So di non sapere o non so di sapere?

Senso di inadeguatezza, svalutazione delle proprie competenze e difficoltà ad interiorizzare i traguardi raggiunti. Non è falsa modestia né filosofia socratica, ma quel famoso “fenomeno dell’impostore”.

È la metacognizione che ci incastra, lo specchio sul nostro stesso pensiero, la consapevolezza delle nostre capacità e dei nostri processi cognitivi. Se c’è un bug in questo sistema distintivo dell’uomo, il risultato è una percezione distorta della nostra conoscenza e un’interpretazione erronea dei nostri successi e insuccessi.

Gli errori tipici son due, conoscerli è il primo passo per debuggare.

L’effetto Dunning-Kruger

Prende il nome dagli autori (non certo affetti da questo effetto) che lo studiarono una ventina di anni fa e si riferisce alla tendenza di alcune persone a sovrastimare il proprio sapere e/o considerarsi esperti – a torto – in un certo ambito. In poche parole: meno sai, meno pensi ci sia da sapere, più pensi che basti quel che sai. Situazione forse più rischiosa per la società che per la salute mentale del singolo.

Il fenomeno dell’impostore, o la faccia dolorosa della medaglia

Si tratta di un bug metacognitivo speculare al Dunning-Kruger, ma clinicamente più rilevante per la sua interferenza sul benessere psicologico individuale. Lo riassumiamo così: più sai, più pensi ci sia da sapere, più pensi di non sapere abbastanza e di non meritare fino in fondo i successi raggiunti. Come se indossassi abiti che non sono tuoi. Il risultato è un’esperienza interna di inadeguatezza e non autenticità rispetto alle proprie capacità intellettuali.

Forse lo conoscete come “sindrome” dell’impostore, ma preferisco abbracciare la corrente di pensiero che usa il termine più neutro “fenomeno”, dato che questo bug non è stato ancora riconosciuto come qualcosa di patologico di per sé (non lo troverete quindi nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali). Eppure è stretto il suo legame con alcune psicopatologie e condizioni di interesse clinico come distress, mancanza di autostima, workaholism (dipendenza dal lavoro), paura del fallimento, ansia e depressione.

Come se indossassi abiti che non sono tuoi, di Anna-Maria Stefini

Chi è l’ “impostore”?

Lo è chi è tale ai suoi stessi occhi, non certo a quelli degli altri (la beffa, oltre al danno). Chi vive in questo schema di pensiero, infatti, pur avendo ottenuto importanti risultati formativi e professionali, nel profondo continua a temere di essere poco brillante, fino a ritenere di aver in qualche modo ingannato le persone che lo considerano preparato e intelligente. Dolorosamente consapevole di ogni carenza all’interno del proprio sistema di conoscenze, chi si vede impostore si confronta costantemente con gli altri finendo sempre per ritenersi meno preparato e meno meritevole.  Questo vissuto può portare poi a sforzarsi di ottenere l’eccellenza in ogni compito che gli viene affidato, con l’obiettivo di provare a sé stessi che si sbaglia e trovare così una via d’uscita dal conflitto interiore. Uno sforzo che il più delle volte non porta che ad alimentare l’idea temuta di sé e a chiudere il ciclo di pensiero con cui il fenomeno dell’impostore si autosostiene. In che modo?

Pauline Clance e Suzanne Imes, le psicologhe della Georgia State University che per prime descrissero il fenomeno dell’impostore (era il 1978), ne delinearono anche il tipico schema cognitivo.

Il ciclo dell’impostore, di Anna-Maria Stefini

Il ciclo dell’impostore inizia con l’assegnazione di un compito il cui risultato sarà valutato. L’impostore è preso dall’ansia e può reagire in due modi: o con il duro lavoro che sfocia in una preparazione eccessiva o con un’iniziale procrastinazione seguita dall’intenso lavoro dell’ultimo minuto. Una volta portato a termine quanto assegnato, l’impostore prova un breve periodo di sollievo, ma questa condizione dura poco. La tendenza è negare che il successo sia legato alle sue abilità e svalutare i feedback positivi, poiché incongruenti con la percezione che ha della sua “meccanica di successo”: secondo l’impostore quest’ultimo si può spiegare solamente con l’impegno e il duro lavoro (senza i quali, non essendo particolarmente brillante, non avrebbe ottenuto nulla) o con la fortuna (dato che ha procrastinato e il lavoro fatto in poco tempo non potrà mai essere sufficiente). Queste credenze contribuiscono ad aumentare il dubbio circa le sue capacità, la convinzione di aver truffato chi si sta complimentando, la percezione di inautenticità e la scarsa autostima. Quando un nuovo compito gli viene assegnato, il senso di inadeguatezza genera elevati livelli di ansia e il ciclo si ripete.

Il ciclo è legato anche ad altri meccanismi disfunzionali. Per esempio, il celato bisogno di essere considerato – dagli altri! – come speciale o come “il migliore”, necessità che si esprime nel perfezionismo e nel prefissarsi standard sempre più elevati come metro di giudizio delle proprie performances. Emergono poi di frequente la paura del giudizio degli altri e del fallimento ma anche la paura e il senso di colpa di fronte ad un successo, la svalutazione dei feedback positivi e dei risultati raggiunti, la difficoltà ad esporsi in discussioni in cui a buon diritto sarebbe “l’esperto”.

Ma è tutto nella nostra mente? Basta che ci sforziamo a riprogrammarla? No.

Lo dice un recente articolo pubblicato su Frontiers in Psychology e lo deduciamo dalla nostra stessa esperienza: l’ambiente e la struttura sociale in cui ci formiamo e lavoriamo giocano un ruolo fondamentale nel costruire e nel mantenere i pensieri negativi interiorizzati da coloro che nello specchio si vedono impostori.  Non si tratta solo di temperamento e personalità o di esperienze legate allo sviluppo, ma anche di costruzioni a livello socioculturale, istituzionale-organizzativo e interpersonale. Ancora una volta: forse non proprio una “sindrome” di un singolo “paziente”, ma un fenomeno che va contestualizzato.

Non è un caso se Pauline Clance identificò il fenomeno proprio nelle donne che a fine anni Settanta iniziavano ad inserirsi in un mondo del lavoro fatto di forti stereotipi maschili legati al successo e alla leadership. Oggi possiamo dire che il fenomeno dell’impostore non è prettamente femminile ma che, in determinati contesti socioculturali e in organizzazioni in cui si richiede di essere altamente performanti o competitivi, esso colpisce spesso individui che rappresentano una minoranza, sia questa relativa al genere o all’etnia – si veda il caso della tennista giapponese-haitiana Naomi Osaka – o, aggiungerei, ad una qualsiasi altra caratteristica che li fa sentire diversi da chi ci si aspetta rivesta la loro posizione.

L’antidoto, o come debuggare

Riscrivere un codice metacognitivo funzionale non è facile per l’impostore, richiede la consapevolezza del bug e l’aiuto di uno psicoterapeuta. Il supporto di quegli Altri che l’impostore tanto teme può però fare la differenza.

Una collega con anni di esperienza nell’ambito della ricerca neuroscientifica, consapevole delle insidie della realtà a cui mi stavo avvicinando, un giorno mi ha detto: «Ricordati che qualcosa sai e ricordati dell’importanza di sentirsi stupidi, è ciò che manda avanti la ricerca della conoscenza su noi stessi e sul mondo».  Si può iniziare così, aggiungendo una specifica alle affermazioni assolute dell’impostore nello specchio: so di non sapere tutto, ma so di sapere qualcosa.

Immagine di copertina: Nello specchio, un Impostore (dal gioco online Among Us) – Illustrazione di Anna-Maria Stefini

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