito, scrivo da diretta interessata più che da esperta del fenomeno. Più volte son caduta nella trappola del rimandare a domani lavori onerosi o telefonate o decisioni importanti, più volte mi son ripromessa di “rispettare un programma” e, invece, ho poi fatto i tipici salti mortali dell’ultimo minuto.

Sono sempre sopravvissuta, certo, ma il senso di inadeguatezza, il senso di colpa, e soprattutto lo stress e le notti insonni trascorse a lavorare presa dal panico dell’ultimo minuto mi hanno fatto comprendere quanto l’essere procrastinatori seriali possa diventare un problema.

Tim Urban, giovane fondatore del blog “Wait but Why – new post every sometimes” ha proposto una spiegazione divertente di ciò che succede nella mente di chi continua a rimandare. Secondo la sua interpretazione semiseria del fenomeno, nella mente del procrastinatore seriale, due personaggi si contenderebbero costantemente la guida dell’azione: un saggio comandante e una simpatica scimmietta alla ricerca della gratificazione immediata.

Il braccio di ferro tra la scimmietta e il saggio comandante, tra la spinta alla gratificazione immediata e la presa di decisione razionale e lungimirante. Illustrazione di Anna Maria Stefini.

Per quanto non tecnica, l’idea di Tim Urban ricalca alcuni aspetti chiave per la comprensione dell’agire umano riconosciuti dalla comunità scientifica.

Vi è infatti in tutte le persone, come nel mondo animale, una forte spinta motivazionale che porta a voler ottenere rinforzi, ovvero incentivi che risultano essere piacevoli. Negli esseri umani vi sono però anche particolari abilità di pianificazione, organizzazione strategica, flessibilità cognitiva e controllo inibitorio: capacità che ci permettono di prendere decisioni razionali e che ci contraddistinguono dagli animali.

A livello neurobiologico la spinta motivazionale sarebbe spiegata dall’attivazione delle aree mesolimbiche del sistema della ricompensa e dei suoi sottosistemi del “volere” e del “piacere” [2], rispettivamente alimentati da dopamina ed endorfine. L’integrazione delle informazioni (cognitive ed affettive) necessarie e la presa di decisione sono invece tradizionalmente ricondotte al funzionamento della corteccia prefrontale, area di recente sviluppo filogenetico.

Se da un lato la scimmietta e il saggio comandante citati da Tim Urban riflettono il funzionamento di queste diverse aree del nostro cervello, dall’altro ci dicono di come quest’ultimo si sia sviluppato e aggiornato in un sistema cognitivo di sempre maggiore complessità nel corso dell’evoluzione dalla scimmia all’homo sapiens sapiens.

Con qualche incidente di percorso…

Nella mente dell’homo procrastinatore, la scimmietta della gratificazione immediata vince troppo spesso il “braccio di ferro” con il saggio comandante. In balia della gratificazione immediata ci ritroviamo a scegliere di svolgere attività meno impegnative e a lasciare spesso da parte scelte onerose, che richiedono sforzo cognitivo ma che spesso, proprio per questo, sarebbero importanti e utili per il nostro futuro.

Per quanto tempo la scimmietta riesce a guidare l’azione dell’Homo procrastinatore?

Fino all’arrivo del mostro del panico, afferma Tim Urban.

Fino a quando il futuro non diventerà presente, potremmo dire noi, riprendendo le teorie sulla motivazione che vedono il tempo come dimensione chiave.

“Procrastinare” è l’infinito presente per antonomasia. La scimmietta vive solo nel presente e cederà il timone al saggio comandante solo quando il mostro del panico le farà notare che il lontano futuro è diventato più presente che mai, probabilmente nelle vesti di una temibile scadenza.

Prendiamo ad esempio uno studente che dall’inizio dell’anno accademico sa che avrà un esame il 15 dicembre. Nel corso del semestre può scegliere se socializzare o se studiare. Lo studente vuole socializzare, ma vuole anche avere buoni voti. Socializzare ha costante ed immediata valenza positiva e mantiene quindi nel tempo un elevato livello di utilità (ovvero desiderabilità del comportamento e probabilità di agire in questo modo). Al contrario, la ricompensa dello studio è inizialmente molto lontana nel tempo: per quanto elevato sia il valore di questo comportamento, la distanza temporale dalla “resa dei conti” fa sì che mettersi a studiare abbia un’utilità inizialmente molto inferiore, poi in crescita esponenziale solo all’avvicinarsi della data dell’esame.

Stima dell’utilità di socializzare e di studiare nel tempo per uno studente universitario fuorisede. (adattato da Steel, 2007). Illustrazione di Anna Maria Stefini.

Per spiegare questo fenomeno la teoria temporale della motivazione utilizza una formula matematica che, per quanto lontana dall’essere esaustiva, ci aiuta a comprendere le relazioni tra le diverse variabili in gioco nel caso della procrastinazione.

Formula della motivazione ad agire un determinato comportamento (Teoria temporale della motivazione di Cornelius König e Piers Steel). Illustrazione di Anna Maria Stefini.

Secondo i ricercatori Cornelius König e Piers Steel [3], l’utilità di un comportamento, e quindi la probabilità che questo venga messo in atto, aumenterà all’aumentare del suo valore (quanto l’attività in questione è importante per noi, quanto ci piace) e delle nostre aspettative (in termini di autoefficacia, ovvero quanto pensiamo di essere in grado di gestire tale attività anche in relazione ai nostri standard di performance). Al contrario, l’utilità del comportamento diminuirà all’aumentare dell’intervallo di tempo che ci separa dalla ricompensa e all’aumentare della nostra sensibilità a tale “delta T” (a livello di autocontrollo, coscienziosità, impulsività, distraibilità e tante altre caratteristiche individuali).

La mente del procrastinatore è dunque molto più complessa di quanto sembra: non siamo solo pigri! Il controllo del gap tra l’intenzione e l’azione, l’evitamento di compiti che ci fanno paura, il perfezionismo, la presenza di standard troppo elevati e la percezione di scarsa autoefficacia sono solo alcune delle tante altre variabili che entrano in gioco in questo tipo di comportamento.

Per tanti procrastinatori seriali, l’unica via d’uscita dal labirinto della procrastinazione sembra tuttavia essere l’epifania dell’ultimo minuto. In poche parole: finché c’è una scadenza siamo salvi.

Nella vita, però, non c’è sempre una scadenza, e questo preoccupa persino il simpatico Tim Urban, un “maestro della procrastinazione”. Il rischio è percepire (palese errore) che il tempo a nostra disposizione “tenda all’infinito” (per gli amanti delle scienze esatte: “T→∞” al denominatore della formula riportata sopra) e rimandare così continuamente una scelta importante.

Un’ipotesi è che, in queste situazioni più che mai, l’Homo procrastinatore sia un gran perfezionista: in attesa del “momento giusto”, egli spera che tutti gli elementi della formula raggiungano prima o poi un equilibrio perfetto per poter iniziare ad agire. Così, proprio quelle scelte fondamentali per soddisfare il nostro bisogno di autorealizzazione, restano spesso in fondo alla nostra to-do list perché non sono urgenti, non forniscono un risultato immediato e spesso sono dispendiose sia a livello cognitivo sia in termini di coinvolgimento affettivo e relazionale.

È un tipo di procrastinazione “a lungo termine”, meno visibile e meno discussa della buffa procrastinazione dello studente disperato. Eppure, può essere grande fonte di rimpianti. In questo senso, stiamo tutti procrastinando su qualcosa, stiamo tutti aspettando “che arrivi un momento migliore per…”. Eppure, la situazione in cui ci troviamo ci dice che sarà difficile trovare il momento ideale e che “alla fine della pandemia” non è una scadenza realistica se vogliamo cambiare qualcosa della nostra vita.

Su cosa stiamo procrastinando? Stiamo attenti alla scimmietta…

[1] Steel (2007). The Nature of Procrastination: a Meta-Analytic and Theoretical Review of Quintessential Self-Regulatory Failure. Psychological Bulletin, 133 (1), 65-94.
[2] Berridge, K.C. e Robinson, T.E. (2003). Parsing reward. Trends in Neurosciences, 26(9), 507-513.
[3] Steel, P. e König, C. (2006). Integrating Theories of Motivation. Academy of Management Review, 31(4), 889-913.
 
Immagine di copertina: Illustazione di Anna Maria Stefini

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